Per dimostrare che la sua missione era superiore agli altri, abbisognavano profezie e miracoli; or le profezie sue democratiche fallirono; quanto ai miracoli, uno gliene chiedeva Carlo VIII[276] come la gentuccia; esibitagli la pruova del fuoco, non potè cansarla, e non gli riuscì; donde scredito, e quel facile mutare degli amori fanatici in fanatiche esecrazioni.

La plebe, secondando i menapopolo, domanda una vittima; assale il convento di San Marco, ferendo, uccidendo: arresta frà Girolamo; ed essa che dianzi l'adorava, ora ebra di furore lo schiaffeggia, e sputacchia, dicendo: «Profetizza chi ti ha percosso», e «Salvati con un miracoluccio». E frà Girolamo se ne va, ripetendo ai suoi frati: «Rammentatevi di non dubitare: l'opera del Signore andrà sempre innanzi, e la mia morte non farà che accelerarla».

Esultarono i tristi preti del cessato attacco; esultarono i Compagnacci che la voce di rimprovero fosse soffogata; esultarono i patrioti d'aver tolto di mezzo il turbatore della pace pubblica; avversarj fatti giudici lo esaminano, e perchè non trovano titolo a condannarlo, v'è chi esclama: «Un frate più o meno, che cosa importa?» Stirato e squassato alla fune, egli debole e affranto di corpo, confessa quel che vogliono, essere stato eretico, aver negato Cristo, finto profezie e rivelazioni; poi subito nega, e «Non ho mai detto di credermi ispirato; bensì di appoggiarmi solo alle scritture sante. Non cupidità delle glorie del mondo mi mosse, e desideravo che per opera mia si congregasse il concilio, nel quale speravo fossero deposti molti prelati e il papa, e i costumi si riformassero, a modello de' tempi apostolici. Circa alla scomunica, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo ch'ella fosse vera, e la osservai un pezzo: ma poi parendomi che l'opera mia andasse in rovina, presi partito di non la osservar più, anzi manifestamente contraddirla e con ragioni e con fatti, per onore e per riputazione».

Rimesso alla tortura, confessava di ricapo quel che volevano, e meritar mille morti[277]. Ma interrogato se avesse voluto scinder la Chiesa di Cristo: «Giammai! (rispondeva risolutamente) se pur non si voglia intender d'alcune cerimonie, colle quali restrinsi la vita de' miei frati. Vero è che non ebbi mai paura delle scomuniche».

Ma la sua morte era un sacrifizio domandato da quella tiranna che, allora come adesso, s'intitolava opinion pubblica, e che dianzi ne chiedea l'apoteosi: sempre vulgo. Quando se ne discuteva nella Pratica, fra i minacciosi tremanti ardì alzarsi un Agnolo Pandolfini, e dire che pareagli esorbitanza il porre a morte un uomo, di sì eccellenti qualità che appena se ne vedeva uno in un secolo; e che potrebbe non solamente rimettere la fede nel mondo quando fosse mancata, ma ancora le scienze. Perciò proponeva di tenerlo prigione, e dargli modo di scrivere, acciò il mondo non perdesse i frutti del suo ingegno.

La Pratica accolse male la proposta, e gli si objettò non era a fidarsi nei magistrati futuri, che rinnovavansi ogni due mesi; talchè il frate sarebbe potuto tornar libero, e metter la città di nuovo a soqquadro. Nemico morto non fa più guerra: l'insegnò il Machiavello, e lo praticò Saint-Just.

E morte gli decretarono i concittadini, e l'assentirono i commissarj apostolici; e fu posto vivo sul rogo con due compagni, davanti al Palazzo Vecchio, dove sta ancora la lapide col decreto, pel quale egli avea fatto dichiarare unico re de' Fiorentini Gesù Cristo. Ai condannati il papa avea mandata l'assoluzione, onde l'assistente disse: «Piacque a sua santità liberarvi dalle pene del purgatorio, e concedervi l'indulgenza plenaria dei vostri peccati. L'accettate voi?»

Tutti tre chinarono il capo, e dissero sì. Così ai 23 maggio 1498 moriva frà Girolamo tra gl'insulti della plebe, che struggeasi di metter fuoco alla pira, come un tempo di cogliere i fiori del rosajo ov'egli predicava; tra gli osceni strappazzi del boja, che schiaffeggiandolo attiravasi pubblici applausi: e la Signoria informava i principi «quei tre frati aver avuto fine condegna alle loro pestifere sedizioni». Ma che? Subito il Savonarola fu decorato del titolo di santo, di martire; i tizzoni del suo rogo, qualche avanzo di ossa, le ceneri si conservarono, e mostravansi a' suoi devoti, come adesso ai curiosi; e ad ogni anniversario la gioventù ne espiava il supplizio con ispargere fiori sul luogo ov'egli perì.

Il Savonarola fu eretico? I Protestanti lo dipinsero qual loro precursore, e che avesse insegnato la giustificazione operarsi per la fede senza bisogno d'opere, e l'uomo esser uno strumento passivo in mano di Dio, il quale lo elegge e lo ripruova, senza ch'egli possa contribuire alla propria salvezza. Ultimamente Meyer e Rudelbach[278] con molta scienza ne scrissero gli atti in tale intento, ma con quel sistema di modificazioni e reticenze, per cui fu facile allineare coi Protestanti gl'ingegni più ortodossi. Perocchè analizzandone le opere, le mutilano, le scontorcono così, da esprimere quel che essi prestabilirono, e principalmente sopprimono quel che vi ripugna. Per un esempio, delle tre prime parti del Trionfo della Croce, le dottrine sono comuni ai Protestanti e a noi: onde il Rudelbach le divisa con diligenza, industriandosi volta a volta di estrarne qualche senso protestante. Ma trasvola al IV libro ove frà Girolamo tratta dei sacramenti da perfetto cattolico. Il Meyer asserirà che il frate parla ben poco della Beata Vergine, quasi mai del purgatorio: ma non tien conto che in qualche luogo spinge il culto della madre di Dio fino ai limiti della superstizione, e raccomanda ai fedeli di suffragare pei defunti; e conchiude che «chi si parte dalla dottrina della Chiesa romana, si parte da Cristo».

E in quel famoso mistico carro, del quale più fiate egli ragiona, figura Cristo vittorioso, piagato, coi due Testamenti in una mano, nell'altra la croce e i segni della passione; a' piedi il calice, l'ostia, i simboli de' sacramenti; poi la Vergine Maria colle urne de' martiri; il carro è tirato da apostoli, predicatori, profeti; è seguito dalla moltitudine de' fedeli e de' martiri. E da quel carro dicea doversi dedurre una nuova filosofia, i cui canoni supremi sono che Cristo è stato crocifisso, adorato, e ha convertito il mondo; e la Vergine, i martiri, la Santissima Trinità sono adorati dai Cristiani. Nè di rado il Savonarola ritorna sulla necessità delle opere, sul libero arbitrio, sulla cooperazione dell'uomo alla Grazia; che se l'espressione non è sempre esattissima come dopo le definizioni tridentine, abbastanza rivela di pensar come la Chiesa cattolica; quantunque la Grazia diasi gratuitamente, noi dobbiamo apparecchiarci a riceverla forzandoci di credere, pregando, operando[279]. «Vuoi tu ricevere l'amor di Gesù Cristo? fa di consentire alla divina chiamata; il Signore ti chiama, fa tu pure qualche cosa»[280]. Aveva anzi in gioventù addottato questo motto: «Tanto sa ciascuno quanto opera»: talmente era lontano dalla passiva aspettazione della Grazia.