Rincalza questo bersagliare ne' Colloquj. Dall'Eco fa dichiarare i monaci sciocchi (monachos-αχος), che cercano il sacerdozio per l'ozio; beffa i Domenicani di intitolarsi cherubici e i Francescani serafici, e contro questi si scaglia irreposatamente. Nelle Esequie Francescane favoleggia la loro storia, con poca riverenza al fondatore dell'Ordine e alle sue stimmate, e alla liberazione di tante anime dal purgatorio nel suo giorno, e veemente inveisce contro l'avarizia e ricchezza di que' suoi, i più mendichi fra' mendicanti. E quando uno degli interlocutori domanda all'altro se non s'accôrse che taluni ridessero a quelle scene, risponde, s'accôrse, ma supponeva fossero «di quegli eretici, di cui oggi formicola il mondo»[329]. Nel Pellegrinaggio volta in canzone le visite ai santuarj non solo, ma il culto de' santi e di Maria. Nei Funerali atteggia le esequie di un soldato, arricchito con mezzi illeciti, che in punto di morte chiama i cinque Ordini mendicanti e il curato, i quali s'abbaruffano finchè rimangano soli due Ordini, dai quali il morto viene sepolto solennissimamente, dopo avere obbligato la moglie e i figliuoli a fare i voti, e dividere l'immenso retaggio tra Francescani e Domenicani. Nell'Ictiofagia un penitente non vuole gustare carne nè ova, sebbene gliene prescriva il medico, e intanto non si fa scrupolo di eludere un creditore con falso giuramento. Nell'Inquisizione giunge fino ad asserire che pel cristiano basta il credere al simbolo apostolico, al quale molti non credono a Roma; e a chi abbia questa fede, la scomunica non reca pregiudizio, quand'anche mangiasse diverse carni al venerdì. Nel Naufragio, mentre sulla nave tempestata tutti urlano di terrore, e si votano a quanti han santi le litanie, un solo non prega che Dio, non attende salute che da Dio. E negli Adagia e nel Ciceroniano e nella Bibbia greca non v'è male che non dica contro i monaci, come rappresentanti l'ignoranza, la ghiottornia, il libertinaggio; ed empì la letteratura e il mondo di aneddoti bizzarri contro queste degenerate società, i quali accolti senza disamina, ne crebbero lo scredito, e li posero senz'armi e senza fiducia di fronte ai prossimi attacchi.

Gœtz di Berlichingen, nel quale Göthe personeggiò il medioevo cadente, con cuor d'acciaio e mano di ferro difende contro il diritto nuovo la feudalità, combattuta dall'esercito imperiale e dall'insurrezione de' villani, e si crede ancor potente a fiaccarlo. Ma come vede in man di suo figlio un libro, questo prodotto della neonata stampa lo getta nella disperazione, sentendo perito l'antico mondo da che un figliuolo di barone preferisce alla spada il libro, forza nuova che tutto invaderà. E questa forza, benedetta e cullata dai papi, or si voltava contro di loro efficacissima. Perocchè, se scherzi di petulanza eguale a quella d'Erasmo erano stati usati dai nostri novellieri e satirici, i costoro libri sfogliavansi da pochi, mentre adesso vi veniva ausiliaria la stampa, e dei Colloquj si diffusero ventiquattromila esemplari, milleottocento dell'Elogio della Pazzia la prima volta; poi ben trentuna edizione e i graziosi intagli dell'Holbein lo resero popolare.

Per conseguenza in Erasmo personificavasi il nemico de' frati, e a lui si dirizzavano quanti aneddoti e fatti comparissero in proposito, come testè faceasi al Gioberti di quelli contro Gesuiti. Il giureconsulto milanese Andrea Alciato, che, essendo professore a Bourges, aveva avuto scolaro Calvino, e che, al leggere la Diatriba di Lutero contro la Sorbona smascellavasi dalle risa, asserendo che nulla di più arguto erasi inteso da Aristofane in poi, al Mallio, che mostrava intenzione di farsi francescano, diresse una lettera ove snudava gli abusi della vita monastica, con libertà non minore di Erasmo. Francesco Calvi di Menaggio, che col nome di Minicius vendeva libri a Pavia, e che anfanò per diffondervi quelli di Lutero, spedì subito quella lettera ad Erasmo, e pensava farla pubblicare dal Frobenio di Basilea, editore delle opere eretiche. Del che fra corrucciato e scherzoso, l'Alciato gli scriveva: «Ah tristo di Calvi! ah capital nemico mio se ciò farai! Che mi varranno le veglie e i tanti studj? Se tu mi propini questo veleno, vorrei piuttosto esser morto. Lutero, i Piccardi, gli Ussiti e gli altri nomi d'eretici non saranno così infami come il mio, se tanto avvenga. Non sai, o fingi non sapere la potenza di questi cucullati, l'arabbattarsi, il declamar dal pulpito, l'esecrazione fra il popolo, le detestazioni e gl'infiniti guaj che (gli Dei me ne scampino) ricadran sul mio capo? Intenterò processo d'ingiuria, prima a te come corifeo, poi ad Erasmo, poi al Frobenio; invocherò uomini e Dei; moverò ogni pietra per iscagionar me, e imputare voi soli»[330].

