Esso pontefice diede altre norme in una lettera diretta al grande inquisitore di Spagna, disapprovandolo d'aver messo all'Indice le opere del cardinale Enrico Noris, mentre grande parsimonia va usata nel proibire libri di autori illustri, e benemeriti delle buone dottrine. Ci ha bensì (dice) nell'opera di esso cardinale proposizioni censurabili, ma di tali non mancano la Storia del Tillemont, nè quella de' Bollandisti, nè la Dichiarazione del clero gallicano di Bossuet, nè gli Annali di Lodovico Muratori: eppure, sebbene queste opere venissero denunziate, i pontefici si astennero dal condannarle, giudicando si dovesse molto condiscendere alla fama e ai meriti di quegli scrittori, senza che ne pericolasse la Chiesa, la quale libra i vantaggi e i danni prima di proferire.

Di tutte queste cautele fanno strame coloro, che non hanno se non esecrazione per l'Indice, e, v'accerto io, non l'hanno mai veduto. La Chiesa crede i suoi principj siano giusti, e i meglio atti a prosperare lo Stato e la famiglia; onde impedisce siano guastati. Altrettanta autorità non si conferisce allo Stato e alla famiglia? perchè negherebbesi alla Chiesa? Essa, non potendo impedire il male, bada che questo produca altro male. A tal effetto adopera armi a lei convenienti: l'ammonizione e la scomunica. E non si tacia che la legge è meramente di rimedio: non impedisce colla forza di stampar libri, bensì di leggerli: ne dà licenza a coloro che crede non ne faranno mal uso[232], appunto come si fa dell'armi insidiose: non è licenza di far il male, ma di conoscerlo.

Si dice: il lento procedere della sacra Congregazione dell'Indice rende inutile la proibizione, giacchè viene dopo che il libro è diffuso, e fors'anche dimenticato.

Vorreste dunque la proibizione preventiva? Con altrettanta ragione si priverebbe la giustizia penale delle sue formalità, giacchè per queste la punizione perde d'efficacia, non seguendo immediatamente al delitto. La Chiesa, estranea alle repressioni materiali, crede suo dovere l'annunziare ai Cattolici che dottrine pericolose o esempj infausti sono esposti ne' libri ch'essa appunta; e a cui essa non vuole, quantunque tardi, lasciare l'impunità.

Non dal Concilio ma dalla sacra Congregazione dell'Indice venne il divieto delle Bibbie volgari[233], provvedimento richiesto dalla natura di quei tempi, poi abrogato da Benedetto XIV: ma chi negherà sia necessaria una direzione per iscegliere un buon volgarizzamento?

Dai libri lascivi ed osceni erano eccettuati i classici, per riflesso all'eleganza; e così non venne registrato l'empio Lucrezio, bensì la traduzione fattane dal Marchetti. Contro del Decamerone già da pezza declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperte di gran finestre all'idolatria, ed all'eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito e senza senso». Rincrescendo però di privare gli studiosi d'un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, acconciò quel libro quale comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e una nuova epurazione fu voluta, alla quale attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero i bontemponi e gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl'ignudi del Giudizio di Michelangelo.

I quali ignudi, che fan senso anche oggi agli ammiratori, troviamo appuntati già dai contemporanei. Un de' quali chiamava Michelangelo «inventor delle porcherie», riprovando «tutti i moderni pittori, e scultori; per imitar simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipinge o scarpella che figure da sotterrar la fede e la devozione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste»[234]. E perfino il sozzo Aretino ne moveva rimprovero al suo adorato Michelangelo: e «Voi in soggetto di sì alta istoria mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena onestà, quelli privi d'ogni celeste ornamento.... In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il fare vostro: onde saria men vizio che voi non credeste, che, in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui..... E conciossiachè le nostre anime han più bisogno dello affetto della devozione che della vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma delle superbe statue degli idoli, che tôrre, bontà loro, la riverenza all'umili immagini dei santi».

Or ci venga a contare il Cicognara che quelle nudità sono effetto della innocente semplicità del Cinquecento[235]. Nell'archivio arcivescovile di Milano è una lettera di Scipione Saurolo a san Carlo, 6 settembre 1561, ove gli dice come a Paolo III e IV, e così a Marcello II e a molti cardinali fossero spiaciute le nudità del Giudizio di Michelangelo, il quale pure «ebbe a dire che lo voleva ad ogni modo conciare, perchè si teneva di coscienza lassar da poi sè una cosa tale». Perciò gli trasmette una memoria da presentare al papa, in cui gli riduce a memoria quod odio sanctissimo intuenda est pictura Judicii sacræ capellæ suæ sanctitatis, in quo divinam offendit majestatem, eo quod in eum nuditatis modum depicta est, in quo omnes vident et multi admiratores plorant: e segue dimostrando come la maestà del giudice, l'ornamento di Maria, i seggi degli apostoli sieno falsati in quella composizione. Quis enim vidit Dominum et sanctos sic depictos, sic formatos aut sculptos in qualibet mundi parte? Quis vidit in pictura Judicii nostri, sic memorabilis et tremendi, fubulosam Acherontis cymbam repræsentari? E lagnasi che per le case e per le cappelle stiano immagini di santi e della divinità, sucidi, tormentati da chiodi, ecc.; ed augura che il Borromeo «et sua santità meritino l'onore di risarcire la santa barca, così da nojosi venti sbattuta e male condotta, et ridurla al porto sicuro de la salute».

Il Concilio proibì che nelle chiese si mettessero immagini se non approvate dal vescovo, e dove nulla di falso, di disonesto, di profano, di superstizioso, di contrario alla verità delle Scritture e della tradizione; bensì convenissero alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. A ciò vigilarono in fatto i vescovi, e massime san Carlo proibì di ritrar nei santi persone vive, e di rappresentare teatralmente la passione di Cristo o azioni di santi.

Molti voleano s'interdicessero i teatri, e ben n'aveano di che se si guardi a quel ch'erano allora, e più a quel che sono oggi. Non potendo però sbandire uno spasso così gradito alle moltitudini, si pose almen freno ai recitanti a soggetto, volendo sottoponessero l'orditura delle loro rappresentazioni a un deputato del vescovo. Ripiego insufficiente, che non impediva le basse scurrilità, come la sorveglianza della polizia odierna non toglie che la scena sia la peggiore scuola d'immoralità, d'egoismo, di sragionamento. Meglio san Filippo Neri cercò opporvi gli Oratorj, che prima erano sole cantate, poi divennero compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri.