La Germania strillava che tanto suo denaro fluisse a Roma[311], e viepiù dacchè questa, postasi a capo della resistenza contro i Turchi, di nuove imposte e decime doveva gravare per imprese che poi non sempre si assumevano, non riuscivano a prospero fine. Enea Silvio Piccolomini, che fu poi papa, ebbe a vergare molte lettere in proposito scusando i papi per questa necessità di tener fronte al nemico comune: ma la dieta d'Augusta nel 1510 levò alte querele sopra le esigenze pontifizie, minacciando una generale rivolta contro il clero, se non vi si riparasse.

Lo spirito latino che riunisce, e il germanico che separa, aveano lottato incessantemente: e mentre quello avviava all'unità giuridica, politica, religiosa, attuata anche nell'istituzione dell'Impero, questo tendeva a separare, sia nei feudi, o nei Comuni, o nelle minute signorie; e già pensava farlo nella religione, reluttando alla primazia papale e all'accentramento romano. Che se l'opposizione religiosa in Italia era ironica, beffarda, scettica, negava ma sottometteasi; in Germania all'incontro procedea positiva, credente, collerica, e non proponevasi solo di restaurare, ma di demolire per rifabbricare. Ai nostri spettava il merito d'aver disonnato la ragione col pensiero, colla libertà dell'arte, collo studio dei classici; ma la Germania, dotata della curiosità scientifica, non del sentimento della bellezza formale, apponeva ai nostri di cercare il risorgimento letterario, non il filosofico; sprezzava l'arte italica, quanto gl'Italiani vilipendevano la scienza tedesca: infelice divorzio, per cui questa inarridì a segno da parere destituita d'ogni applicazione vitale, mentre la letteratura nostra riducevasi a un trastullo, a uno svago dello spirito. Nè aveano torto i Tedeschi quando la appuntavano di scostumata, e Puyherbault diceva[312]: «A che buoni cotesti scribacchianti d'Italia? Ad alimentare il vizio e la mollezza di cortigiani azzimati e di donne lascive; a stimolare le voluttà, infiammare i sensi cancellare dalle anime quanto v'ha di virile. Di molto siamo debitori agli Italiani, ma da loro togliemmo anche troppe cose deplorabili. I costumi di colà sentono d'ambra e di profumo; le anime vi sono ammollite come i corpi; i libri loro nulla contengono di gagliardo, nulla di degno e potente, e piacesse a Dio avessero tenute per sè le opere loro e i loro profumi! chi non conosce Giovan Bocaccio, Angelo Poliziano, il Poggio, tutti pagani piuttosto che cristiani? A Roma Rabelais immaginò il suo Pantagruele, vera peste de' mortali. Che fa costui? Qual vita mena? Tutto il giorno a bere, fare all'amore, socratizzare; trae al fiuto delle cucine, lorda d'infami scritti la miserabile sua carta, vomita un veleno che lontano si diffonde in ogni paese, sparge maldicenze e ingiurie su ogni ordine di persone, calunnia i buoni, dilania i savj; e il santo padre riceve alla sua tavola cotesto sconcio, cotesto pubblico nemico, schiuma del genere umano, tanto ricco di facondia quanto scarso di senno»[313].

E a Roma erano venuti a scuola quei che in Germania restaurarono gli studj classici; Rodolfo Agricola di Friesland, professore ad Eidelberga, che volle finir sua vita in un convento di Francescani; Lodovico Vives, vantato per acuto giudizio, come il Buddeo per ingegno. Ma molti vi moveano guerra arguta all'ignoranza de' monaci, o fossero umanisti come Erasmo, o cavalieri come Hutten.

Questo Ulrico di Hutten, tutto entusiasmo pel suo paese, fece suoi studj a Pavia; poi messosi soldato, qui scese con Massimiliano imperatore, fra le orde che passavano le Alpi ustolando agli ori de' nostri palazzi, agli argenti delle nostre chiese. Poeta e guerriero, portava sopra del morione l'alloro, di cui l'imperatore avealo donato con seicento zecchini; e indispettivasi contro quest'Italia, che ricusava d'essere tutta dell'imperatore tedesco. Mosso con questo per distruggere Venezia, lo aizzava contro quel popolo di rane, cui bersagliò in due poesie Marcus e De piscatura Venetorum, oltre una Epistola Italiæ ad Maximilianum. In un epigramma introduce l'Italia a dire ad Apollo: «Tre mi fanno la corte; uno pien di mala fede, l'altro di vino, il terzo d'orgoglio. Poichè m'è forza sottomettermi, dimmi qual giogo sia meno grave. — Il veneziano è perfido sempre, rispose Apollo: sempre orgoglioso il francese; il tedesco non è sempre ubriaco: a te la scelta».

