Non si citino fatti parziali d'uomini e di tempi, sibbene le dottrine. Or queste, chiarite dai supremi maestri, portano che in capo a tutto sta il diritto di Dio d'esser adorato nella forma ch'egli prescrisse: segue la missione della Chiesa di condurvi i popoli colla persuasione e colla cooperazione dell'autorità secolare; sempre con eccezioni opportune e con applicazioni sapienti secondo l'indole degli infedeli, e sempre esclusa la violenza e i civili perturbamenti.

Perchè l'eresia fosse punibile come attentato alla fede, sarebbe necessario che il Cristiano perseverasse nell'errore, sebben sufficientemente istruito, e che manifestasse con atti la sua opposizione all'autorità della Chiesa. Il semplice errore involontario non è nemmanco colpa agli occhi della morale.

Ma se la Chiesa è la base di tutto l'insegnamento, come legittima giudice delle controversie, il resisterle diventa colpa. Così dicono i difensori della coazione. Ma dove la colpa cominci, Iddio solo n'è giudice.

Soggiungono: «La Chiesa bisogna sia forte quanto basti per difendersi da se stessa e trionfare. Or non è vero che sia forte abbastanza, giacchè, contro una religione che combatte gl'istinti pervertiti, che impone difficili doveri, si alleano tutte le passioni naturali, e trovano nel cuore di ciascuno un ajuto potente. Inoltre contro assalti sconnessi e quotidiani, diretti a un punto isolato, mal può reggersi essa, formata da un accordo perfettamente compaginato di dottrine, di consigli, di prescrizioni, di fatti storici, così ben incatenati, che pochi possono abbracciarne l'insieme, e averlo sempre presente. Poi la religione è fondamento della morale: dunque è dovere de' Governi proteggerla; altrimenti sarebbe un lasciar distruggere le radici dell'albero; la fonte che dà l'acqua al paese. Come anche la libertà morale ha i suoi limiti, cessando quando divien nociva alla società; così la libertà religiosa dovrebbe cessare quando scuote lo Stato, e viola il ben morale.

E di fatto il potere civile, considerando l'eresia come misfatto sociale, la reprimeva; attesa l'unità della fede, allora non iscomposta in tante sêtte, e guardandosi la Chiesa come una proprietà comune, largita dal Cielo, non potea restar indifferente agli attacchi recatile. Il falsificare la fede non doveva dirsi delitto se diceasi tale il falsificare la moneta? non erano obbligati i Cristiani a conservarla pel patto contratto nel battesimo? non aveano ogni ragione di non esser turbati da uno nel possesso della loro fede? Tutte le società anche etniche ritennero che le dottrine religiose di un corpo doveano essere difese contro gli insulti degli individui.

Quest'era sentimento universale, e non già della Chiesa. Rotta poi l'unità della fede, l'eresia cessava d'esser delitto civile, ma la Chiesa, tenendosi depositaria della parola infallibile, non poteva dogmaticamente riconoscere all'errore religioso un diritto morale di libertà, giacchè sarebbe valso quanto pareggiare nella sfera giuridica l'errore alla verità.

Ne conchiuderemo che non possa la Chiesa essere se non persecutrice?

La Chiesa vuol la giustizia, eppure tollera il peccato, sapendo che «di necessità avvengono scandali»; consiglia la perfezione, eppur tollera gravi difetti, non potendo da forze disuguali pretendere eguali operazioni. Ciò ch'essa nega è che si consideri come perfezionamento la libertà assoluta del male come del bene, la libera propagazione dell'errore come della verità; del resto ritiene che, a norma delle attitudini sociali, bisogni sopportare il male, sempre però come male, non già secondo principj puri universali. La verità talvolta è costretta a ceder il luogo, ma non il diritto alla falsità.

La Chiesa, come lascia la libertà di coscienza perchè de internis non judicat, non riconosce la libertà de' culti, illimitata fino al disprezzo delle verità naturali e delle nozioni morali. Il male, che è despotismo, pretende distruggere la libertà del bene. Ma il bene, che è amore, può comportare talvolta la presenza del male; non però la sua prevalenza o la parità. Qual governo potrebbe sancire l'indifferenza tra la verità e l'errore? e' si condannerebbe a certa morte.

Una delle debolezze umane è il supporre che le cose camminarono sempre del passo medesimo: col che arrivano a svisare anche le più chiare massime coloro che son talmente superbi d'appartenere al loro secolo, da non intendere il pensiero de' secoli precedenti. Libertà di culto è un altro de' ritornelli dell'età nostra, e vi siam tanto abituati che ne fa meraviglia abbia altre volte potuto trovar opposizione. Eppure, nel secolo ove la tolleranza derivava necessariamente dall'incredulità, il legislatore delle libertà rivoluzionarie, Rousseau, scriveva: «C'è una professione di fede meramente civile, di cui tocca al sovrano fissar gli articoli, non come dogmi di religione, ma come sentimenti di sociabilità, senza i quali è impossibile esser buon cittadino nè suddito fedele. Sebbene non possa obbligar nessuno a crederli, il sovrano può sbandir dallo Stato chi non li crede; sbandirlo, non come empio, ma come insocievole, come incapace d'amar sinceramente le leggi, la giustizia; d'immolar se occorre la sua vita al suo dovere. Che se alcuno, dopo aver pubblicamente riconosciuto questi dogmi, si conduce come non li credesse, sia PUNITO DI MORTE; ha commesso il peggior delitto; ha mentito in faccia alla legge».