In ogni modo non impugnò l'autorità della Santa Sede, benchè reluttasse a colui che egli credeva tenerla illegittimamente, e contro di questo invocasse il concilio che doveva riformar la Chiesa legittimamente: la superbia degli applausi, il puntiglio delle contraddizioni lo fecero trascendere, ma operava con coscienza pura, senza ambizioni personali: non cercò propagar le sue persuasioni colla forza, sibbene coll'esempio, cioè credeva alla potenza del vero. E diceva: «Entrai nel chiostro per imparar a patire, e quando i patimenti vennero a visitarmi, gli ho studiati, ed essi m'insegnarono ad amar sempre, a sempre perdonare». Ma interposto Iddio fra il pensier suo e la sua persona, sottomise la prudenza umana all'ispirazione; credette guidar il popolo per mezzo della passione e delle grida di piazza, e a queste soccombette, come sempre avviene. Eretico non è se non chi si ostina in un'opinione contraria ad un punto di fede definito. La sua fama restò bilanciata tra il cielo e l'inferno, ma la sua fine fu deplorata da tutti, e forse primi quelli che l'aveano provocata. In Santa Maria Novella e in San Marco è dipinto in figura di santo, e da Raffaello nelle logge vaticane fra i dottori della Chiesa; ritratti e medaglie sue si tennero e venerarono, non solo fra que' pii che in Firenze continuarono ad opporsi alla depravazione e alla servitù che ne deriva, ma anche da gran santi.

Nel 1548, il severo Ambrogio Catarino stampò a Venezia un Discorso contro la dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola, dedicato al cardinale Del Monte, dove ne raduna molte proposizioni, che crede repugnanti al dogma cattolico: ma «dichiara di oppugnar in questa opera non il Savonarola, giudicato piuttosto degno di compassione che di vituperio, bensì la dottrina e gli errori di lui, che ancora viveano nella riputazione di coloro che, non senza scandalo e pericolo delle loro anime, a lui prestarono fede».

Forse in conseguenza di tale denunzia quegli insegnamenti furono presi in esame sotto Paolo IV, e quando la commissione ne leggeva dinanzi a questo alcuni brani, egli esclamava: «Ma questo è Martin Lutero! cotesta è dottrina pestifera»; maturato però l'esame, non furono che sospese quindici prediche e il dialogo della Verità profetica: il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, compose Narrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro le opere del r. p. frà Girolamo, sostenendo che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè eretica, nè scismatica, nemmanco erronea e scandalosa», e nell'indice del Concilio di Trento que' libri figurano solo donec emendati prodeant, cioè come intaccati solo d'errori accidentali. Dicevasi che Clemente VIII, nel 1598, avesse fatto voto, se riusciva ad acquistare Ferrara, santificare il Savonarola. Serafino Razzi, domenicano fiorentino, infervorato di frà Girolamo, v'esortò più volte il papa, scrisse anche una vita del frate, poi vedendo menarsi la cosa in lungo, comperò un asinello, e settuagenario com'era, l'anno santo recossi a Roma. Ma il papa «temendo dei tanti contraddittori», non volle tampoco vederlo, nè gli permise di stampare quella vita; e invano i Domenicani aveano preparato un'uffiziatura propria del Savonarola[285]. Se il filosofico Naudet lo intitolava Ario e Maometto moderno, il devoto padre Touron lo intitolava inviato da Dio; san Filippo Neri e santa Caterina de' Ricci lo veneravano per beato, e Benedetto XIV lo disse degno di santificazione. Al raccogliere de' conti fu un credente del medioevo, non un ragionatore del cinquecento: un'elegia del passato, piuttosto che una tromba dell'avvenire; ma quanto al voler associare la morale colla politica, vivono oggi ancora discepoli suoi, e combattono buona guerra.

Nessuno dei seguaci di frà Girolamo figurò fra i discepoli di Lutero, nè fra i traditori della patria libertà: Michelangelo, che edificava bastioni per la patria e il maggior tempio del Cristianesimo, l'ebbe sempre in venerazione; il Machiavello, che non s'avventurava ad opinioni contrarie alle correnti, dapprincipio ammirò il Savonarola; lo prese in beffe allorchè ebbe spiegata intera quella sua politica senza Dio, senza providenza, senza moralità; un'innata malvagità senza peccato originale e senza redentore; e la speranza del rigeneramento d'Italia volle non solo senza la Chiesa, ma a dispetto della Chiesa: insomma il preciso contrario del Savonarola.

