Nei secoli credenti erano a ciò bastate le cronache e le legende, ma queste non reggeano all'età critica, che al sentimento surrogava il raziocinio. Si pubblicarono legendarj di miglior critica, quelli di Pietro Natali, di Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano, superati poi da Lorenzo Surio, indi dai Bollandisti[245]. Ma era desiderata una storia ecclesiastica, che rivelasse le leggi che governano i fatti, mostrasse il predominio dell'unità della Chiesa sopra la versatilità degli avvenimenti, l'imperturbabilità di essa tra i sofismi e le violenze, lo sviluppo del principio dell'autorità attraverso gli accidenti, e ribattesse le parziali applicazioni, con cui voleasi oppugnare il cattolicismo col mostrarlo deviato dalle credenze e dalle pratiche primitive. In tal senso tutto cattolico e papale lavorò Cesare Baronio, napoletano di Sora (1538-1609). Avea egli cominciato a narrare alcuni momenti ecclesiastici a' suoi Filippini, quando, per istanza principalmente di Filippo Neri, assunse la narrazione completa degli Annali Ecclesiastici[246], traendo la storia fuor delle cronache e delle legende, sistemandola colla cronologia, dandole unità e decoro, e facendone così una battaglia sintetica contro gli analitici attacchi di teologi e di filologi. Non arrivò che al secolo XII. Ignorava il greco; volea veder in ogni avvenimento l'immediato castigo o la rimunerazione di Dio, quasi egli retribuisca quaggiù: mai però non iscusa il delitto, nè esita a disapprovare i pontefici erranti, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze dei papi». Della sua buona fede non dubitarono nemmeno i più avversi[247]; e il suo libro restò la fonte forse più importante di notizie sul medioevo, allorchè Roma era centro della civiltà del mondo.
Così la fede della storia veniva opposta allo scetticismo della discussione; tornava ad associarsi il principio conservativo della tradizione col progressivo della civiltà; e mentre erasi idoleggiata la società pagana, si tornava a studiare l'ideale cristiano, l'autorità che rigenera il mondo.
Già erasi nel 1551 (Venezia per Michele Tramezzini) cominciata la collezione delle Lettere edificanti, relazioni de' missionarj ne' paesi nuovi, dove la pietà più schietta e operosa avviva le relazioni più interessanti.
Si raccolsero pure le bolle, e nella prima collezione, apparsa il 1586, Laerzio Cherubini distribuì cronologicamente le costituzioni pontificie da Leon Magno fino a Sisto V; la crebbero suo figlio Angelo Maria, poi Angelo Lantusca e Paolo da Roma; nel Bollarium Magnum del 1727 furono tirate fin a Benedetto XIII; indi fin a Pio VIII nell'edizione di Andrea Barberi del 1835. Oggi infinite altre lettere pontifizie vengono in luce, e i Regesta pontificum romanorum di Jaffe (Berlino, 1852) aggiungono mille ottocentottantun documenti al Bollario e mille cinquecentrentasette alla raccolta del Mansi, soltanto dall'anno 882 al 1073; nel XII secolo adducono seimila settecennovantuna bolle, quando il Bollario ne ha seicento, e mille trecentottantanove il Manso.
Non bastava togliere i vizj dal clero e riprovare gli scandali antecedenti; bisognava prepararlo col dirigere la vocazione e la laboriosa cooperazione che deve alla grazia divina chi è chiamato al sacerdozio. A tal fine era necessario che una educazione speciale precorresse all'unzione sacramentale; e perciò vennero istituiti i seminarj. Già sant'Ignazio, d'accordo col cardinale Polo e col Canisio, aveva istituito il Collegio Germanico. Sul modello di questo venne eretto il Collegio Romano, una delle principali glorie ecclesiastiche e scientifiche del mondo cattolico. Fu compito il 10 febbrajo 1565, raccogliendovi cento giovani delle principali famiglie d'Europa, sotto la direzione dei Gesuiti, e di là uscirono i pontefici Gregorio XV, Innocenzo X, XII, XIII, Clemente IX, XI, XII; più di ottanta cardinali, centinaja di vescovi.
Su quel tipo, il Concilio prescrisse che ogni diocesi avesse un seminario pe' chierici: attestazione della virtù razionale de' credenti, del progresso voluto nell'intelletto e nella coscienza; destinati a formare la milizia che combatta le battaglie di Dio colla scienza non men che coll'amore; una delle istituzioni più nobili del Concilio; dovremmo dire delle più efficaci se guardiamo alla rabbia con cui è osteggiata dai deliri potenti. Se ogni capitano ha diritto di formare i proprj soldati, doveva ai vescovi esser riservata la facoltà di ordinare i seminarj, esclusa ogni ingerenza laica: ordinarli all'acquisto delle dottrine più opportune. Queste erano la letteratura, il canto, il computo ecclesiastico e le altre arti liberali; inoltre la santa scrittura, i libri ecclesiastici, le omelie de' santi, le forme de' riti e de' sacramenti. Ai vescovi prescriveasi di stabilirli, e far che le norme vi venisser osservate mediante frequenti visite[248], ben vedendo, che «se la gioventù fin da' teneri anni non venga informata alla pietà e alla religione prima che l'invada l'abito dei vizj, non mai perfettamente e senza massimo e singolare ajuto di Dio onnipotente s'otterrà che perseveri nella disciplina ecclesiastica».
Si diede opera a trar agli ecclesiastici anche l'educazione de' secolari; e vi s'industriarono i Barnabiti, gli Scolopj, i Somaschi, e più di tutti i Gesuiti. N'aveano naturalmente invidia i maestri laici, eppure tutti i letterati d'allora vanno d'accordo nel lodare l'istruzione data da quelli. Non occorre dire che mai non andava scompagnata dall'educazione, e dirigevasi nell'interesse dell'anima, più che prima non si vedesse ne' trattati che ne scrissero, fra altri, il Sadoleto in buon latino[249], e in volgare il cardinale Antoniano.
Un altro de' mille errori che la petulanza accademica prima, poi il sistematico odio propagarono contro il medioevo fu, ch'esso abbia distrutto le opere gentilesche. Alle ricantate celie del beffardo Boccaccio e dell'insulso Benvenuto da Imola opporremo che tutte ci vennero per mezzo degli ecclesiastici, e sfidiamo a smentirci.
Ben vi furono scrittori ecclesiastici de' primi tempi, e nominatamente Tertulliano e Arnobio, che declamarono contro lo studio de' classici[250], perchè in fatto riuscivano pericolosi allorchè la loro bellezza allettava all'oscena felicità, mentre la severità cristiana chiamava all'ascetismo penitente. Ma stabilitosi il cristianesimo, nelle scuole si conservò l'antica tradizione letteraria: se anche in alcune si introdusse qualche autore cristiano, la prevalenza restò ai Gentili, riprovati per le cose, studiati per la forma.
San Basilio, nel trattato ai giovani Sul modo di leggere con frutto le opere de' Gentili, raccomanda di studiar questi, primo per raccogliervi esempj di virtù; secondo, perchè quanto di utile e di vero essi contengono lo dedussero dalle sacre scritture; opinione allora divulgata. Avrebbe potuto aggiungere che lo studiar in quelli affina il gusto ed esercita l'intelletto e la critica per adoperarli poi ad usi santi; ed egli con quest'opuscolo ben meritò impedendo la distruzione che uno zelo stemperato faceva dei libri profani.