Rinnovatrice del sacro romano impero, che, nella comune soggezione alla legge divina, dovea combinare le due potestà; antemurale all'invasione dell'Islam; cultrice della morale eterna, la santa sede avea potuto salvare dalle regie libidini l'inviolabilità del matrimonio e la dignità della famiglia; consolidare la sacerdotale disciplina, sdruscita dal contatto e dalla mistura coi signorili interessi, derivante dalla feudalità: ma dal costituire sovra base solida e riconosciuta le relazioni fra Stato e Stato, e fra lo Stato e la Chiesa fu impedita dalla gerarchia feudale, dalle comunali oligarchie, dalle consuetudini nordiche dominanti. Restava dunque nell'attuazione esterna difettivo quel cristianesimo applicato, onnipossente nella vita, profondamente umano, fautore dell'arte, affettuosamente comunicabile, amico della povertà, dell'obbedienza, della fedeltà, che nel mondo riconosce il governo della providenza, ispira agli uomini fiducia degli uni negli altri e in Dio, credendo che il cibo mortale possa convertirsi in pane e vino d'eterna vita.

La Chiesa non soffogava l'attività del pensiero e l'esercizio della ragione, ma tutelava i dogmi, e ben presto si conobbe che con quelli tutelava la verità e il diritto. Però di tutte le istituzioni è nemica inevitabile la diuturnità: dell'antica civiltà che il cristianesimo avea sanata, dimenticaronsi gli sconci, e parve bello il ritornarvi; il dogma tenne saldo, ma l'autorità non bastò a impedire le evoluzioni sociali, e dall'età credente si passò all'età politica, per quanto Roma avesse cercato ostarvi coll'accentrare i suoi poteri.

Ora sulla cattedra di san Pietro sedeva Leon X, rampollo di famiglia mercadante, ricchissima, abituata allo spendere largo, alle splendidezze, a proteggere le scienze, le lettere, egli stesso, scolaro del Poliziano, del Calcondila, del Bolzani, nel fiore degli anni, colto, amabile, agognante alle voluttà dello spirito, e a vedersi attorno faccie contente, e udire da tutti acclamare la beatitudine del suo tempo. Pel suo ingresso si spendono centomila scudi in addobbare le vie; altrettanti in sussidj ai poveri. Avvezzato alle Corti e ai campi, male si rassegna al contegno ecclesiastico: sconcerta il suo cerimoniere uscendo senza rocchetto e talvolta fino in stivali; Cervetri e la villa Magliana sul Tevere lo vedono a cavallo cacciare per giornate intere, a pescare Bolsena; ogni anno chiama da Siena la compagnia comica dei Rozzi per rappresentare commedie; fa musica, e accompagna a mezza voce le arie: tiene per convivi abituali un figliuolo del Poggio, un cavaliere Brandini, un frà Mariano che in un boccone inghiotte un colombo, e sorbe fino quaranta ova: altri buontemponi che inventano celie e piatti bizzarri, e che sopportano qualunque tiro dal papa e dai suoi: ad un fiorentino de' Nobili, detto il Moro, «gran buffone e ghiotto e mangiatore più che tutti gli altri uomini, per questo suo mangiare e cicalare il papa avea dato d'entrata d'uffizj per ducento scudi l'anno» (Ser Cambi). Sopra cena, tratteneva sei o sette cardinali dei più intimi, coi quali giocare alle carte, e guadagnasse o perdesse, gettava manciate di fiorini agli spettatori.

Ama le lettere, ma invece di rispettarle come matrone, le accarezza come bagasce; dichiara arcipoeta Camillo Querno improvisatore, gran mangiatore, gran bevitore, che gli si era presentato col poema dell'Alessiade di ventimila versi, e di sue lepidezze gli ricreava la mensa. Vede alcuno preso da vanità? Esso gliela gonfia con onori e dimostrazioni, finchè divenga il balocco universale, come avvenne col Tarascon suo vecchio secretario, cui fece persuaso fosse improvisamente divenuto gran musicante, onde si pose a stabilire teoriche stravaganti, e finì pazzo. Così il Baraballo abbate di Gaeta a forza di encomj fu indotto a credersi un nuovo Petrarca, e Leone volle incoronarlo; e fattolo mettere s'un elefante donato da Emanuele di Portogallo, con la toga palmata e il laticlavio de' trionfanti, lo mandò per Roma, tutta in festa e parati, e non guardossi a spese acciocchè il poetastro salisse in Campidoglio ad onori che l'Ariosto non ottenne. Altre beffe usava a Giovanni Gazzoldo, a Girolamo Britonio poeti, all'ultimo de' quali fece applicare solennemente la bastonata per avere fatto de' versi cattivi.

