Ma la musica ha un'altra missione speciale, quella d'accompagnare i sacri riti. Resa però interamente profana, cioè occupata ad allettar i sensi e la fantasia, anzichè elevare il sentimento, trastullavasi in superare difficoltà, in imitazioni e combinazioni disparate, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, dove le voci umane non figuravano meglio che un altro istromento, e a cinque, sei, fin otto parti intralciavansi, o non offrendo senso, od offrendone di giocosi e perfino di osceni. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de' salmi e la misura sillabica negli inni. Il Concilio di Trento erasi querelato di tali profanità, e Paolo IV fece esaminare se o no dovesse tollerarsi la musica in Chiesa. Quanto all'escludere l'intralcio delle parole, le arie profane, i testi non ecclesiastici, si cadeva d'accordo, ma i maestri assicuravano sarebbe impossibile far intendere chiare le parole in un canto figurato. Parve altrimenti a Pier Luigi Palestrina, che per esperimento compose la messa papale a sei voci, con melodia semplice, rispettando l'espressione rituale e adattandola alle varie significazioni de' cantici e delle preghiere[236]. Uomo pio, alieno dalle brighe e perciò negletto, sul suo manoscritto, che si conserva, leggesi Signore, illumina me. Così ebbe salvata quest'arte, non distruggendo e abolendo, come facea la Riforma, ma ravvivando e santificando. Ancora povero di melodia, possedea però perfettamente il puro sentimento dell'armonia e della tonalità, e s'altri lo superarono in arte, nessuno certo nella potenza, nel profondo e semplice accento, nella mistica tenerezza con cui rivelò i dolori della madre di Dio, le ambasce del figliuol dell'Uomo, e ci elevò a pregustare le sinfonie, di cui gli angeli circondano il padiglione dell'Eterno.
Le lotte coi Protestanti aveano dato incremento alla scienza cattolica, e le opere posteriori al Concilio di Trento furono assai più precise nella conoscenza del cristianesimo giacchè i dogmi v'erano stati dibattuti e chiarìti con tanta profondità e precisione.
Non appare che nel medioevo si formassero catechismi, ove, ad uso dei non teologi, si esponessero i punti essenziali della dottrina. Il Concilio di Trento ne ordinò uno, affidandolo a san Carlo, che assunse a compilarlo il vescovo Foscarari, Muzio Calino bresciano, vescovo di Zara poi di Terni, Leonardo Marino genovese, arcivescovo di Lanciano, tutti domenicani. Interrotta, l'opera fu ripigliata da esso Calino, Pietro Galesino milanese, che trattò del decalogo, e Giulio Poggiani pur milanese di Suna, che espose l'orazione dominicale, e ripulì e unificò la dicitura di tutti (non già Paolo Manuzio, come suol dirsi), mentre la parte dottrinale era riveduta da una Congregazione preseduta dal cardinale Sirleto. Quest'è il Catechismo Romano, ammirato per eleganza e lucido metodo, e che dimostra come la profonda e solida erudizione sacra non abbia bisogno d'avvilupparsi in argomentazioni e formole da scuola, e ben si accordi colla esposizione chiara e precisa e colla sublime semplicità del pensiero. Fu pubblicato in italiano e in latino, poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell'edizione d'Andrea Fabrizio, unendovi una tavola della lezione del Vangelo di ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami al catechismo stesso per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sovra i diversi punti della dottrina, in modo che servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni pei parroci.
In quell'opera si danno per risoluti alcuni punti, che il sinodo avea lasciato indecisi, o di cui avea solo condannato i contrarj. Perciò i Gesuiti che, massimamente nel fatto della Grazia, dissentivano dai Domenicani, non l'aggradirono, e ne pubblicarono altri, fra cui la Summa doctrinæ christianæ del Canisio[237], e il Bellarmino.
