al Bembo, al Sadoleto, al dotto

Giovio, al Cavallo, al Blosio, al Molza, al Vida

Potrà ogni giorno e al Tibaldeo far motto[305].

Ivi Paolo Giovio, bugiardo gazzettiere de' fatti contemporanei, e il Valeriano indagatore de' fasti egizj: ivi il Castiglione e il Della Casa, precettori di belle creanze. Celio Calcagnino scriveva latino e greco, leggeva nell'originale Omero e i profeti, e sosteneva che il cielo è fermo e la terra si muove. Teseo Ambrogio dei conti d'Albonese, canonico di San Giovanni Laterano, parlava il greco come Musuro di Creta e il latino come Erasmo, oltre che da solo apprese tutte le altre lingue, e seppe servirsene cogli accorsi al concilio di Laterano; insegnò il caldeo a Bologna, e da quella lingua tradusse la liturgia orientale; meditava una grammatica poliglotta, e preparò molti lavori, che andarono poi dispersi nel sacco di Roma.

Leone manda Fausto Sabeo, detto cacciatore di libri, a rintracciarne nelle badie di Francia, di Germania, di Grecia, al qual uopo spedisce pure in Germania e in Danimarca Giovanni Heytmers, e nelle provincie venete il Beazzano: lodi e privilegi dà a Francesco de Rossi ravennate, che andò a raccoglierne di greci ed arabi in Oriente e specialmente nella Siria[306]: paga cinquecento zecchini un manuscritto di Tacito, più completo di altro ch'erasi stampato a Milano, e promette larga cortesia a chi gli porterà opere antiche inedite: fonda un collegio greco coll'opera di Demetrio Lascari, Benedetto Lampridio e Favorino.

Sono ricordate ricche biblioteche dei cardinali Sadoleto, Bembo, Pio da Carpi, dov'era il Virgilio riveduto nel secolo V dal console Rufo; del Grimani, il cui breviario oggi è il giojello della Marciana di Venezia. Il Chigi, appaltatore delle miniere d'alume e protettore di Rafaello, aveva montato una stamperia, preseduta dal Lascari, donde uscirono le tragedie di Sofocle, gli Scolj d'Omero, gli opuscoli di Porfirio, il Tolomeo, il Pindaro, il Teocrito, ed altre edizioni oggi ancora apprezzatissime.

L'italiano ormai s'adoprava generalmente invece d'un latino, che stomacava i bongustai, dacchè eransi studiati i classici. Personaggi abili alle meditazioni filosofiche quanto alle fantasie poetiche, maneggiavano l'analisi e il calcolo come il dibattimento e gli affari; e a tutte le conquiste della filologia e delle scienze univano un gusto squisito. Roma era insomma il centro della civiltà, e a buon dritto lo Zanchi poteva cantare:

Omnia romanæ cedunt miracula terræ,

Natura hic posuit quidquid ubique fuit.

Vero è bene che gli studj ecclesiastici erano assai meno careggiati che i letterarj; e lo stesso cardinale Pallavicini imputa Leone X d'averli negletti; pure nel ruolo dell'archiginnasio romano, pubblicato da monsignore Gaetano Marini, bella parte tiene la teologia con professori illustri e ben retribuiti; da Leone fu fatto stampare il Pagnini; a lui è dedicata la Bibbia poliglotta del cardinale Ximenes; a lui la grammatica ebraica di Guidacerio calabrese, a lui la traduzione dall'arabo della filosofia mistica d'Aristotele per Francesco Rosi ravennate; a lui tre opere di Paolo di Middleburg, di Basilio Lapi, di Antonio Dulciati sulla riforma del calendario: nella reggia stessa di Leon X troviamo un cardinale Cajetano, teologo de' più profondi; un Egidio, ch'egli andò a cercare in una selva di Viterbo per decorarlo della porpora, un Paolo Emilio Cesio, che diceva essere meglio mancare del necessario che lasciare soffrire gli altri; un Bonifazio Ferreri di Vercelli, che eresse a sue spese un collegio a Bologna; il Sadoleto che spesso loderemo; il Giberti, sornomato padre de' poveri e de' letterati.