DISCORSO XII.
GIULIO II. CONCILJ DI PISA E LATERANO.

Alessandro VI moriva, non colle circostanze date da diarj d'allora e da romanzi d'oggi[286], pure inaspettatamente, nel rimestìo delle ambizioni, colle quali preparavasi a fare suo figlio principe della Romagna, delle Marche e dell'Umbria, assicurare i dominj della Chiesa dai tirannelli che gli aveano usurpati, e introdurvi quiete e regolarità. Il Valentino, che sperò, anche dopo morto il padre, continuare coi delitti e le prodezze a fare l'Italia, fidando nelle truppe come un re moderno, circondò il conclave per imporre la sua volontà: ma il popolo sollevatosi lo cacciò; e i cardinali adunati presero accordo che il nuovo papa convocherebbe tra due anni un concilio. Pio III, de' Piccolomini di Siena, elettogli successore (1513), s'affrettò di concertarsi all'uopo colle potenze, nell'intento di riformare la Chiesa, incominciando (apertamente il professava) dalla curia romana. Ma dopo ventisette giorni morì e gli succedeva Giulio II genovese, che come cardinale Della Rovere era stato gran nemico di Alessandro VI, e durante il costui papato erasi sempre tenuto in armi e in difesa. Saliva papa, persuaso che la podestà pontifizia non potesse assodarsi se non assodandone il dominio temporale; laonde, se Sisto IV e Alessandro VI aveano mirato a fare grandi i loro figliuoli, esso volle far grande la Chiesa, in modo da stare arbitra fra la Spagna e Francia, e logorarle entrambe finchè le snidasse d'Italia. Fa arrestare il terribile Valentino, e l'obbliga a cedere alla Chiesa i paesi ch'egli ed altri n'aveano sottratti; ritoglie Bologna ai Bentivoglio, Perugia ai Baglioni; da Venezia si fa restituire Rimini, Ravenna, Faenza, Cervia; senza violenze procacciasi Urbino, e pone la Chiesa nella maggior forza che mai fosse. Alle città sottoposte lasciava gli antichi o concedea privilegi nuovi, formandone municipj indipendenti siccome nel Veneto; e dove corporazioni di nobili, di borghesi, d'artieri si teneano in reciproco rispetto. In Roma erano quotidiane le aggressioni e gli omicidj, e non rare le vere battaglie, e Giulio le terminò coll'imporre e volere il disarmo generale. La nobiltà romana stava divisa in guelfa e ghibellina, per lo più tenendo bandiera guelfa gli Orsini, i Savelli e il popolo; ghibellina i Colonna, i Conti, i prefetti di Vico. Ora convennero tutti in Campidoglio, e giurarono concordia, stabilendo che «in perpetua e memorosa dannazione et infamia, sia licito le immagini de' contravenienti dipingere sottosopra al modo de' perfidi e crudeli traditori, in faccia del Campidoglio et in altri luoghi pubblici dal popolo frequentati, in perpetua commemorazione e testificazione di loro scellerata vita»[287]. Battagliero come un prelato del Mille, e padre de' suoi soldati, violento di natura, non dissimula le passioni, pure non se ne lascia conturbare; ardito ai progetti, cauto nello scegliere i mezzi, paziente nelle traversie, intrepido nei pericoli, ricevuto il paese in pieno scompiglio, Giulio rimise al freno i baroni; compresse la plebe; eroe se l'armadura e la fierezza non disconvenissero al successore del pacifico pescatore di Galilea. Luigi XII scende a vendicare Carlo VIII, e Giulio riesce a respingere i Francesi, e difende anche una volta l'indipendenza italiana. Dicea voler «riunire la comune patria sotto un solo padrone, e questi debbe essere perpetuamente il pontefice romano. Ma mi affanna il pensiero che non potrò arrivarvi per i gravi anni che mi ritrovo; e mi strazia l'idea di non poter compiere tanto per la gloria d'Italia, quanto ne sente il mio cuore»[288].

