A suggerimento del papa e di san Carlo vi fu deputato anche il famoso giureconsulto Paolo d'Arezzo, allora prevosto de' Teatini, poi arcivescovo di Napoli e beatificato; e nelle calde suppliche è notevole la strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno terrebbesi sicuro della vita e dell'avere se dominasse l'Inquisizione spagnuola.

Ma i baroni a titolo d'obbedienza feudale erano stati domandati dal vicerè a venir alloggiare nelle caserme degli Spagnuoli: le famiglie dabbene si ritirarono, sicchè, prevalendo la feccia e i fuorusciti, andò a scompiglio il paese; chi volea schivare le furie della ciurma, bisognava la blandisse coll'esagerazione delle parole e colla villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall'altra cercavansi sussidj e munivansi fortezze.

L'imperatore a fatica s'indusse a concedere udienza ai deputati; intimò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d'eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall'amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e proveduto. Gianvincenzo Brancaccio, che lasciossi cogliere, fu decapitato: l'imperatore di nuovo dichiarò fedelissima la sempre rivoltosa città, e le impose centomila scudi di amenda.

I processi d'eresia si erigevano dal vicario di Napoli per via ordinaria; e una bolla del nuovo papa Giulio III vietò che traessero dietro la confisca, cassando anzi le pronunziate fin allora, e volendone applicati i beni a i più prossimi parenti[300]: i colpevoli erano diretti a Roma, donde, fatta l'abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.

Non però i rigori si smettevano, e notammo già e noteremo molti che andarono profughi. Qui ricordiamo Francesco Romano, già agostiniano, che occultamente diffuse nella natìa Sicilia gli errori di Zuinglio, poi fuggì in Germania, e tornato a casa nel 1549, sponeva la logica di Melantone, le epistole di san Paolo, e fu creduto anch'egli autore del noto libro sul Benefizio di Cristo. Citato al Sant'Uffizio, fuggì, poi venne spontaneo a costituirsi, si disdisse, e ottenne perdono, mediante molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessò d'avere molti proseliti, fra cui varie dame titolate. Più tardi Scipione Tettio, autore d'una dissertazione De Apollodoris, lodata dagli eruditi, pubblicò non sappiamo quali opere, con false opinioni sulla divinità; onde fu condannato alle galere. Lo racconta il De Thou, che essendo a Roma nel 1574, ignorava se ancor vivesse. Anche Pompeo Algeri da Nola fu mandato al fuoco.

Dei Valdesi altrove parlammo: i quali anche in Roma si erano diffusi, dove Gregorio IX li perseguitò, e molti ne pose a Monte Cassino[301]: e nel processo che già sponemmo del 1387, quelli del Piemonte annunziavano il loro pontefice stare nella Puglia, donde erano mandati a loro i maestri. Infatti nella provincia della Calabria Citeriore, ove l'Apennino declina al Tirreno, ai piedi della cresta del Bitonto, nel circondario di Paola e mandamento di Cetraro sta in poggio il paesello di Guardia, di 1500 abitanti agricoli, che parlano e vestono diversamente de' circonvicini. Spesso si confonde dagli storici con Guardia Lombarda, comune del Principato Ulteriore; che può aver avuto anch'esso quell'aggettivo perchè popolata da Piemontesi, che consideravansi lombardi. Narrano gli scrittori valdesi, e nominatamente il Giles, che, verso il 1315, un gentiluomo calabrese (probabilmente Ugo dal Balzo, siniscalco di re Roberto) imbattutosi in un'osteria di Torino con alquanti Valdesi, e udito come le loro valli riboccassero di popolazione, offrì di dar loro alcune terre di Calabria; ed avendo essi mandato ad esaminarle, e trovandovi letizia di cielo, di pascoli, di frutti, di vigneti, d'ulivi, vi stabilirono una colonia, a patto di pagar un tributo, e del resto regolarsi a comune senza render conto a chichessia, e soprattutto poter seguitare i loro riti. Di ciò si fece istromento autentico, confermato poi da Ferdinando d'Aragona. Alla città di Montalto aggiunsero un borgo, che fu detto degli Ultramontani: e dopo cinquant'anni cresciuti di numero, ne eressero un altro, lontano un miglio, detto San Sisto, dove fu una delle chiese riformate più celebri; e via via i borghi di Vaccarizzo, Rose, Argentina, San Vincenzo; poi la Guardia sulle terre dei marchesi Spinelli di Fuscaldo.