Erasmo feriva anche i vescovi, che, dimentichi del nome, affidano il gregge di Cristo a frati; e i papi, che «tanto avrebbero a operare se pensassero ad esser vicarj di Cristo, cioè emularne la povertà, gli stenti, la dottrina, la croce, lo sprezzo della vita; invece non si dà viver più soave e men cruccioso del loro: e credono aver soddisfatto a Cristo quando, in mezzo a scenico apparato e cerimonie fastosissime, coi titoli di beatitudine, di riverenza, di santità, trinciano benedizioni o scagliano anatemi. Padri santissimi, a nessuno mostransi tanto rigorosi come a chi intacca il patrimonio di san Pietro: con tal nome chiamano i campi, le borgate, i dazj, le giurisdizioni, e per esse guerreggiano, spargono il sangue; e mentre la Chiesa fu fondata, confermata, cresciuta col sangue, or la sostengono col ferro».

Ci fu chi rispose ad Erasmo: la Sorbona lo imputò d'eretico per molte proposizioni, ed egli se ne difese con un'Apologia ai teologi di Lovanio, dicendo che lo scopo de' Colloquj era di porgere le formole colle quali dir latinamente che che si fosse; ed essendo dialoghi, bisognava serbasse il costume della persona introdotta. Venendo poi ai particolari, cerca scagionarsi di proposizioni, in verità più che ardite; per esempio, che la confessione sia un trovato de' caporioni della Chiesa; che sia indifferente il mangiar qualsiasi cibo; e del celiare sulle indulgenze, e più sui voti, e deridere l'intercessione di Maria e de' santi. Aveva anche a contrapporvi altri passi, ove lodava tutto ciò: riflette che il criticare gli abusi equivale ad approvar l'uso: dice d'aver ammonito contro le false vocazioni, non contro l'entrar monaca[331]; nella Pietà puerile insegnato a ben udire la messa, ben confessarsi; aver esortato a conservare le usanze de' maggiori, quand'anche men lodevoli, e fin tollerare la tirannide, piuttosto che avventarsi nelle rivoluzioni[332]. Non tace che certi punti non erano ancora stati chiaramente definiti dalla bolla di Leon X, e molti si discuteano liberamente prima dell'editto di Carlo V.

Nell'edizione del Nuovo Testamento diede esempio di sagace critica, di grand'accuratezza nel confronto de' manuscritti; tanto più che la famosa Bibbia Complutense era ancora in lavoro. Certo restò lontano dalla critica odierna, dal culto letterale delle Scritture e dall'esegesi audace che discute l'autenticità dei testi sacri, ma osava impugnare l'impeccabilità della vulgata, sicchè sgomentò molti timorati, e trovò gran contraddittori. Poi nelle note e nelle parafrasi cercò il senso e lo spirito del libro santo, e desiderava fosse diffuso. «Il sole illumina tutto il mondo. Perchè non altrettanto dee fare la dottrina di Cristo? Io non la penso come quelli che non vorrebbero che la sacra scrittura in vulgare si leggesse da' privati; quasi gl'insegnamenti di Cristo fossero tanto astrusi da rimanerne solo capaci pochi teologi; o quasi la sicurezza delle scritture dipendesse dall'ignorarle gli uomini. Celino i re al popolo i misteri de' lor gabinetti; ma Cristo volle che i suoi misteri ricevessero la maggior pubblicità. Vorrei vedere anche le femminelle leggere l'evangelo e l'epistole di san Paolo, e che la Scrittura venisse tradotta in tutte le lingue, e corresse nelle mani non solo di Scozzesi e Irlandesi, ma fin di Turchi e Saracini»[333].

