Che se Leone bacia l'Ariosto e festeggia il Bibbiena, indica però al vescovo Vida il soggetto della Cristiade; col Sannazzaro, cantore del Parto della Vergine, si congratula perchè possa riuscire un David che colpirà Golia; riconosce l'attitudine del veronese Flaminio, e lo fa studiare, sicchè poi verseggiò in latino i salmi ben meglio del francese Marot.
Anche i sommi artisti venivano adoprati a fare santi e madonne, erigere ed ornare chiese. Michelangelo, vigorosa individualità, gemente sulle miserie del suo tempo, e voglioso di «non vedere, non udire finchè duravano il danno e la vergogna», ribellasi alle tradizioni accademiche, e vuol ogn'opera sua riesca singolare, originale; nudi che affrontano il pudore, sibille virili, profeti ideali, la maggiore cupola del mondo, la sublimità della scultura nel Mosè. Sebastiano del Piombo ritraeva sentitamente la santità; a un punto inarrivabile d'espressione e di bellezza era sorta la pittura con frate Angelico, e con Raffaello, che, per ordine di Giulio II, nella stanza della segnatura dipinse un grandioso poema, la vita intellettuale nelle sue quattro manifestazioni di teologia, filosofia, poesia, giurisprudenza; nella prima sovratutto esprimendo l'apoteosi del Corpo di Cristo, circondato da quanti furono più insigni conoscitori e maestri della scienza divina; e fu Leone X stesso che gli commise il giudizio di Leone III, la coronazione di Carlo Magno, la rotta dei Saraceni a Ostia, il miracolo di Bolsena, l'incendio di Borgo. Avesse voluto divenire cardinale, avesse voluto sposare una nipote di cardinale, Rafaello il poteva: ma in verde età morì, e nel testamento lasciava mille scudi onde celebrare dodici messe l'anno per l'anima sua; lascito assicurato sopra una casa in via de' Catinari, che esistette fino al 1805, quando, nelle vicende consumato il capitale, essa fu ricostruita.
Oltre che questi artisti erano solenne protesta contro la riforma iconoclasta de' Tedeschi, ci provano che non mancavano nè studj serj, nè sentimento religioso. Di Leon X vedemmo le cure date al concilio e alla riforma della Chiesa: s'applicò a spegnere gli avanzi degli Ussiti in Boemia; propagava il cristianesimo fra gli ancor barbari Moscoviti; cercava revocare dallo scisma i Maroniti e gli Abissini; fondava nuove chiese in America; il lungo e indecoroso litigio sui Monti di Pietà, se fossero usura od opere di misericordia, terminò dichiarando non vedervi nulla d'illecito od usurario; introdusse la commovente liturgia della settimana santa nel palazzo pontifizio. Con limpida integrità conferiva i benefizj, raccomandando a' suoi favoriti non lo inducessero a concedere grazie di cui dovesse pentire e vergognare, e piuttosto ai supplicanti soddisfaceva colla propria borsa. Sobrio sempre fra tante squisitezze, fra poeti e naturalisti che celebravano, e cuochi che raffinavano le leccornie della sua mensa, astenevasi da carni il mercordì, al venerdì mangiava solo legumi e verdura, al sabato lasciava la cena, sempre beveva solo acqua. Ce lo attesta il Giovio, che nel lodarlo ne infamò i costumi[307], mentre Lutero, suo gran denigratore, non trovava da appuntarli.
Quando si crede vivamente, confondesi la pietà coll'entusiasmo del bello; ma più non si era a quelle credenze ingenue, e Leone, abbagliato dallo splendore del bello, credette che l'immaginazione e il cuore abbiano tanta parte nell'intelligenza umana quanto la ragione: pensò forse quel che altri sostennero, che la poesia e l'arte in teodicea valgano più che la filosofia; colle dignità ecclesiastiche retribuiva non insigne zelo ed esemplare bontà, ma spesso l'ingegno, comunque applicato. S'avventurò ad una politica di capriccio, senza concetti elevati; come un nuovo ricco sprecò nella pace i tesori accumulati da Giulio II in mezzo alle guerre, ne cercò di nuovi col vendere indulgenze, o coll'imporre tasse gravose; impegnò le gioje di San Pietro, vendette le statue dei dodici apostoli regalategli dall'Ordine teutonico: nominò ad un tratto trentun cardinali, fra cui due figli delle sue sorelle Orsini e Colonna, mentre da un pezzo si avea cura di non crescere con dignità la potenza pericolosa di quelle famiglie; inventò tante cariche da vendere, che a quarantamila zecchini elevò le spese annue della Chiesa; e tutto avea consumato quando morì.
