Enumerando i tanti dotti che conobbe in ogni parte di quest'Italia, dove Lutero non imbatteva che ignoranti e briaconi, dice avere, davanti a Giulio II, inteso un oratore fare una predica, in cui nominava Giove ottimo massimo che tutto muove colle sopraciglia, e paragonava il papa a Decio, a Curzio, ad altri che per la patria furono prodighi della vita; il meno che parlò fu della morte di Cristo, e le parole e i sentimenti applicò solo sull'autorità di Cicerone, e l'uditorio ammirò costui d'avere parlato così romanamente e ciceronianamente[321].

Già illustre in Germania, in Francia, in Inghilterra, Erasmo era venuto in Italia nel 1506: a Torino ottenne la laurea dottorale; rimase un anno a Bologna, dove ha potuto conoscere Alessandro Farnese, Ottone Tuchses, Stanislao Oslo, Cristoforo Madruzzi, Ugo Buoncompagni, scolari circa quel tempo, e dappoi cardinali e l'ultimo anche papa; cacciatone dalla peste, vide Padova, piena di tanti eletti ingegni, che voleva intitolarla l'Italia dell'Italia; e nella cui Università si usava piena licenza nell'interpretare Aristotele e i suoi commentatori. Eccitava Ambrogio Leone professore a Napoli a pubblicare la sua grand'opera contro Averroè[322].

Alle bellezze del nostro cielo, all'ubertà del suolo, alla squisitezza delle arti belle non sentesi preso; dell'entusiasmo, dei dotti non solo, ma dell'intera città quando si scoperse il Laocoonte, neppure un motto egli fa in lettere, dove avverte attento la quantità fallata d'una sillaba, o l'interpretazione mal côlta d'un versetto. Pure onorava i nostri ingegni, sino a fare sinonimo italiano e dotto: mihi Italus est quisquis probe doctus est, etiam si apud Ibernas[323]. Di qua delle Alpi riconosceva già infranto il giogo dei Tomisti, degli Scotisti, degli Aristotelici; che se nelle moltitudini e nell'insegnamento ufficiale abbondavano pregiudizj, errori, superstizioni, era concesso combatterli sul serio o voltarli in beffa.

E a quest'ultimo partito s'appigliò Erasmo, con quel genio burlevole che è tanto micidiale alla verità, quanto opportuno per demolire. E come i beffardi, poco bada alla verità.

Egli accerta che a Roma pretesero dimostrargli, non corra divario tra l'anima delle bestie e degli uomini; avere udito colle proprie orecchie bestemmiare Cristo impunemente, e detti orrendi pronunziarsi fino da ministri della reggia pontificia, e proprio nella messa e ad alta voce[324]: accuse generiche, e che il buon senso repudia.

Ma mentre credea trovare qui la tranquilla sede delle arti e della dottrina, s'imbattè nella guerra recata dalla turpe lega di Cambrai; Bologna assediata da Giulio II che poi vi fa ingresso trionfale; pel quale anche in Roma festeggiasi il marziale pontefice. A glorie sì poco dicevoli dava poi Erasmo risoluta disapprovazione negli Adagia, con eloquenza risentita esponendo i danni della guerra, e viepeggio tra Cristiani, e la stoltezza degli uomini che affiggono merito all'uccidere e farsi uccidere; e vi raffaccia Leone X, agnello a nuocere, leone contro gli empj, e tutto occupato a rimettere in concordia i principi[325]. A Roma lo accolsero i cardinali, principalmente quelli di San Giorgio e di Viterbo, e Matteo Langio vescovo d'Albano, e il De Medici che presto divenne Leone X; il cardinale Campeggi gli regalò un anello con diamanti, pel quale Erasmo gli scriveva: «Il fuoco dell'oro mi sarà sempre simbolo della tua presenza cardinalizia, e la gratissima luce del diamante mi rappresenterà sempre la gloria del tuo nome». Il cardinale Domenico Grimani, che aveva una biblioteca di ottomila volumi[326], lo considerava come un luminare della Chiesa di Cristo, e non che prodigargli cortesie, pareva prendersi soggezione del povero frate; gli esaltava i begli orizzonti nostri, il dolce clima; e che il suo posto doveva essere fra i grecisti, i poeti, i pittori che attorniavano Giulio II.

