Di tali espressioni, quasi escludessero la cooperazione dell'uomo e l'intercessione dei santi, fu imputato, e il 22 agosto 1559, chiuso nelle carceri del Sant'Uffizio a Valladolid, cui presedeva il grand'inquisitore Valdes. Già il Sant'Uffizio avea messo all'indice i Commenti sul catechismo cristiano, scritti da esso, benchè dedicati a Filippo II e approvati da una commissione del Concilio di Trento; i cui membri, non osando resistere a quel tribunale, ritrattarono il datovi assenso. Pio IV, per quanto rigoroso, credette in ciò si procedesse troppo severamente, e ne avocò la causa a Roma. Filippo II geloso delle prerogative dell'Inquisizione, protestò non lascerebbe mai giudicarne fuori di Spagna. Il papa spedì un legato a latere con due altri giudici che assumessero quell'esame, ma gli inquisitori seppero trar in lungo finchè il santo papa Pio V scrivendo lettere sopra lettere per lagnarsi di non esser tenuto informato sul processo di personaggio di sì gran conto, e minacciando la scomunica a Filippo II, che persisteva sul niego, riuscì a trar l'accusa a Roma il maggio 1567. Quivi alloggiò il Carranza in Castel Sant'Angelo: delegò quattro cardinali, quattro vescovi, dodici teologi e dottori a vagliarne la causa, e non dissimulava nè la sua collera verso gl'inquisitori, nè la riconoscenza pei servigi resi dal Carranza alla Chiesa: e non che proibirne il catechismo, diceva che, un po' poco che lo spingessero, e' l'approverebbe di moto proprio.
La frivolezza odierna n'ha bel tema d'invettive contro i tribunali ecclesiastici. La storia imparziale riflette che, in procedura sì lunga, estesa, complicata, non è possibile veder un mero intrigo, e total mancanza di titoli. Il Carranza nel 1539, come qualificatore della Inquisizione, assistette al capitolo generale de' Domenicani in Roma, ove fu amico del Flaminio, del Carnesecchi e di altri sospetti. Fra le sue carte fu trovata una lettera del Valdes, ove, parlando degli interpreti della sacra scrittura, professava che non bisogna appoggiarsi sui santi Padri per intenderla; che possiamo esser certi della nostra giustificazione, e la giustificazione si ottiene mediante la fede viva nella passione e morte di Nostro Signore.
Se ne' suoi scritti con somma franchezza espone i vizj dominanti senza riguardo a persone, forse procedeva più esplicito nel parlare; Filippo II, già suo amorevole, gli divenne avversissimo: se il processo potea temersi pregiudicato in Ispagna, eccolo trasferito a Roma.
Ma per tradur in latino tutta l'informativa e per raccogliere le notizie non si richiesero meno di tre anni, poi altri in domande e risposte, e solo Gregorio XIII nel 1576 pronunziò definitiva sentenza. Il Carranza, a ginocchi davanti al papa e ai prelati, fece abjura generale delle dottrine ereticali, e ritrattò quattordici proposizioni mal sonanti ne' suoi libri; fu confermata la proibizione del suo catechismo; egli, sospeso dalle funzioni vescovili, starebbe cinque anni a Orvieto in un convento del suo Ordine, e visiterebbe le sette basiliche di Roma; ma pochi giorni dopo, al 2 maggio 1576, moriva di settantatrè anni, dichiarando non avere il minimo rimorso di sentimenti contro la fede; eppure non imputando d'ingiusta la sentenza del pontefice; il quale gli facea splendidissime esequie, e un sontuoso monumento con iscrizione d'illimitate lodi[295]. Sicchè non resta che a deplorare la condizione tristissima ma inevitabile de' giorni di rivoluzione e di paura. Del resto i re di Spagna d'allora badavano agli ammonimenti del papa quanto gli odierni al sillabo: onde sarebbe strano l'imputar ad esso quelle procedure quanto l'attribuir al pontefice odierno i nostri errori sull'usura, sul matrimonio, sulla servitù della Chiesa.
La Spagna teneva in dominio bellissime parti dell'Italia nostra. Nel regno di Napoli era già stabilita l'Inquisizione dai severissimi editti di Federico II, affidando le condanne ai magistrati secolari. Per rimedio al costoro rigore e alle mal condotte procedure, Roma cercava mandarvi inquisitori proprj: gli Angioini, ligi ai papi, molte volte prescrissero di favorire, e fin di pagare questi venuti da Roma: nel 1305[296] Carlo II ordinò a tutti i baroni e agli ufficiali che dessero ajuto all'inquisitore frate Angelo da Trani, carcerando e custodendo le persone sospette, non molestassero i suoi famigli per l'arma che portano, eseguissero le sentenze ch'egli proferirebbe contro gli eretici e i costoro beni, mettessero al tormento gl'imputati per cavarne la verità: nel 1307 incaricava frà Roberto da San Valentino, inquisitore del regno, di procedere con tutto rigore contro l'arciprete di Buclanico, il quale, dopo corretto, era ricaduto in errori sopra alcuni articoli di fede[297].
Gli Aragonesi, succeduti nel dominio, restrinsero di nuovo l'Inquisizione, e la sottoposero all'assistenza del magistrato secolare. I Napoletani, ai primi anni di Fernando il Cattolico, adombratisi ch'egli volesse piantarvi il Santo Uffizio alla spagnuola, tanto fecero[298], che, per mezzo del gran capitano Córdova ottennero promessa che mai non l'avrebbe posto. Nel 1505 esso gran Capitano, chiesto dal vescovo di Bertinoro inquisitore apostolico di far carcerare alcune donne indiziate di eresia, che da Benevento erano fuggite a Manfredonia per passare in Turchia, scriveva al governatore Foces procurasse averle in mano, ma ne desse avviso a lui. Il conte di Ripacorsa nel 1507 rimproverava frà Vincenzo da Ferrandino perchè avesse inquisito alcune persone senza informarlo nè mostrargli la sua commissione[299]. Donde appare che l'Inquisizione non avea tribunal fisso, e dovea dipendere dal placito secolare.