Il catechismo è il libro de' sapienti e degli ignoranti, dove trovasi la soluzione di tutte le grandi quistioni morali e sociali; donde venga l'uomo e la specie umana, dove vada, come ci vada: perchè l'uomo è in terra; dove va quando n'esce; come originarono il mondo, la specie e le varie stirpi umane; che relazioni ha l'uomo con Dio, co' suoi simili, colle altre creature: quali doveri nella società, coi superiori, collo Stato, colle genti. Il catechismo dà a tutto una risposta precisa; aggiungiamo risposta la più umana, la più generosa[238]. E questo è il libro della prima infanzia, è il libro unico d'un'infinità di famiglie ne' paesi più colti del mondo; benchè sia stato di tutti i libri il più combattuto. Ed a ragione, poichè infonde sin nelle tenere menti l'objezione decisiva a tutti gli errori religiosi, morali, sociali[239].
Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, elegante e dotto stampatore, affinchè con que' suoi lodatissimi caratteri pubblicasse i santi padri[240]. Esso Manuzio, dedicando a Carlo Borromeo l'edizione di san Cipriano (Roma 1563), divisa le cure che egli e altri letterati italiani posero ad emendarne le opere, parendogli che «in tanta procella, in tanta distruzione giunga opportuna la voce di Cipriano, sostenitore meraviglioso della cattolica dignità»[241].
Il raffinamento della civiltà esigeva si emendassero le lezioni apocrife, certe goffe antifone, alcuni riti burlevoli, introdotti dall'ignoranza o dalla semplicità, e Leon X ne diede commissione a Zaccaria Ferreri vicentino. Quando lo spirito ecclesiastico era sì scarso, e l'amor dell'eleganza preoccupava a segno da far sorridere all'impulito latino di san Paolo, potea molto sperarsi da quest'uffizio? Lo Zaccaria avea servito al cardinale Carvajal nel conciliabolo di Pisa, onde erasi ricoverato a Lione, finchè il papa gli perdonò; ed egli in tre giorni fece un poema di mille esametri, ove esaltava la felicità del genere umano sotto un tal pontefice. Messo a riformare gli inni, li leggeva man mano a Leon X, che gliene faceva congratulazioni; ma se erano puri di stile, restavano freddi di pietà, ritraendo da Orazio non solo le parole ma le immagini. Meglio riuscì il Sarbiewski che, per ordine di Urbano VIII, assunse il medesimo còmpito con maggior rispetto[242].
Pio V mandò un nuovo breviario, obbligatorio per tutte le chiese che non ne avessero uno almeno ducentenario; e vi tenne dietro il messale.
Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica dovesse avere autorità, e v'attese egli medesimo col Nobili, l'Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rocca, il cardinale Caraffa, Prospero Martinengo bresciano. Ma appena uscita, vi si scopersero molti sbagli, onde fu messa all'Indice, e ritiratine sollecitamente gli esemplari, divenuti così una delle maggiori rarità bibliografiche. Clemente VIII pubblicò poi quella che fa testo[243].
Oltre pubblicare libri di più regolata devozione,[244] si pensò a chiarire e assodare la storia. Lutero, come bruciò le bolle dichiarandole d'autorità incompetente, così bruciò il Diritto Canonico, asserendo che la somma di esso è questa: «Il papa è Dio in terra, superiore a tutti i celesti, terrestri, spirituali e corporali: tutte le cose son proprietà del papa, e nessuno deve osare di chiedergli, cosa fai?» Il fumo di quest'incendj, opposti a quelli del Savonarola, offuscò la storia, che si trovò ridotta ad aneddoti; e sedici interi secoli della Chiesa vennero presentati come solidariamente rei di frodolenza e di menzogna, nelle diatribe de' Protestanti e nelle gravi Centurie di Magdeburgo. Eppure la società cattolica è eminentemente storica, avendo per vincolo d'unità la tradizione; quod semper, quod omnibus, quod ubique. Mentre dunque si contrapponeva agli eterodossi la precisa esposizione del dogma, bisognava pur colla storia rivelare e i fatti, e l'essere della Chiesa, e la potenzialità della virtù dello Spirito Santo.