Combattendo, cantando, amorazzando scorre l'Italia, cogliendo un morbo che gli costò spasimi e denaro. Fra Roma e Viterbo assalito da sei Francesi, li pose tutti in fuga benchè ferito, sul che scrisse un epigramma In quinque Gallos a se profligatos; sentendo a Roma beffare la Germania da sette giovani, li sfida tutti; fa un trattato storico sulla continua reluttanza dei papi verso gli Imperatori: nella Trinità romana per rendere odiosa la Corte pontifizia, sostiene che da Roma si riportano tre cose; mala coscienza, stomaco guastato, borsa smunta; che tre cose ivi non si credono, l'immortalità dell'anima, la risurrezione dei morti, l'inferno; che di tre cose vi si traffica, grazia di Cristo, dignità ecclesiastiche e donne.

Attaccò lite con Erasmo da Rotterdam, che rispose Spongia Erasmi adversus aspergines Hutteni: fece una Oratio ad Christum pro Julio II ligure pontifice; scrisse pure gli Apophtegmata Vadisci et Pasquilli de depravato ecclesiæ statu; ripubblicò il trattato del Valla contro la donazione di Costantino, e più tardi la bolla di Leone X contro Lutero con glosse interlineari e marginali mettendola in ridicolo, e fu detto il Demostene tedesco per le sue filippiche contro il papa. Più si divulgarono le sue Epistolæ obscurorum virorum, ove imprestava il linguaggio dell'ignoranza e i sofismi della malizia ai monaci con tant'arte, che molti non s'accorsero fosse ironia.

Giulio II, pontefice armato, non gli parve solo un'anomalia, ma un tiranno, un sarmato di folta barba, di capelli arruffati, di occhio fiero, di labbra incollerite; invoca un Bruto che ne liberi Roma[314]; ogni città che il papa prende, è un usurpazione ai diritti di Cesare; a Cesare spetta la dotta Bologna; a Cesare la città de' sette colli; a Cesare Parma e Piacenza, dove i suoi antecessori resero giustizia; a Cesare il governo temporale, lo spirituale a Cristo, a' suoi apostoli ed ai predicanti evangelici, che annunziano la dottrina di Cristo[315]. A Roma, centro del sapere e delle arti belle, asilo de' profughi di Grecia, palestra de' sapienti di tutto il mondo, ove dipingeasi la Sistina, ove adunavansi la biblioteca e il museo vaticano, non iscorge che una folata d'avvocati, di giuristi, di procuratori, di bollisti, che succhiano il sangue della Germania[316]: fra tanti cardinali e prelati non vede una figura tedesca, bensì fra' mulattieri, portacqua, mozzi di stalla: attorno alla fabbrica di San Pietro non trova a lavorare che due operaj, un de' quali zoppo[317]. Tant'è vero che ognun vede quel solo che vuol vedere. Ma egli se ne indigna, ed esclama: «Spezziamo i nostri ceppi, gettiamo via il costoro giogo», e la parola collerica, formulata in bei versi, tuona nella Germania, che risponde: «Spezziamo i ferri, sottraiamo il collo all'Italia, degenere, avvilita»[318] e gloriandosi di tale guerra, egli adotta per motto Lo osai (Jch hab's gewagt).

Di maggiore attenzione vuolsi onorare Erasmo di Rotterdam (1467-1536). Talento universale; non devoto ad alcuna teorica filosofica, pure di spirito filosofico, a questo accoppiava lo spirito comico, che adoprò a osteggiare di tutta forza la scolastica, ancora dominante in Germania, in contraddizione dell'altro insigne filologo Reuclin[319] volendo fondare una teologia ampia e illuminata. Coll'edizione de' Padri e della Bibbia e coi commenti a questa diede impulso all'interpretazione razionale delle sante scritture secondo il senso letterale; e se, per fare onta ai teologanti, dava importanza alla erudizione, questa diresse a intento pratico con libera indagine.

Più solita lode gli si dà di buon umanista. Talmente invaghito de' classici, che non avrebbe voluto altro parlare che il latino e il greco, trovando barbari tutti gli altri linguaggi; in Italia si astenne dall'imparare nemmanco le frasi più famigliari, tanto che ne corse pericolo della vita; disapprovava che ai fanciulli s'insegnasse il francese, idioma barbaro e strano, che scrive diverso da quel che pronunzia; rinunciò una cura in Inghilterra per non parlare inglese; neppure mai capì la favella di Basilea, dove fece sì lunga dimora.

A tacere le edizioni e i commenti di tanti autori, fra le opere precettive scrisse il Ciceroniano, per ribattere que' saccenti italiani, che non tolleravano nessuna parola se non usata da Cicerone; e mette in caricatura un di costoro, che da sett'anni non avea letto altro che Cicerone; nel suo studio teneva unicamente il busto di Cicerone; sigillava coll'effigie di Cicerone; in quattro enormi volumi avea registrate tutte le parole adoprate da Cicerone, tutte le diverse accettazioni di ciascuna, tutti i piedi e le cadenze con cui cominciano e finiscono i periodi di Cicerone; conchiude col lepido racconto dell'iniziazione d'un cittadino romano in un circolo di ciceroniani a Roma[320].