Per toccare solo di ciò che concerne l'Italia, il Llorente non poteva dissimulare l'opporsi di Roma ai rigori dell'Inquisizione, e gli appelli che accettava alla propria curia, e le assoluzioni: nol poteva, atteso che sussistono i lamenti ufficiali che gliene moveano Ferdinando e Isabella. Che fa egli dunque? Si butta sulle intenzioni, ed asserisce che Roma operava così per guadagnare denari. A questo modo si scrivono gazzette, non istorie[290].
Già del suo tempo lo storico fiorentino Segni accorgevasi che l'Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull'onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un istituzione politica; è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può; ma l'interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore; approvava gli assessori, fra cui due dovevano togliersi dal Consiglio Supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, che così rimaneva padrone della vita e della roba de' sudditi, e che della cassa dell'Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl'inquisitori non avanzava tampoco quanto bastasse per le spese; e i grandi e il clero n'erano colpiti egualmente, senza privilegio od eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure uno scaltrimento regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà[291].
Carlo V avea contro i Protestanti emanato decreti severi a segno, che dovette mitigarli Filippo II, a lui succeduto nel regno di Spagna e ne' dominj dell'Asia, dell'America e dell'Italia; Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l'eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il colmo della fierezza, unita all'ipocrisia. Nel fatto egli possedette qualità grandi: vasta capacità, fermo carattere, amore alla fatica, occupandosi incessantemente negli affari di Stato e nelle minuzie d'amministrazione: fautore delle lettere, che sotto di lui ebbero il secol d'oro; come sotto di lui, sebbene non fosse guerresco, si vinsero alcune delle maggiori battaglie della storia: attento a tutte le parti dell'immenso impero, ma principalmente amoroso della Spagna e della forza e gloria di essa, per la quale vi aggregò paesi d'altra indole, senza badare alle inconciliabili diversità. Nè per avversa fortuna prostrandosi, nè per prospera inebriando, quando l'ammiraglio, a cui aveva affidato quella che lo stupore de' contemporanei intitolò invincibile armata, venne annunziargli ch'era stata dispersa dal turbine, esso proferì soltanto: «Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e ripigliata la penna continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto, che decise se l'Europa sarebbe cristiana o musulmana; e non che prorompere in esultanze, riflettè: «Don Giovanni ha molto arrischiato: come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe rendere omaggio al merito; e quando il duca di Savoja, vinta colle armi spagnuole la Francia a San Quintino, si presentò per baciargli la mano, esso lo serrò nelle braccia dicendogli: «Tocca a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».
Ma non coronato di allori come suo fratello don Giovanni, nè generoso come suo padre, serba nella storia una fisonomia freddamente severa; forse per troppa conoscenza degli uomini, diffidava, e perciò teneasi concentrato; volea veder tutto da sè, e perciò esitava a decidersi; deciso una volta, non recedeva più, scambiando per costanza l'ostinazione, per giustizia la inesorabilità. Indispettito degli ostacoli che le libertà locali metteano al suo potere, s'applicò a torle di mezzo. Credendo l'unità religiosa fondamento necessario dell'unità politica, e sè medesimo destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, ogni discrepanza considerava non solo come eresia, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterla, come fece dapertutto, senza mai scendere a componimento; nell'interno non rispettò tampoco l'asilo delle coscienze; fuori cercò impadronirsi fin della Francia e dell'Inghilterra per serbarle cattoliche: e intanto si vide tolti i Paesi Bassi[292]; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza. I re di Francia e d'Inghilterra, ch'egli avea mirato a spossessare, gli si inimicarono, ed allearonsi colla Riforma e colla letteratura per denigrarlo allora, e tramandarlo in esecrazione alla posterità. Certo egli personifica in sè la Spagna cattolica, monarchica, patriotica; e fu uno dei più efficienti sulla futura civiltà, perocchè senza di lui la religione cattolica in Italia e in tutta Europa sarebbe rimasa nulla più che tollerata, cioè nella condizione dove stava, or fa poc'anni, in Inghilterra o in Prussia o in Russia.
Non fu lui che inventò l'Inquisizione; suo padre morendo aveagli raccomandato di mantenerla, sicchè non ebbe che a drizzarla contro l'irruzione dell'eresia, che seminava di pianto, di persecuzioni, di sangue tutta l'Europa[293]. E il reprimere con supplizj i dissidenti, lo ripetiamo, era comune nel diritto pubblico d'allora; la solennità che si dava a quegli ancor più deplorabili che esecrabili spettacoli, attesta come fossero nell'indole dei tempi e nelle idee dei tanti spettatori: pubblicavansi perchè si credeano giusti e necessarj. A non toccare se non ciò che rasenta alla storia italica, pochi giorni prima di quella battaglia di Pavia dove Francesco I perdette tutto fuorchè l'onore, il 17 febbrajo 1525 a Parigi veniva mandato al supplizio maestro Guglielmo Joubert, licenziato in legge, convinto d'aver seguìto le dottrine di Lutero. Avea ventott'anni, e fu condotto sul carro fra immenso popolo davanti alla chiesa di Nostra Signora, e di là a Santa Genovieffa, dove fece ammenda onorevole; poi ricondotto sulla piazza Maubert, fu dato al fuoco, dopo avergli forato la lingua con ferro rovente.