Roma, che affaticavasi a rigenerare gli spiriti mediante la forma, nel marmo scolpito ammirava la natura idealizzata; Erasmo, come Hutten, come Lutero e gli altri tedeschi, cercava Dio nell'uomo, non nelle opere d'arte; sapeagli d'idolatria l'ammirazione plastica, e che nocesse al movimento spiritualista il volgersi al marmo anzichè alla scrittura.

Questi disdegni erano rimbalzati dagli Italiani, che consideravano per barbari que' Tedeschi, i quali non faceano dipinture sì belle, non verseggiavano così squisito, non usavano il latino ciceroniano. Pure Giulio II offrì ad Erasmo una carica in corte; ed egli in fatti desiderava pigliare stanza nella gran città, per godervi i vantaggi della biblioteca papale, mentre «fra noi (dicea) si penuria di libri sacri greci: la stamperia Aldina non ci diede quasi altro che autori profani: a Roma i buoni studj han non solo tranquillità, ma anche onorificenze»[327].

Malgrado di ciò; malgrado che si deliziasse di que' facili costumi, e a Fausto Anderlini descrivesse le voluttà, «per le quali (diceva) non gli rincrescerebbe rimanere dieci anni fuori del tetto paterno»[328], fra breve mosse per l'Inghilterra, traversando il Comasco, le Alpi Retiche e Coira. Lungo il viaggio sbozzò il suo Elogio della Pazzia, dove schizza veleno contro gli ecclesiastici; e, quel che parrà strano a chi non intende i tempi, lo finì in casa di Tommaso Moro gran cancelliere d'Inghilterra, il quale perì martire del cattolicismo, e sotto la protezione del famoso cardinale Wolsey, del vescovo di Rochester, di altri prelati, irremovibili cattolici.

In quell'Elogio pajono oggi triviali, a forza d'essere ripetuti, ma allora sonavano arguti e nuovi i motti contro il traffico delle indulgenze, le espiazioni per l'anime purganti, l'efficacia di certe formole, il culto di certi santi, ove si trasformò Polifemo in Cristoforo, Ippolito o Ercole in Giorgio: burlava quelli che, se han visto un san Cristoforo, credono che quel giorno non morranno di mala morte; che torneranno salvi dalla guerra se recitino certe preci all'effigie di santa Barbara; che accendono candelette a sant'Erasmo per far guadagni. Così berteggia le insulse quistioni de' teologi, le sottili loro distinzioni, le dispute di parole, l'intolleranza d'ogni dissenso, quasichè nè il battesimo, nè l'evangelo, nè Pietro e Paolo, o Girolamo e Agostino, nè l'aristotelicissimo Tommaso renda cristiano, bensì l'assenso di costoro, i quali altrimenti sentenziano una proposizione di scandalosa, o poco riverenziale, o eretica. E per tali sofisterie si disistimano; han professata l'apostolica carità, e si odiano pel differente colore della tonaca, o il differente modo di cingerla. E qui sul vario vestire e sull'interminabile nomenclatura degli Ordini, sulle salmodie, sui digiuni, sul sudiciume, sulla moltiplicità delle regole, e il predicare a sottigliezze o a sillogismi, e con mescolanze strane, egli s'abbandona a celie tanto facili quanto insulse. Meglio attacca quelli che, sulla fiducia delle indulgenze, addormentano la coscienza, e quasi con l'oriuolo misurano la durata del purgatorio, calcolandone a minuto i secoli, gli anni, i giorni. Non v'è mercante, o soldato, o giudice che, rubati migliaja di scudi, coll'offrirne uno non creda tergere «ogni labe dell'alma ed ogni ruga».