La Chiesa ammise sempre possibile la buona fede negli eretici. Sant'Agostino assicura da ogni persecuzione i Manichei. Salviano di Marsiglia, nel secolo V diceva: «Gli Ariani sono eretici, ma nol sanno, e credonsi talmente cattolici, che trattan noi d'eretici. Noi siam persuasi ch'essi fan un pensiero ingiurioso alla generazione divina, dicendo che il Figliuolo è inferiore al Padre: essi credono che noi abbiam un pensiero ingiurioso al Padre col farlo uguale al Figlio. La verità sta con noi, ma essi credono averla per sè. Essi sono empj, ma in ciò appunto credono seguir la vera pietà. S'ingannano, ma per un principio d'amor verso Dio. Solo il supremo giudice dell'universo può sapere come saranno puniti il giorno del giudizio: intanto li sopporta, perchè vede che, se errano, è per un movimento di pietà»[275].
Pure chi ben esamini quei testi vi riconoscerà piuttosto le aspirazioni della bontà, i rimedj della carità cristiana; mentre dottrinalmente s'interpretava a rigore il Compelle intrare; e gli stessi Padri che avevano aborrito da ogni persecuzione contro gli eterodossi, fu volta che la trovarono necessaria contro le rivoluzioni selvagge o l'insurrezione armata di questi[276], con armi ed altri mezzi mondani e coattivi salvando il diritto e la libertà spirituale; mentre in antico erasi messo il dogma a servizio della forza pubblica, chiesero si mettesse la forza pubblica a servizio del dogma.
In ciò quanto s'avea torto?
Teorema allora ammesso universalmente era la legittimità di Dio e del suo culto, e la legittimità della Chiesa nel propagarlo.
Se la società religiosa è fondata sull'unità di dottrine, deve procacciarla con mezzi esterni nell'ordine esterno, e per conseguenza prevenire e punire delitti, e più il delitto che ne scalza le fondamenta, qual è l'eresia.
Nello stato di pruova, la libertà consiste nella facoltà radicale di scegliere fra l'errore e la verità, fra il bene e il male, con tutti i rischi d'una tale scelta. È la facoltà di determinarsi a credere e operare secondo il lume della coscienza, senza subir violenza esterna, sotto la sola responsabilità della propria scelta davanti alla giustizia di Dio. Ciò implica l'obbligazione morale di scegliere la verità e praticare il bene. Or la verità è una: il bene non è il male: il sì non può esser il no, nè tutte le religioni esser buone, cioè non tutte eguali per conoscer il vero, possederlo, conservarlo, diffonderlo. Se così non fosse, che varrebbe la coscienza umana? a che ci sarebbe ella data? E chiameremo libertà la trista facoltà di vagar di fantasma in fantasma, e di sperimentare tutti gli errori? Questa indifferenza in morale e in religione non è piuttosto la negazione più ingiuriosa della libertà di coscienza?
La libertà morale non è il diritto di far male; è l'atto interiore pel quale ci determiniamo liberamente a ciò che è bene; contiene la libertà della elezione e la possibilità del male, escludendo ogni violenza fisica. Scegliere il bene è il dovere primo dell'uomo: scegliere il male è un abusare della libertà. Non vi può dunque essere diritto di scegliere una religione falsa o di propagarla: onde rettamente la Chiesa cattolica considera tutte le false religioni come abuso della libertà.
Potrebbe ella dunque abbandonarne la scelta alla libera determinazione degli individui? E non possedendo mezzi di coazione esterna, deve invocare la podestà secolare?
San Tommaso, domandandosi se possano costringersi gl'infedeli ad abbracciare la fede, risponde che nullo modo sunt ad fidem compellendi ut ipsi credant, quia credere voluntatis est, cioè che la fede dipende dalla volontà[277], e sostiene che devonsi tollerare anche i culti degli infedeli, come Dio tollera certi mali, per non togliere all'uomo la libertà. In fatti non è vero che chi possiede l'autorità sia obbligato a impedir tutto il male: di fronte alla coscienza e al libero arbitrio non può adoprarvi che mezzi irreprovevoli. E il famoso Suarez dava come sentenza comune de' teologi che «gl'infedeli non apóstati non possono costringersi ad abbracciare la fede, sebben ne abbiano acquistato sufficiente cognizione»[278]. Le usanze contrarie alla ragione e a Dio (dic'egli), non devono dai principi tollerarsi nei sudditi, in generale: bensì il possono quando altrimenti ne verrebbe un danno notevole; quanto alle usanze religiose che in sè stesse non sono contrarie alla ragione naturale devono tollerarsi; e ciò quand'anche siano contrarie alla fede cristiana, altrimenti sarebbe un imporre la fede per violenza, il che non è mai permesso.
La Chiesa non ha autorità legittima sopra gli infedeli, sicchè non può costringerli: e neppur quando fossero suoi sudditi temporalmente, giacchè la Chiesa non ha ricevuto da Cristo tale autorità sui sudditi temporali. Il Concilio di Trento statuì che Ecclesia in neminem judicium exercet, qui prius per baptismum non fuerit ingressus[279].