E morì in fresca età, e corse un epigramma che diceva lui non avere presi in quell'estremo i sacramenti, perchè gli avea venduti[308]. Non esageriamo coi detrattori, ma neppure accettiamo certe apologie[309], di cui troppo si compiacquero alcuni nostri contemporanei per ricolpo al calunnioso vilipendio dei padri nostri. Buon signore, papa e principe non lodevole, potea stare su qualunque trono più competentemente che su quello di Roma; potea succedere al magnifico Lorenzo, non a Pietro Bariona; vedendo nella santa sede non una cattedra ma un trono, non un faro per illuminar il mondo, ma un piedistallo alla personale grandezza; meno pronto a richiamare i traviati al Calvario, che ad invitare le divinità dell'Olimpo ad esilarare il Vaticano.
E questa reviviscenza del paganesimo cercò realizzarsi durante la vacanza. Scoppiata peste furiosa, la più parte de' cardinali fuggirono di Roma, dove il guasto era cresciuto dal disordine che suol gittarsi durante l'interregno: e il popolo sbigottito rompeva alle violenze. Un tale Demetrio spartano volle rinnovare cerimonie della superstizione antica, e coronato un bove, e legatogli un sottile filo alle corna, lo condusse per Roma, poi nell'anfiteatro lo sagrificò. Non era che una delle ciarlatanerie, ripullulanti ne' grandi disastri, e costui secondava l'andazzo col ridestare memorie gentilesche; ma altri vollero vederci operazioni magiche e culto ai demonj; sicchè il popolo, temendo non ne restasse aggravato il male pubblico, volle solenni espiazioni: e a folla uomini e fanciulli mezzo nudi passavano in processione da Chiesa a Chiesa flagellandosi e gridando misericordia, seguiti da lunghissime file di matrone, con ceri alla mano, anch'esse piangenti e supplicanti.
Quasi per contrapposto ai colti epicedj de' suoi cortigiani, uno di quei predicatori popolari e grotteschi che dicemmo, frà Callisto da Piacenza, ch'era de' meglio lodati, sermonando a Mantova il 1537 sul testo Seminastis multum et intulistis parum, prorompeva: «Povero papa Leone, che s'aveva congregato tante dignitadi, tanti tesori, tanti palazzi, tanti amici, tanti servitori; e in quell'ultimo passaggio del pertugio del sacco, ogni cosa ne cadde fuori, e solo vi rimase frate Mariano, il quale per essere leggero (ch'egli era buffone) come una festuca, rimase attaccato al sacco. Arrivato quel povero papa al punto di morte, di quanto e' s'avesse in questo mondo nulla ne rimase, eccetto frate Mariano, che solo l'anima gli raccomandava dicendo, Ricordatevi di Dio, santo padre; e il povero papa, in agonia constituto, a meglio che potea replicando dicea, Dio buono, o Dio buono! e così l'anima rese al suo Signore. Vedi se egli è vero che qui congregat merces, ponit eas in sacculum pertusum».
DISCORSO XIV.
I TEDESCHI A ROMA. ERASMO.
Ad ammirare questa splendida Roma, questo magnifico pontefice, questo secolo d'oro, questa terra prediletta dalla natura[310], venivano persone d'ogni paese; vi venivano dotti e curiosi, suntuosi e devoti; chi aspirava a benefizj o ad onorificenze; chi volesse venerare le reliquie di libere civiltà antiche, o quelle de' martiri; chi inebriarsi de' godimenti, od ottenere perdonanza di gravi peccati. Nessuno considerava compiti i suoi studj, se non li coronava con un viaggio in Italia, dove assisteva alla restaurazione delle arti per mezzo dell'imitazione, agli incrementi della scienza per opera del Mattioli, del Cesalpino, dell'Aldrovandi, esploratori della creazione materiale, del Fracastoro, del Falopio, dell'Eustachio, creatori dell'anatomia, fra i concittadini del Colombo, del Cabotto, di Americo Vespucci. E tutti, ma principalmente i Tedeschi, stupivano di quella libertà nella discussione, dello scherzo, del dubbio su punti, altrove venerati in silenzio; del vedere in vulgare insegnata la scienza, e fino tradotti i libri santi.
La Germania colla sua conversione aveva contribuito grandemente a consolidare il primato papale: indi col rivoltarsi contro Enrico IV aveva ajutato ad effettuare il robusto concetto di Gregorio VII. Ma poi, dal continuo mescolarsi di essa nelle vicende italiane era stata acuita la naturale antipatia delle istituzioni e delle nature germaniche contro le latine; e i nostri odiavano i Tedeschi come prepotenti, essi disprezzavano noi come fiacchi, e nella superiorità dell'ingegno non voleano riconoscere altro che furberia e mala fede.