Fra ciò le sorti della guerra mutavansi; l'esercito pontifizio, sostenuto dagli Svizzeri, snidava i Francesi dalla Romagna e gli assaliva in Lombardia, sicchè i prelati migrarono da Milano ad Asti, poi a Lione, e sebbene continuassero a intitolarsi concilio ecumenico, altro non fecero che domandare sussidj al clero francese.
Giulio II non solo avea rejetto ogni accordo col conciliabolo, ma depose e scomunicò i cardinali disobbedienti, e pose all'interdetto tutta la Francia, e particolarmente Lione. Poi al 10 maggio aperse il concilio in Laterano, ove convennero dapprincipio quindici cardinali e settantanove vescovi, cresciuti poi a cenventi, quasi tutti italiani. Le cinque sessioni tenutesi da vivo Giulio II, limitaronsi a riprovare il conciliabolo.
Leone X, appena succeduto papa, fece allestire appartamenti in Laterano volendo egli stesso assistere alle discussioni del concilio, e quando, al 6 aprile 1513, aperse quivi la sesta sessione, esortò sovratutto a rimettere pace fra i principi cristiani, e promise non chiuderlo finchè l'opera non fosse compiuta. Anche Luigi XII, che per astio contro Giulio II aveva accolto gli errabondi padri del conciliabolo di Pisa, ora «vinto dall'importunità di sua moglie e dalle rimostranze de' sudditi ch'essa suscitava d'ogni lato», cessò di favorirli, e aderì al sinodo lateranense, al quale i capi dello scisma vennero a chiedere perdono e l'ottennero.
Come in ogni concilio, così in questo, eravi una commissione per la riforma, e si propose espresso di correggere molti abusi, e ricondurre alla primitiva osservanza de' canoni[291]. Nell'apertura, frate Egidio Canisio da Viterbo, famoso predicatore, esclamava: «Chi può vedere senza lacrime la corruttela e i disordini del secolo malvagio nel quale viviamo, il mostruoso sregolamento che regna ne' costumi, l'ambizione, l'impudicizia, il libertinaggio, l'empietà trionfare nel luogo santo, da cui questi vizj dovrebbero essere sbanditi per sempre?»
Nella nona sessione, Antonio Pucci magnificava l'eccellenza della Chiesa, perchè maggiore apparisse il dovere di ridurla alla pristina purezza; e tutti, ma egli maggiormente deplorare che a ciò si opponessero le nimicizie de' principi cristiani: i quali rigurgitanti di denaro, di popolazione, d'armi, di vigore, di genio, non sapeano adoprarli che a sovvertire il mondo con ostilità reciproche, invasioni, correrie, saccheggi, incendj, uccisioni d'innumerevoli adoratori di Cristo. «O cuori affamati dei re, non mai satolli delle innocenti viscere de' popoli! o terra sitibonda, abbeverata da un rivo fumante di cristiano sangue! o cieca rabbia dei demonj, non calmata dagli innumerevoli micidj umani! Da vent'anni, cinquecentomila cristiani furono sgozzati di spada e ancor n'avete fame? e ancor sitite sangue?» Male ben peggiore dichiarava l'essersi provocata la collera di Dio con tante colpe; nè potere sopirsi la guerra esterna finchè non fosse tolta l'interiore de' vizj: «Vedete il secolo, vedete i chiostri, vedete il santuario; quali enormi abusi a correggere! Dalla casa di Dio bisogna cominciare, ma non fermarsi là»[292].
I decreti di quel concilio furono tanto prudenti quanto rigorosi. Non elevare al sacerdozio se non persone d'età piena, di costumi esemplari, e studiose. Il concilio, risoluto a una riforma universale e a smorbare il campo del Signore e promuoverne la coltura, non dissimula che ogni giorno riceve lamentanze contro le estorsioni degli offiziali della curia romana, e perciò vuole si moderino le tasse, gli emolumenti, le regalie, i proventi, rimettendosi alle antiche consuetudini e alla istituzione primeva degli uffizj[293].
Domandato venissero tolti agli Ordini mendicanti i privilegi accumulati nella bolla Mare Magnum, non si osò, ma fu imposto che neppure essi potessero predicare se non esaminati prima dal loro superiore con tutta coscienza, e trovati idonei per costumatezza, età, dottrina, probità, prudenza ed esemplarità[294]. Non si predichino superstizioni o rivelazioni; non si dipingano fatti immaginarj, ma l'evangelica verità e la sacra scrittura giusta la interpretazione dei dottori, approvata dalla Chiesa o dall'uso diuturno, senza aggiungere cosa contraria o dissonante[295]. I maestri non insegnino solo i classici, ma anche i precetti divini, gli articoli di fede, gli inni, i salmi e le vite dei santi.