A queste terre ricoverarono poi molti Valdesi di Provenza, perseguitati quando la Corte pontificia risedeva ad Avignone, e fabbricarono Montelione, Faito, La Cella, la Motta; verso il 1500 altri passarono ad abitare nella città di Volturara[302]. Colà vissero quieti tollerati e tolleranti, fino ad andare alla messa, e far battezzar i loro figliuoli da preti cattolici; usando pochissime forme esterne di culto, non urtavano le popolazioni vicine: grati ai signori dei luoghi, perchè quieti e pagavano; ogni due anni riceveano la visita d'un reggitore e d'un coadjutore dalle valli Alpine, che venivano distinti d'abito, e fingendosi fabbri, mercanti, medici, facendosi conoscere da un particolar modo di bussar alla porta. Privi di lettere, nè disputavano sulle loro credenze, nè cercavano divulgarle. Se non che i loro fratelli delle valli subalpine, quando si riformarono a foggia di Protestanti, spedirono in Calabria alcuni «per rimettervi ogni cosa in buono stato»[303], e forse allora solo vennero indotti a ritirarsi dalle assemblee cattoliche, cui prima s'accomunavano, e mandarono a Ginevra Marco Usegli, chiedendo dottori. In fatto venne Luigi Pasquale di Cuneo, già soldato di Savoja, che fece proseliti anche nelle vicine terre della Basilicata, Faito, le Celle, la Castelluccia. Il cardinale Alessandrino e come capo dell'Inquisizione a Roma, e dopo fatto papa inviò predicatori, e nominatamente Gian Antonio Anania di Taverna cappellano in casa Spinelli, che primo gli avea indicato quel pericolo (1561), e Cristoforo Rodrico gesuita, con ampia podestà: ma le minaccie rimasero senza frutto, non volendo essi nè violare i riti antichi, nè staccarsi da luoghi sì belli. Pertanto si ebbe ricorso al braccio secolare; e il duca d'Alcala vicerè spedì Annibale Moles giudice di vicaria e molti soldati, che, secondando i missionarj e il marchese Spinelli, costringevano andare alla messa, i disobbedienti colpendo nei beni e nella persona.

Spinti alla disperazione, essi impugnarono le armi, e ricoveratisi nelle foreste dell'Apennino, prima alla spicciolata, poi in giuste battaglie combatterono; alfine disfatti si ricoverarono in Calabria alla Guardia che avea postura favorevole, mura e due corsi d'acqua. Il marchese, nelle cui terre si trovava la Guardia, mandò colà cinquanta uomini, fingendo fossero delinquenti che voleva relegare in quella fortezza; i quali penetrati, trassero fuori le armi, s'impadronirono dei posti, e sopraggiunti altri armati, incatenarono tutti gli avversarj. Allora furono sottoposti a fieri giudizj, e i renitenti a supplizj studiatamente atroci. Serrati in una casa tutti, veniva il boja, e pigliatone uno, gli bendava gli occhi, poi lo menava in una spianata poco distante, e fattolo inginocchiare, con un coltello gli segava la gola e lo lasciava così: di poi, con quella benda e quel coltello insanguinati, ritornava a prendere un secondo, e farne altrettanto. Ce lo narra un contemporaneo, che fa perirne a tal uopo fin al numero di ottantotto. «I vecchi vanno a morire allegri; i giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria; se il papa ed il signor vicerè non comanderà al signor marchese (di Buccianico) che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e fa un numero per poter poi fare del resto. Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far giustiziare ancor loro, per poter farne la misura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono veder il Crocifisso, nè si vogliono confessare, i quali si abbruceranno vivi. In undici giorni si è fatta esecuzione di duemila anime; e ne sono prigioni mille seicento condannati; ed è seguita la giustizia di cento e più, ammazzati in campagna, trovati con l'arme circa quaranta, e gli altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; bruciate l'una e l'altra terra, e fatte tagliare molte possessioni»[304]; altri furono messi a remare sulle galere spagnuole.

Luigi Pasquali suddetto, studiato a Losanna, si era sciolto dal legame matrimoniale per andar nel regno di Napoli ad evangelizzare, e con Stefano Negrino suo amico fu preso, e con ogni guisa di strapazzi spedito a Roma; malgrado i patimenti rimase saldo, e rallegravasi di soffrir per Cristo, e di sentire avvicinarsi l'ora di offrirsi in sagrifizio al Salvatore, e l'8 settembre 1560 fu strangolato alla presenza del papa e de' cardinali. Avea pubblicato un Nuovo Testamento in italiano, e varie lettere melle ac dulcedine evangelico refertissimæ ac unctionem spirantes, dice il martirologio protestante.

Il racconto è evidentemente esagerato dallo spirito di partito, e appoggia su relazioni, nulla più attendibili che quelle di cui ogni giorno c'ingannano le gazzette; fatto è che allora furono spente le colonie del principato oltrappennino, cioè Montalto, Volturara, San Sisto. Per interposizione del vescovo di Bovino si fece grazia agli abitanti di Castelluccio, Faito, Celle, Monteleone. Parecchi giunsero a tornare nelle valli alpine o nella Svizzera; altri abjurarono il loro culto, e furono raccolti in Guardia, ch'era rimasta disabitata, dove fin ad oggi le donne conservano alcuna traccia del vestire alpino, sottana di panno rosso, maniche di velluto o panno nero, i capelli intrecciati con nastro rosso o nero, quale usavasi fin testè nella Val d'Angrogna; e il loro dialetto tiene del piemontese, come la loro fisionomia e l'operosità[305].