Ma quando la spagnuola infierì contro i Moreschi e i Marani, i Napoletani temettero di nuovo che Fernando volesse introdurla fra loro, come pareva trapelare da certe sue lettere, che supponeano qui rifuggiti molti Musulmani profughi dalla Spagna. Con modi rispettosamente robusti gli rammemorarono l'antica capitolazione, e come non fosse duopo di straordinarie procedure contro Mori ed Ebrei, essendo qui pochissimi; e avendo egli mandato alcuni inquisitori, furono ricevuti in tal maniera, che dovettero partirsene ignominiosamente. Nè quanto il re cattolico visse, più tentò quel fatto, e il vicerè Cordova vigilò perchè Roma non eccedesse. Germogliata l'eresia di Lutero, Carlo V, trovandosi in Napoli nel 1536, promulgò un severissimo editto, con cui interdiceva ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d'eresia, pena la morte e la confisca. Che le opinioni luterane serpeggiassero a Napoli, lo vedemmo parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo. Don Pietro Toledo vicerè, cui Carlo V nessuna cosa avea raccomandata più che d'impedire il contagio dell'eresia, non solo la fece combattere da famosi predicatori e teologanti, frate Angelo da Napoli francescano, frà Girolamo Seriprando agostiniano, frate Ambrogio da Bagnoli domenicano, frà Teofilo da Napoli, frate Agostino da Treviso, ma bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò (1544) l'introdurre qualunque trattato teologico che fossesi pubblicato negli ultimi venticinque anni, non approvato dalla santa sede o anonimo, e chiuse le accademie del Pontano, de' Sireni, degli Ardenti, degli Incogniti, che sotto coperta di letteratura o di filosofia facilmente scivolavano nel campo teologico. Poi, spintovi dall'imperatore, desolato degli scompigli causati in Germania dalla Riforma, e delle concessioni a cui avea dovuto calare, e anche dal desiderio di deprimere la nobiltà, s'industriò impiantare nel regno di Napoli l'Inquisizione spagnuola (1546). E prima per mezzo del cardinale Borgia suo parente indusse Paolo III a vietare ai laici di trattar di cose di religione, ed a spedire commissarj che istituissero qualcosa di simile al Sant'Uffizio. Il vicerè vi diede l'exequatur, ma non fece pubblicare la bolla a suon di tromba e nelle prediche, come di costume; e solo affiggere all'arcivescovado; intanto fra le piazze insinuando che nulla v'avea di che sgomentarsi, che non veniva dal governo bensì dal papa, senz'altro fine che di sbrattare la città se qualche eretico vi fosse.
Il popolo, sospettando di mala fede il Toledo, levò rumore, e non valendo le rimostranze, mandate a Pozzuoli per mezzo di Antonio Grisone, insorse gridando arme, strappando i cedoloni, surrogando agli Eletti del popolo altri più creduti: i nobili vi si mescolano, aizzandoli e chiamando fratelli i plebei, come si suole nelle insurrezioni, e ripudiano l'Inquisizione al grido di «Viva la santa fede», come la ripudiavano gli Aragonesi al grido di «Viva la libertà». Il Toledo risoluto di venirne a capo col terrore, esclamava: «Perdio, che a costoro dispetto porrò il tribunale dell'Inquisizione in mezzo del mercato»; e citò davanti al reggente della vicaria i capipopolo, che erano Tommaso Anello sorrentino, plebeo della piazza del Mercato, e Cesare Mormile, nobile di Porta Nuova; ma tal folla gli accompagnò, ch'egli dovette dissimulare, e lasciare che in groppa alla chinea di Ferrante Carafa e di altri signori, fossero portati in trionfo alle varie piazze: onde rassicurare e ammansire la plebe, mandò il marchese Caracciolo a quietare coll'occhio e col volto: intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s'introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.
Ma un accidente da nulla porge occasione di far sangue, i soldati spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello del campanile di san Lorenzo; i castelli fan fuoco; la via Toledo e la Catalana si contaminano di carnificina; sono mandati sommariamente al supplizio alcuni nobili, non maggiormente colpevoli degli altri ma per dare un esempio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Non fu fischiato o urlato; ma nessuno grande o piccolo gli usò atto di riverenza, nè cavar il berretto, o piegar il ginocchio come prima: però quando i capipopolo sparsero voci sinistre, la plebe a fatica si rattenne dal farlo a brani, gli tolse l'obbedienza, e costituì regolarmente un'unione di nobili e popolani a servizio di sua maestà e a comune difesa, nella quale chi non entrasse era considerato per traditore della patria; e pigliò le armi, guidata dal Mormile e da Colantonio Caracciolo, che fu gridato traditore appena parve condiscendere ad accordi.
Stettesi lunga pezza in attitudine di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa, il quale, all'antica ragione di sovranità, univa allora l'avversione particolare contro gli Spagnuoli, o di chiamare Pietro Strozzi profugo di Firenze, e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: all'imperatore fu deputato Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido di Sangro, per rimostrargli che, fra i capitoli del regno, era di non vi introdurre l'Inquisizione alla spagnuola: sicchè non guardasse come ribellione contro lui questo insorgere contro un rigore illegale.