Furono condannati i filosofi, che dicono l'anima esser mortale e una sola in tutti gli uomini, mentre Clemente V nel concilio di Vienna proferì che «l'anima è veramente ed essenzialmente la forma del corpo umano; che essa è immortale e molteplice secondo il numero de' corpi ne' quali è infusa». Pertanto il pontefice esortava i professori a non agitare vane quistioni sulla natura dell'anima, e dimostrarne l'immortalità anche secondo i principj scientifici; più della filosofia platonica, si studii la teologia; solo chi questa conosca entrerà nel sacerdozio, ove poi si deve vivere sobrj, casti, pii, astenendosi non solo dal male, ma dalle apparenze. La casa de' cardinali sarà un porto e un ospizio a tutti gli uomini dotti e probi, a' nobili e onesti poveri: semplice, frugale la loro tavola; non lusso nè avarizia; pochi servi e vigilati, castigandone i disordini, ricompensandone la morigeratezza. I sacerdoti in servizio non s'adoprino a ministeri abjetti. A quei che vengono a sollecitare impieghi non badino, bensì a quei che chiedono giustizia; sempre disposti a sostenere la causa del povero e dell'orfano. Hanno parenti bisognosi? È giusto soccorrerli, ma non a spese della Chiesa. I vescovi facciano eseguire gli ordini del concilio, e almeno ogni tre anni tengano sinodi diocesani per decidere de' casi di coscienza e delle controversie. Risiedano nella loro diocesi, o se ne affidarono l'amministrazione a persone probe, la visitino almeno ogni anno per riconoscerne i bisogni e sindacare i costumi del clero. Morendo non dimentichino che la Chiesa da essi amministrata ha diritto alla loro riconoscenza: e vogliano modesti funerali, giacchè il bene che lasciano appartiene ai poveri[296].
Fra altri punti vi si trattò di uno, tanto nuovo quanto importante, la stampa; la forza più potente e lo stromento più formidabile, dopo la parola, che Dio ponesse a disposizione dell'uomo. I papi ne aveano favorito la diffusione, come dicemmo, e Alessandro VI (Inter multiplices) riconosceva «sommamente utile che quanto concerne le sane cognizioni e la sana morale sia messo in luce mediante caratteri e lettere che fissano la verità in modo da porla sotto gli occhi degli uomini più lontani nel tempo e nello spazio». Ma presto e letterati e principi si accorsero che, quanta edificazione, tanto pericolo potea venirne alla fede, al costume, all'onoratezza. Pertanto il concilio decretò: «La stampa, per favore divino perfezionatasi ai nostri giorni, è opportunissima a esercitare gl'intelletti, e formare eruditi, de' quali godiamo che abbondi la Chiesa. Pure udiamo lamentare che molti imprimano opere, contenenti errori e dogmi perniciosi, e ingiurie a persone anche elevate in dignità; di modo che i libri, invece di edificare, guastano e la fede e i costumi. Affine dunque che un'arte felicemente trovata a gloria di Dio, a incremento della fede ed a propagazione delle scienze utili, non divenga pietra d'inciampo ai fedeli, e volendo che essa prosperi tanto più, quanto più vigilanza vi si apporterà, stabiliamo che nessuna opera si pubblichi se prima non sia riveduta dal maestro del sacro palazzo o dai vescovi, che vi metteranno la propria firma gratuitamente e senza indugio». Erano ripari che una barbarie mascherata doveva poi spezzare, per lasciar le verità più venerabili come i diritti più sacri in balìa alle codarde speculazioni d'una ciurma vilissima, sicchè un pontefice dovesse esclamare: «Siam compresi d'orrore nel vedere da quali mostruose dottrine, anzi da quali portentosi errori ci troviamo inondati per quel diluvio di libri, d'opuscoli, di ogni genere scritti, la cui deplorabile eruzione sparse l'abominazione sulla faccia della terra»[297].
Intanto Leone X a Bologna (1515) con Francesco I conchiudeva un concordato, che derogava molti privilegi che la Corte francese pretendeva nelle elezioni de' prelati secondo la prammatica sanzione; concordato che, come nuovo trionfo della Chiesa romana, subito venne approvato dal concilio Lateranese.