Così, intanto che a Roma erano in favore i retorici, quando di tutt'altro era bisogno, i teologi in Germania erano messi in burla da Erasmo[342]. Ne' cui scritti e negli atti appare quanta fosse l'oscillazione degli spiriti prima del concilio di Trento, e quanta la confidenza nella ragione individuale. Erasmo poi professava non esser disposto a morire martire della verità; e che, indotto in tentazione, crede avrebbe imitato san Pietro. E in realtà egli non va catalogato fra gli eresiarchi, come volle taluno; bensì fra que' malcontenti, che non si prefiggono di distruggere, ma scalzano, danno impaccio al sistema prevalente, senza averne uno da francamente sostituire. Abborrendo dalla lotta, pareagli che anche il trionfo della verità saria compro troppo caro col sangue; confida sempre ne' progressi della civiltà, e come tanti altri, opina che la rivoluzione possa compiersi sulla carta o nel gabinetto, senza che se ne intrometta il popolo; — il popolo, che invece n'è il solo attore effettivo.
DISCORSO XV.
LUTERO, LE INDULGENZE, LA BIBBIA.
Tutto era dunque non solo preparato, ma incamminato, sia l'attacco o il riparo, sia la critica o lo scherno, sia la riforma amorevole o la demolitrice, allorchè, come tant'altri tedeschi, a Roma capitò, mandato per non so quale controversia insorta fra' suoi Agostiniani, frà Martin Lutero. Nato ad Eisleben l'anno che il Savonarola cominciò a predicare a Firenze, visto morire improvvisamente un amico, si spaventò di cascare impreparato nelle mani di Dio; onde resosi monaco, e disgustato d'ogni altra lettura a confronto della Bibbia, prega, digiuna, si mortifica; va alla questua, adempie i bassi uffizj del convento. Quando fu ordinato prete a Erfurt, diede la solita promessa di vivere e morire nel seno della santa Chiesa cattolica e obbedirla come madre, e nel celebrare la prima messa talmente si sentì compreso da quei misteri, che côlto da un tremito universale, a stento terminò.
Presto venuto in fama di abile teologo e predicante, fu messo professore di teologia alla recente università di Wittenberg, e delle arguzie di Erasmo contro il papa indignavasi a segno, che diceva, recherebbe egli stesso le fascine per bruciarlo. Ma l'orgoglio del proprio sapere e l'idolatria di se stesso lo invade: e spedito di qua dell'Alpi, non ci porta affetto ed entusiasmo, bensì dispetto, opposizione, censura. In Lombardia trova dapertutto «ospedali ben fabbricati, ben provisti, con buona dieta, servigiali attenti, medici esperti, letti e biancherie pulite, l'interno degli edifizj ornato a pitture; appena un malato v'è condotto, gli si tolgono gli abiti, tenendone nota per restituirli; è vestito d'un palandrano bianco, messo in un buon letto; gli si menano due medici; gli spedalinghi dangli a mangiare e bere in vetri limpidi, che toccano appena colle dita. Poi signore e matrone onorevoli vengono per servire i poveri, velate di modo che non si sa chi sieno». A Firenze vede ricoveri, ove i gettatelli sono nutriti che meglio non si potrebbe, allevati, istruiti, tutti in abito uniforme. Dapertutto poi eccellenti i collegi, quanto erano male condotti altrove[343]. Ma l'anima sua, sprovvista d'amore come d'umiltà, nulla comprende alla poesia del nostro cielo, delle nostre arti, della nostra storia.
Già per viaggio, in luogo di quelle fontane, sgorganti rozzamente da un tronco di abete forato, dei Cristi e delle grossolane Madonnine sugli svolti de' trivj, incontrando architetture e sculture, marmi ed ori nelle chiese, non che stupito, ne rimane uggiato: gli pare piovoso il clima, disagiati gli alberghi, aspro il vino, micidiale l'acqua, l'aria febbrile, meschina la natura quanto gli uomini. Dall'altura di Montefiascone l'immensa campagna romana gli si mostra arida e sterile, anzichè ridere d'ulivi e di rose qual se l'immaginava: e rimpiange la scintillante verzura della Sassonia e le secolari sue foreste, e quella pendice del Poltesberg, la quale, a dire suo, splende di più fiori che non tutte le colline d'Italia.
