Fu in questo senso che un gagliardissimo pensatore savojardo, Giuseppe De Maistre, fece l'apologia dell'Inquisizione di Spagna, perchè risparmiò a quella penisola i torrenti di sangue che la Riforma e le conseguenti discordie civili costarono al resto d'Europa. Dicendo apologia ho usurpato un luogo comune de' retori, giacchè egli medesimo, per quanto audace, quasi non osi pronunziarlo in testa propria, fa dire da taluno che «il Sant'Uffizio con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo spettacolo di un monte di cadaveri, che sorpasserebbe l'altezza delle Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po».
Chi fremesse a queste parole, si ricordi che già prima Vittorio Alfieri avea detto che «la Spagna colle poche vittime immolate dall'Inquisizione, risparmiò torrenti di sangue».
È una proposizione da utilitario, la quale non può esser accettata da noi che domandiamo la giustizia avanti tutto; pure nessun uomo leale potrà non paragonare tali processi ed eccidj a quelli onde fu orrida l'età nostra, nel meriggio della civiltà, nell'ostentazione di umanità[287]; non sentire che certi esaltamenti di sensibilità nel secolo della ghigliotina e dello stato d'assedio puzzano d'ipocrisia; ma troppo è doloroso al Cattolico che possano apporsi alla Chiesa procedimenti, i quali scagionino odierne atrocità secolari.
Quando però un moderno[288] viene ad asserire sul serio che «l'Inquisizione puniva non l'azione esterna, non la manifestazione pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell'animo, ed in questo veramente eccedeva di là dei confini d'ogni giurisprudenza», noi lo pregheremmo a indicarci in qual modo l'Inquisizione conoscesse il pensiero dell'animo, e se non sia azione esterna la manifestazione pubblica.
Vero è che una scuola eccedente, in questi ultimi anni, sorse a difendere non solo, ma ad approvare i procedimenti dell'Inquisizione. Noi l'abbiam combattuta ne' suoi momenti di forza, e n'abbiam affrontato le invettive; ciò ne dia qualche diritto a dir delle verità, che la scuola avversa troverà a disapprovare, come quelli disapprovavano le opposte; sempre confondendo la spiegazione d'un fatto colla sua apologia. Perocchè, dacchè prevalse la pratica della tolleranza anche dove non costituisce ancora il diritto, vengono dalla ciurma scribacchiante obbrobriati coloro che propongono, non giustificazione, ma spiegazione alle vecchie immanità; mentre atteggiansi da eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che posero quei rigori a carico della religione.
Noi non siamo qua nè ad imputare i Protestanti nè a scolpare i Cattolici; da storici cerchiamo ed esponiamo la verità, e riflettendo che la persecuzione era propria del tempo, come dicono propria del nostro la tolleranza, e che il furore de' persecutori ne attesta la sincerità; compiangendo i fatti, ricorriamo al principio che è infallibile; e ricordiamo che nel Concilio di Trento non v'è parola nè d'Inquisizione, nè di roghi; al miscredente s'intima anathema sit, cioè la scissione dello spirito da una società di spirito; ma l'umanità ogni qualvolta prosegue un gran disegno, divien prodiga di sangue.
Avanti tutto bisogna distinguere l'Inquisizione romana da quella di Spagna. E poichè la Spagna molto si lega alle sorti d'Italia in quel tempo, ed è considerata come l'assassina del libero pensare, non è fuor di proposito il dirne qualche parola. Quel regno erasi fatto uno e grande col salvare dai Mori il cattolicismo, per modo che questo si era identificato colla causa della nazionalità: i re vestivano un carattere religioso, e la regina Isabella aveali circondati di forme cattoliche: in America venivano venerati come propagatori del cristianesimo; la prerogativa regia era sempre rinfiancata dall'autorità religiosa. Vinti dopo sette secoli di lotta i Mori, ne restavano reliquie e fautori e falsi convertiti che tramavano coi nemici del paese e della religione; onde a reprimerli si ricorse ai rigori eccezionali che anch'oggi vediamo praticarsi in paesi conquistati, o domi recentemente. S'istituirono dunque tribunali che perseguitassero i Mori come nemici della nazione, e insieme vigilassero sulla credenza vera, punendo i travianti non solo come eterodossi, ma come rei di lesa nazionalità.