Ebbene, tutto ciò nol toglieva dalla grazia dei papi. Il cardinale De' Medici l'avea sempre difeso quando i prelati sentivano punti e sè e la religione: e mostrava lettere dove lodava la scienza e la virtù di ciascuno. E quando divenne papa, Erasmo scriveva, da lui sperare restituiti i tre precipui beni dell'umanità: la pietà cristiana, le ottime lettere, la concordia del mondo cristiano, fonte e generatrice della pietà e dell'erudizione[334]. Che se Leon X non gli attenne tutto quello che aveagli fatto intravedere da cardinale, raccomandollo a Enrico VIII, scrivendo che l'amore innato delle lettere eragli cresciuto cogli anni, perchè osservò che quei che le coltivano sono attaccati di cuore ai dogmi della fede, e ch'esse formano l'ornamento e la gloria della Chiesa cristiana (10 luglio 1515). Di più fece coll'accettarne la dedica della tradizione del Nuovo Testamento[335], col che lo pose a schermo dalle accuse d'eterodossia, appostegli da Stunica, da Hoogstraten, da Lee, da Carenza, da Egmont, da altri. Adriano VI gli offrì un decanato: Clemente VII gli fece altre esibizioni e il dono di ducento fiorini: Paolo III pensò elevarlo cardinale[336]; e ben lo meritava egli se si badasse non al suo pensare e scrivere, bensì all'esser egli promotore benemerito del gusto classico e degli studj umanistici, benchè al severo gusto de' nostri il suo latino paresse di lega men pura[337].

Il pio e dotto vescovo Sadoleto fin dal 1524 gli scriveva ringraziandolo di avere scritto lettere piene di pietà e d'osservanza verso un papa veramente sommo ed ottimo, la cui liberalità verso di lui sarebbe ancor più grande se non si trovasse alle strette di tempi difficilissimi e fra ingenti spese, ma cercherà luogo d'onorarlo e ingrandirlo. Si congratula de' libri suoi, pei quali vivrà presso i posteri. E poichè scriveva che lui già sul declino (jam deficientem) Dio solo potea beare, ravvisava in ciò la pietà sua, ma non potea credere in calo l'uomo, di cui i secoli celebrerebbero la memoria; frutto che non è da sprezzare, sebben inferiore ai premj celesti[338]. Più tardi, lodandolo, l'esortava a cessar dalle contese, e ommettere le cose che, sebbene non aliene dalla vera pietà, contraddicono però alle inveterate opinioni popolari. Entrambi piuttosto (soggiungeva) per quanto valiamo, ajutiam virilmente l'afflitta fede cristiana. E altrove torna pregarlo a desistere dalle contumelie, ed ammonire con affetto paterno, nè opporsi a certi popolari culti d'immagini e di santi, che vengono da pietà, benchè sia meglio fissar il pensiero in Cristo solo. E gli ricorda d'aver un tempo animato il papa a concedergli un insigne sacerdozio in Germania, e questi l'avrebbe fatto se non l'avessero distolto calunnie: e d'aver dissuaso lo Stunica dallo scriver contro di esso[339].

Fatto è che ogni scritto di Erasmo era un avvenimento; e gli procacciava come grandi amici, così grandi avversarj; ed egli ingrazianivasi prelati e principi colle cortigianerie, e col metter sempre una frase che medicasse la audace o pungente. Era re dell'ironia[340], ma per usarla contro un privato si richiede o il coraggio del virtuoso, o la codardia del calunniatore. Al carattere di Erasmo si affà meglio la satira generale, a cui nessuno può contraddire, e da cui nessuno in particolare rimarrà ferito; e dove non si potrà snudare la menzogna, perchè è generica l'accusa. Taccerà d'ignoranza i frati di Germania, stando in Inghilterra; di scostumatezza i frati d'Italia, dopo che d'Italia uscì; questi ingiurierà in generale, ma lodando ciascuno in particolare; dirà male de' papi, ma benissimo di Leon X e d'Adriano VI. Quando levò rumore il Dialogo tra Giulio II e san Pietro alle porte del paradiso, ove quello è accusato di briacone, omicida, scellerato, simoniaco, venefico, spergiuro, rapace, lascivo, Erasmo protestò non esserne l'autore[341]. A ciò è condotto chi sagrifica la verità all'opinione.

In effetto, egli prende i sette peccati capitali, e gli affigge come abituali e comuni a chiunque porta cocolla, e sbizzarrisce in istorielle, motti, quolibetti, in quegli aneddoti che il ricco, il dotto ed il patrizio vulgo accetta senza esame, ripete senza discrezione, e che il tempo tramanda alla non meno futile posterità.