Quando di Francia avventansi accuse al nostro paese dell'Inquisizione, noi, non per raffaccio, ma per memoria, citeremo la notte di san Bartolomeo, e la sentenza del parlamento di Parigi che condanna al fuoco come mago l'insigne cancelliere l'Hopital; e l'altra del 1561 che pronunzia lecito l'uccidere qualunque ugonotto, e che doveasi leggere in ogni parrocchia tutte le domeniche[294].
Non cominciarono in Ispagna dunque prima che altrove gli spettacolosi Atti di fede. Chiamavansi così le esecuzioni sopra i condannati dal Sant'Uffizio perchè vi si recitava dal pulpito con semplici formole la professione di fede; e gli accusati doveano ripeterla. Il maggior numero lo faceano, sicchè tutto l'Atto risolveasi nell'assolvere gli imputati ricredentisi, e le più volte non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano; gli ostinati abbandonavansi al braccio secolare.
Il Llorente cita un auto da fe del 1486 a Toledo con settecencinquanta condannati, ma nessuno a morte; un altro di novecento, pur senza sangue; in uno furono condannati tremila trecento, di cui ventisette a morte; ma si rifletta che, oltre l'eresia, erano di competenza del Sant'Uffizio i peccati contro natura, la sollecitazione in confessione, la bestemmia, i ladri di Chiesa, perfino il somministrar cavalli e munizioni al nemico in tempo di guerra; sovratutto le pratiche di maomettismo. Francesco di San Romano, negoziante di Burgos, intesi a Brema i predicanti, cercò propagarne le dottrine. Preso ad Anversa dall'Inquisizione, dopo sei mesi fu rilasciato, condannando solo e bruciando i suoi libri. Non che ravvedersi, egli s'incalorì, e cercò persuadere Carlo V a riconoscere la religione riformata; onde preso di nuovo, dopo la spedizione d'Algeri fu dall'Inquisizione di Valladolid condannato al fuoco. Nell'andare ricusò prostrarsi a una gran croce di legno, la quale immediatamente fu fatta dal vulgo in pezzi, da conservare come reliquie, perchè essa avea respinto le adorazioni d'un eretico. San Romano fu arso vivo, e gli arcieri imperiali ne raccolsero gli avanzi, e l'ambasciadore d'Inghilterra ne cercò diligentemente qualche osso. È dato come il primo spagnuolo che fosse arso per luteranismo.
L'8 ottobre 1559 Filippo II, appena tornato dai Paesi Bassi, assisteva a un solennissimo Atto di fede in Valladolid, il secondo che celebravasi in Ispagna, e il grand'Inquisitore lesse una formola, per la quale il re giurava prestare ogni ajuto al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri, contro degli eretici ed apostati, e di quelli che impedissero direttamente o indirettamente d'eseguirne i decreti. Fra i condannati compariva don Carlo di Sessa, nobile italiano, chi dice di Verona, chi di Firenze, onorato da Carlo V per l'ingegno, imparentato per la moglie con primarie famiglie di Spagna. Irremovibile a persuasioni o minacce, aveva il giorno prima steso una professione di fede in senso reprobo, che il Llorente dice aver letta e ammirata per insuperabile energia. Condannato al rogo, passava davanti al re, al quale rivolto disse: «Come osate voi farmi bruciare?» E il re: «Se mio figlio fosse tristo come voi, porterei io stesso la legna al suo rogo». Gli fu posto uno sbavaglio alla bocca, e giunto al luogo del supplizio, quando gli fu tolto acciocchè potesse abjurare, esclamò: «Mettete subito il fuoco; se mi lasciate tempo, dimostrerò che voi correte alla perdizione qualora non operiate come me».
Dopo questo anno delle grandi procedure contro gli eretici in Ispagna più non vi si trovano Protestanti nel vero senso, e l'Inquisizione si esercitò contro Ebrei, Mori, relapsi, streghi. Ma la potenza sua crebbe a segno, da valer più che l'autorità di Roma: antagonismo che si manifestò principalmente nel processo contro Bartolomeo Carranza. Questo domenicano, arcivescovo di Toledo, adoprato da Carlo V in ufficj gravissimi, massime in Inghilterra, avea mostrato gran fervore contro gli eretici: primeggiò al Concilio di Trento, da cui ebbe incarico di redigere il catalogo de' libri proibiti. L'ingegno e l'altezza del posto gli attirarono l'invidia, e l'accusa allora comune di opinioni ereticali; pel quale sospetto, Carlo V mal l'accolse quando andò nel ritiro suo di San Giusto a prestargli l'ultima assistenza. Pure narrarono ch'e' lo confortasse a fidare unicamente ne' meriti di Cristo: e dopo spirato, recitò il De profundis, a ogni versetto facendo un commento; preso quindi il Crocifisso, esclamò: «Ecco quello che tutti ci ha salvati; ogni cosa è perdonata per merito suo, e più non v'è peccato».