Questo «Sant'Uffizio dell'Inquisizione», tribunale marziale contro i residui della dominazione straniera, trascese come fan sempre le nazionali vendicazioni. Espulse da esso, migliaja di famiglie moresche approdarono a Genova e ad altri porti d'Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figliuoli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano. Anche molti ebraizzanti di Spagna e di Portogallo erano rifuggiti in Savoja, a Genova, in Toscana, a Venezia, a Ferrara, a Mantova, ad Urbino, e Gregorio XIII ammoniva que' governi a provedervi e vigilarli[289].
Sisto IV, al primo momento che re Fernando il Cattolico introdusse il Sant'Uffizio, ne manifestò così forte disgusto, che non solo respinse, ma arrestò l'ambasciatore spagnuolo; onde a vicenda il Cattolico arrestò il suo, e richiamò i suoi sudditi dagli Stati pontifizj. Sisto da poi piegò, come sono spesso costretti a fare i pontefici, e confermò il Sant'Uffizio nel 1478; ma tocco dai lamenti che gli pervenivano sulla durezza de' primi inquisitori, dichiarò surretizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero se non d'accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant'Uffizio alle altre provincie del regno; destinò un giudice d'appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; e molte sentenze cassò o addolcì. Per quanto esso Ferdinando e sua moglie Isabella e il loro successore Carlo V procurassero eludere quest'intervenzione della Santa Sede, resta memoria di condannati, a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l'onor civile, cercarono salvarne almeno i figliuoli dall'infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d'assolvere in segreto alcuni accusati, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. Giulio II e Leone X dispensarono alcuni dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente; tolsero d'in sulla tomba d'altri i segni di riprovazione: Leone scomunicò l'inquisitore di Toledo nel 1519 ad onta di Carlo V, e voleva riformare radicalmente quell'Inquisizione sottoponendola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò affacciandogli il solito spauracchio di Lutero, per tema del quale il papa lasciò dimenticare quanto avea fatto contro l'Inquisizione. Più tardi essendo condannato il dottissimo Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo proferì innocente, e lo pose vescovo delle Canarie. Il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all'ombra papale.
Questi fatti raccogliamo da una storia violentemente ostile e perciò divulgata, quella del Llorente. Come nella odierna rivoluzione italiana si destinarono uomini apposta a frugar non solo negli archivj dei governi vinti, ma fin nella religione de' domestici carteggi dei principi cacciati, e pubblicar tutto quanto potesse tornare a loro disdoro, così Giuseppe Buonaparte, intrusosi re di Spagna, commise al Llorente di far uno spoglio delle carte del Supremo Consiglio e dell'Inquisizione. Costui, ligio ai padroni stranieri, vi si applicò con fervore, e mandò alla gualchiera tutti i processi, eccettuati que' soli che, al suo corto vedere, avessero qualche attacco colla storia per la celebrità degli inquisiti e dei fatti; conservò pure i registri delle risoluzioni del Consiglio Supremo, le ordinanze reali, le bolle e i brevi di Roma. Lo confessa egli stesso nella Storia dell'Inquisizione, che sopra siffatti materiali compaginò, con malafede e rancore, o dirò meglio colla sommessione codarda che all'opinione dominante prestano questi prezzolati; e fu lodata e divulgata quando al governo imperiale importava di fare abborriti e vilipesi l'autorità di Roma, il patriotismo spagnuolo e i clericali che sosteneano la patria indipendenza. Con quell'atto vandalico l'autore tolse il modo di sincerare altri fatti storici, fuor quelli che a lui giovava di conservare, e oggimai non è letterato o erudito spagnuolo di coscienza che non ripudii quel lavoro antinazionale. In Italia, invece, giura ancora su di esso la ciurma, che inetta a pensare e giudicare da sè, accetta i giudizj belli e fatti dai manipolatori della così detta opinione.