Ma quando il vediamo obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro del cannone, comprendiamo di versare in un'età troppo differente da quando una parola di Gregorio VII bastava a trarre i re umiliati, dal cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel castello di Canossa. E di Giulio non è male che non dicano il Guicciardini, il Budeo, Erasmo, Hutten[289] e la turma seguace. Ma chi al pari di lui suntuoso nello spendere? Abbellisce la chiesa de' Santi Apostoli; fabbrica un palazzo presso San Pietro in Vincoli; ingrandisce il Museo, collocandovi capolavori e una stamperia; fa la via Giulia e la via de' Banchi colla fontana iscritta «Italia liberata», e colà la zecca ove si battono i giulj. Dell'antica ricchezza di fontane a Roma non restando che l'Acqua Vergine, egli ne conduce un'altra al giardino del Vaticano, e su quel colle mette le fondamenta della più vasta chiesa del mondo, abbattendo l'antica basilica piena di sacre memorie[290] per eriger la nuova con inarrivabile magnificenza. Michelangelo presume a centomila scudi il valore della sua tomba, «Te ne darò dugentomila» dic'egli, e la vuole la più insigne opera del mondo; rifabbrica e munisce Civitavecchia ed Ostia, il castello ornandone con nobili pitture, come l'altro di Grottaferrata. Insomma, Carlo Fea potè sostenere che da lui più che da Leone X dovesse intitolarsi quel secolo.

Quanto all'ecclesiastico, non fece cardinali di case ricche, e pubblicò una famosa costituzione contro le elezioni simoniache. Nel conclave anch'egli avea preso impegno d'unire un concilio fra due anni, ma poichè altre occupazioni il distraevano, i cardinali Borgia, Carvajal e Briçonnet, stuzzicarono il re di Francia a raccoglierlo. Strano scambio di parti si offerse allora: il capo della Chiesa combattere colle armi mondane; il re di Francia torcer contro di lui le armi spirituali. Convocati a Orleans poi a Tours (1510) i prelati del suo regno, Luigi XII posò loro delle domande, a cui risposero che il papa non avea diritto di fare guerra a principi stranieri; che questi, per riparare un'ingiusta aggressione, poteano anche invadere per qualche tempo le terre della Chiesa, e ricusare obbedienza al papa nemico, per difendere i loro diritti temporali; che negli affari ecclesiastici bastava attenersi al vecchio gius canonico, e non fare caso delle censure pontifizie (settembre 1511).

Accordatisi anche con Massimiliano, imperatore eletto di Germania, i cardinali indissero un concilio a Pisa, come necessario a reprimere questo papa sfrenato, contro le cui censure protestavano anticipatamente. Si pensi in quali furie ne montò Giulio II! e manifestò al mondo che solo le contingenze politiche aveanlo impedito dal convocare il sinodo, ma l'aprirebbe a Roma il 1 aprile 1512. I prelati di Francia s'accorgeano d'essere meri stromenti alla politica ed animosità del re; pure, sempre ligi al potere, il secondavano, ma trovaronsi quasi soli allorchè a Pisa fu aperto il concilio ai 5 novembre, protestando non separarsi finchè non fosse compiuta la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, e ristabilita la pace in Europa. Intanto, calcando le orme del concilio di Basilea, cercavasi ripristinare nella Chiesa il governo aristocratico, e si confermava il decreto di Costanza che riconosceva superiore il concilio al papa.

Così, pur professando riverenza al pontefice, minacciavano di rinnovare il grande scisma. Ma scarso assenso trovavano. De' prelati di Germania nessuno venne, malgrado le istanze di Massimiliano, il quale mandava circolari querelando che dalla nazione germanica ogni anno si smungessero ingenti grosse somme per alimentare il lusso della Corte di Roma, e che il concilio avrebbe, come il potere, così la volontà di porvi rimedio. I più consideravano il sinodo come un conciliabolo; il popolo pisano accoglieva a fischi i prelati; i Fiorentini mal soffrivano di tenersi in paese quel seme di zizzania, onde si dovette trasferirlo a Milano. Qui pure l'opinione popolare lo avversava; se que' prelati entrassero in una chiesa, sospendeansi i sacri riti; ed essendo in quel tempo, alla battaglia di Ravenna, caduto prigioniero de' Francesi il cardinale De' Medici, che poi fu papa Leone X, gli uffiziali affollavansi a implorare gli assolvesse d'avere guerreggiato il papa, e lasciasse dare sepoltura ecclesiastica ai loro camerata, cascati combattendo.