Cassiodoro, raccomandando a' monaci suoi lo studio degli autori profani, invoca l'esempio non solo di Mosè, che fu istrutto in tutta la sapienza degli Egizj, ma anche de' santi padri, i quali, «non che decretare si rigettassero gli studj delle lettere profane, diedero l'esempio del contrario, mostrandosene espertissimi, come vedesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri. Chi dopo l'esempio d'uomini siffatti oserebbe più esitare?»[251]

Carlo Magno, in una celebre enciclica De literis colendis, diretta ai vescovi ed abati nel 787, raccomandava assai gli studj umani, affinchè col disimparare a scrivere non si perda anche l'intelligenza dell'interpretare le sante scritture: perocchè, se son dannosi gli sbagli di parole, più il sono gli sbagli di senso. Gli esorta quindi a gareggiar di zelo nell'imparare, onde possano con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle sacre carte. Nelle quali trovandosi figure, tropi, altri ornamenti, più facile ne coglierà il senso spirituale chi vi sia preparato dall'insegnamento delle lettere.

In qualche Ordine religioso era vietato al monaco gentilium libros vel hæreticorum volumina legere, ma ne' più era anzi un degli esercizj prediletti il ricopiarli, e se ne trovano ne' cataloghi di tutte le biblioteche monastiche. Abbiamo del secolo XI una lettera, in cui Enrico cherico a uno Stefano descrive il lavorare che si fa nella badia della Pomposa presso Ravenna, attorno agli studj, annoverando i libri che ne formano la biblioteca, e loda «la clemenza di Dio, che accresce la nostra sete di conoscere mediante la sapienza. Non ignoriamo (continua) potervi esser alcuni superstiziosi o malevoli, che vorranno appuntar questo venerabile abbate dell'aver messo libri pagani e favole di errore insieme colla verità divina e colle pagine de' libri santi. Noi vi risponderemo colle parole dell'apostolo, che ci ha vasi di creta come vasi d'oro; lo che fu istituito affine di allettare e occupare i varj gusti degli uomini».

Coloro che disapprovano tali letture, il faceano o nel fervore della disputa, o per colpire l'abuso, come san Girolamo nel passo succitato: come sant'Agostino ove, nelle Confessioni, si pente che le lacrime di Didone lo facessero dimenticare di Cristo, o nelle Ritrattazioni d'aver troppo adoprato la parola Fortuna e rammentato le Muse. E che strani pericoli potesse recare lo studio de' classici lo mostra quel Vilgardo di Ravenna che già mentovammo, di cui uno scrittore del XI secolo racconta che con soverchia assiduità studiava la grammatica (cioè i classici) «come sempre ebber costume di fare gli Italiani, a preferenza del resto». E inorgoglitosi del suo sapere, una notte gli apparvero i demonj in forma de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale[252], e con fallaci parole tolsero a ringraziarlo dello studio che in essi poneva, e gli promisero farlo partecipe della loro gloria. Da queste seduzioni traviato, cominciò insegnare cose contrarie alla fede, asserendo dovessero le parole de' poeti esser credute quanto le sacre scritture. Convinto d'eresia, fu condannato dall'arcivescovo Pietro; e si trovò che in Italia molti erano infetti dalle medesime opinioni[253].

Ma conveniva formare il gusto de' giovani sui classici gentili? Dante, nel XX del Paradiso condannava quel puzzo di paganesimo, benchè si facesse condurre da Virgilio, e in effetto prendeva dagli antichi il classico, non il gentilesco. Ma i profani pigliarono poi il sopravento sugli autori ecclesiastici, tanto che la riazione proponeva di sbandirli dalle scuole, come insinuatori di sentimenti e passioni anticristiane. La Chiesa mostrossi men rigorosa, e lo stesso san Carlo non li proscrisse da' suoi seminarj, solo facendoli in qualche parte emendare, e suggerendo si unissero agli Uffizj di Cicerone quelli di sant'Ambrogio, alla sua retorica quella di san Cipriano, e così d'altri santi padri. E il gesuita Possevino proferì a Lucca un discorso sul modo di trar profitto dai classici anche per la morale, accoppiandovi le opere di Pantenio, di Giustino Martire, d'Eusebio, principalmente di sant'Agostino, i quali diedero interpretazione cristiana alla civiltà gentilesca; i maestri avessero a mano i santi padri, e se n'ajutassero per cercare la verità anche ne' profani, e il divario che corre fra la nebulosa luce di questi e la fulgida del Vangelo; si desuma da Tullio lo stile, dai Padri la pietà e la dottrina vera; si mettano a parallelo gli eroi di Grecia e di Roma coi nostri, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d'Ungheria, e giù sino a Vasco de Gama e all'Albuquerque, tanto più che di questi aveansi le imprese narrate in buon latino dall'Emilio, dal comasco Giovio, dal bergamasco Maffei[254].

Sono principj liberali, più che non gli abbia professati o praticati il nostro secolo, più che non potesse attendersi dal color religioso e fin chiesolastico, che prendea l'educazione, quando, anche fuor de' seminarj, moltiplicavansi le pratiche religiose, frequentavansi i sacramenti e gli esercizj, introducevansi feste, altarini, cappannucie; insinuavasi la venerazione per ogni cosa sacra, l'obbedienza incondizionata al papa, l'orrore per ogni lubricità.

Allora campeggiò lo zelo di molti, vorrei dire di tutti i vescovi, nel restaurare la disciplina delle proprie diocesi.

Il cardinale Giberti, già datario, e soprannominato padre de' letterati e dei poveri, nel suo vescovado di Verona pose una stamperia, da cui fece riprodurre le opere de' santi padri; rese quel clero un modello di ecclesiastica disciplina, sicchè il Concilio non fece quasi che ridurre a decreto ciò ch'egli aveva introdotto.

A torto vien attribuita al Contarino, ed è probabilmente del Flaminio una lettera, inserita nelle raccolte di quel tempo, ove si dice: «Tenetevi per voi questi vostri mostruosi vescovi con le loro sete, ori, argenti, tappezzerie, cavalcature, staffieri, per non dir peggio, ne' quali non si vede altro di vescovo che una gran cherica. A noi fanno di mestieri vescovi, che per gemme e ori abbiano le sagre lettere, per delizie la povertà ed i digiuni, per ornamenti un'ardente, casta ed umile carità, quale a dì nostri fu il santo vescovo Matteo Giberto, di tante esimie doti dell'animo ornato, che alli antichi si poteva propriamente paragonare. Visse con tanta celebre opinione di santo vescovo, che lasciò di sè eterna memoria ed indicibile desiderio».

Gabriele Paleotto, insigne grecista e canonista e gran sostegno del Concilio di Trento, del quale stese gli atti, fatto cardinale e arcivescovo di Bologna nel 1566, vi si modellò sugli esempj di san Carlo, di cui era amico e collaboratore; nella sua diocesi riformò i costumi e la disciplina, introdusse divozioni, frati, nuove chiese, opere di carità, un de' primi seminarj: spiegava egli stesso il catechismo ai bambini, amministrava i sacramenti, albergava tutti i sacerdoti avveniticci visitava nelle case i poveri, e gl'infermi che mandava a rimettersi nelle proprie ville; insieme raccoglieva sapienti, quali l'Aldrovandi, il Pandusio, il Sigonìo. Volendo il papa imporre ai sudditi una nuova gravezza per sostenere i Cattolici di Francia nella guerra contro gli Ugonotti, egli si oppose, non curandone lo sdegno e la punizione (-1597).