Questi e simili spassi del papa sono descritti da Paolo Giovio vescovo di Nocera, con un'ilarità, che anch'essa è caratteristica in un prelato; com'è notevole la conchiusione a cui riesce, cioè ch'essi sono degni di principe nobile e ben creato, sebbene gli austeri li disapprovino in un papa.

A quel tipo informavasi la Corte. Il cardinale Bibiena si fece fabbricare sul Vaticano una villetta, dipinta voluttuosamente da Raffaello; sovrantendeva alle splendidezze della Corte, ai carnasciali, alle mascherate; persuase il papa a fare rappresentare la Mandragora del Machiavelli e la propria Calandra, alle cui scene da postribolo assistevano Leone in palco distinto[300], Isabella d'Este e dame delle più eleganti d'Italia. Chi pari a costui per trarre a far pazzie i meglio assennati?[301]. Si congratulava che Giuliano De' Medici menasse a Roma la principessa sua moglie, e «la città tutta (dice) or lodato sia Dio, che qui non mancava se non una Corte di madonne, e questa signora ce ne terrà una, e farà la Corte romana perfetta»[302].

Accanto a loro, monsignore Giovanni Della Casa componeva capitoli di mostruosa lubricità, e domandava il cappel rosso non per le virtù proprie, ma «in mercè della perpetua fede e della sincera ed unica servitù che avea sempre dimostrata ai Farnesi». E questi, e il Bembo[303], e il cardinale Ippolito d'Este, e tropp'altri ostentavano figliuoli.

Così la società ecclesiastica scherzava coll'irruente scetticismo, nè accorgevasi di scavare l'abisso sotto i proprj piedi; non volevasi che nessuna apprensione turbasse le feste dell'arte, siccome i Coribanti attorno a Giove danzavano perchè non se n'udissero i vagiti; e l'autorità credeva attingere forza dalla bellezza, appoggiandosi a Rafaello e Michelangelo, all'Ariosto e al Bembo.

Tipo di quel raffinato epicureismo e di quel paganizzamento della coltura, che altrove imputammo al suo tempo, Leone X nel fulgore del bello offuscava il sentimento del giusto. «Avendo l'Ariosto fatto libri in lingua e verso vulgari, col titolo d'Orlando Furioso, in maniera scherzevole, ma con lungo studio e riflessione e molte veglie attesa la splendidezza del suo ingegno, e la devozione verso la sua famiglia», trova bene ch'e' se n'assicuri il guadagno, e possa altre volte pubblicarlo migliorato[304]: sicchè minaccia di scomunica chi ristampasse quel poema, del quale accetta la dedica, come dell'Itinerario di Rutilio Numaziano, uno degli ultimi pagani accanniti contro il nascente cristianesimo; aggradisce le annotazioni d'Erasmo al Testamento Nuovo, che poi furono messe all'Indice, e la dedica del libro di Hutten sulla donazione di Costantino, dal quale Lutero disse avere attinto tutto il suo coraggio; e concede ad Aldo Manuzio il privilegio per la stampa delle costui insolenti Epistolæ obscurorum virorum.

Quell'idolatria pel bello e per una letteratura tutta di sensi non di spirito, era secondata da tutta la Corte. Quando recitava versi l'unico Accolti, chiudeansi le botteghe di Roma: quando nel giardino di Tito si disotterrò un gruppo, che il Sadoleto riconobbe tosto pel Laocoonte, descritto da Plinio, sonarono tutte le campane, e fu tratto per Roma con cerimonie serbate ad auguste reliquie, fra ghirlande e musiche e canti di poeti. Guerrieri e artisti, prelati e principi, cortigiane e santi concorreano a porgere occasione di feste. Giovanni Coriccio, ogni giorno di sant'Anna teneva in sua casa una gara di poeti, in lode di questa santa, di sua figlia e di Cristo. L'Ariosto si rallegrava perchè in quella Corte