Peggio gli uomini. Per lui chiunque porta una tonaca o dice messa, è un ignorante che non capisce il latino, e nè tampoco la lingua materna. A una taverna imbatte frati che sbevazzano, gesticolano, ciaramellano cavallerescamente di cose sacre: dapertutto santi, pitturati sulle case onde preservarle dal fuoco: dapertutto il matrimonio poco rispettato, onde dichiara questi Italiani figliuoli del peccato; prende scandalo d'un convento provisto di trentaseimila zecchini di rendita. Giunto alla santa Roma (così la qualifica), Lutero visita tutte le cappelle, crede tutte le legende, prostrasi a tutte le reliquie, sale ginocchione la scala santa; si duole che i suoi genitori non siano ancora usciti di vita, perchè potrebbe adoprarsi a riscattarli dal purgatorio con messe, preghiere, indulgenze; stupisce di quella pulizia severa, per cui di notte il capitano scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie, e se ha armi lo appicca e getta nel Tevere; ammira il concistoro, e il tribunale della Sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con tanta giustizia[344].
Ma per lui Roma non è la città donde i santi apostoli respingono Attila flagello di Dio, dove imperatori e re fermansi venerabondi o sgomentati, e che personeggia il dominio dell'intelligenza sopra la forza brutale; la città che tiene i Turchi in apprensione, a cui si convertono gli sguardi di tutta la cristianità, da cui partono i missionarj di tutto il mondo, e dove da tutto il mondo si dirigono i reclami contro ogni oppressione, ogni ingiustizia. Al vedere tanti capolavori d'antichi, emulati dai nuovi colla penna, collo scalpello, coi colori, e sotto al manto papale raccolti tanti sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad immortalare un paese, un'età: non uno dei raggi che partono dall'aureola di Rafaello e di Michelangelo commuove il gelo dell'anima sua razionatrice. Frate e tedesco, si scandolezza al lusso delle cerimonie, senza comprendere come l'idea ha bisogno di trasformarsi in immagine. Frate inosservato in tanta ricchezza, in tanto fasto, in tanta scienza, s'inviperisce e medita vendetta. Fra le splendidezze del culto, espressione mistica del rispetto e dell'amore verso Dio, fra la magnificenza de' pontificali, non calcola se non quanto denaro costano, e con che modi questo procacciavasi: si fa il segno di croce al conoscere que' reprobi costumi, all'udire gli aneddoti spacciati sul conto di Leone X, alla sbadataggine di que' preti che dicevano sette messe nel tempo ch'egli una sola, «talchè i chierichetti gli ripetevano: passa avanti, passa avanti»[345]: alla venalità della curia disposta a dire come Giuda, «Quanto mi date ed io ve lo tradirò?» Crede tutte le baje di piazza e di bettola: e perfino che in un monastero (non indica quale) si disotterrarono da un giardino seimila cranj di neonati; che Roma possiede veleni così squisiti da uccidere col solo guardare uno specchio cospersone[346].
Altrettanto dispetto gli fanno le università e gli studj d'Italia, perchè interpongono la ragione fra la scienza e la fede; perchè vi s'insegna che la luce divina rischiara il lume naturale, come fa il sole con una bella pittura; perchè l'attività del pensiero s'applica a idee pagane, non alla dottrina di Cristo. Anzi, in quel suntuoso peripato di Leone X non vuol vedere che ignoranza, brutalità, grossolanità, quasi intendesse arrogarsi il vanto d'aver egli insegnato il latino, ridesti gli studj filologici, rivelato la Bibbia.
Rimpatriato con tali sentimenti, s'ingolfa nella Bibbia in greco e in ebraico, e fino dalle prime sue lettere, massime da quelle a Spalatino del 1518, manifesta il livore contro i Romanisti, il vilipendio per la teologia scolastica e pei maestri in essa più rinomati; la passione della novità, comunque sia cercata e trovata; il dubbio sofistico, la smania di togliersi dall'oscurità, e di dare una scossa al mondo.
A raccogliere in una fissa direzione i suoi pensamenti venne il dispetto per la vendita delle indulgenze.