Nè in Napoli mancarono errori e rigori. La famiglia Bonifazio possedeva il principato d'Oria, in terra d'Otranto, per dono di re Federico a Roberto che morì nel 1536, lasciando due figliuoli, entrambi letterati. Dragonetto, stillando un potentissimo veleno, ne rimase morto. Suo fratello Giovanni Bernardino ereditò il principato, ove ad Oria erano uniti Francavilla e Casalnuovo, terre pingui e di abbondante rendita. Ma il possessore era uno stravagante, viveva affatto in disparte, non facendosi servire che da due schiave turche: e tutto dedito agli studj. Aggiungeano che sentisse male della religione, e per ciò e perchè non andava mai a messa temendo esser molestato dalla Inquisizione, raccolti denari, finse andar a Venezia, e colle sue turche passò a conoscere i capi della setta luterana. In fine si stabilì a Vilna in Lituania, un miglio fuor della città, dopo che delle due serve una impazzò, l'altra maritossi: avendo a Costantinopoli compro un altro schiavo, questo gli fuggì in Moldavia, onde egli, senza servitori, «vive per lo più di latticinj, d'uva, di fichi secchi, d'uva passa, pomi e ravanelli; beve acqua pura; non abita in stufe, ancorchè paese freddissimo, ma spesse volte si vede intorno a un po' di fuoco, soffiando per cuocere le sue minestre, che per lo più son di latte e d'uva, assomigliando più fornaciajo che altro...... Tutto il suo vestire non giunge al pregio di due fiorini:.... Il letto e ogn'altra cosa sua non vuol che da altri che da lui sien tocchi; ha la barba lunga ed unta, magro, e in questo tempo (1586) può aver da sessanta a settant'anni. È della Confessione Augustana, la qual non ha mai lasciata, e nimicissimo de' Calvinisti. In Norimberg fu molto accarezzato: ma non avendo fermezza, in niun luogo si può fermare lungo tempo»[306].

Nulla trovammo di costui nelle consuete fonti, ma ne conosciamo una traduzione di Sallustio, impressa il 1550 dal Torrentino a Firenze, poi una miscellanea Hymnorum, epigrammatum et paradoxorum quorumdam di lui, stampati a Danzica nel 1599, con una prefazione ove si parla delle sue vicende, e come morisse in questa città il 1597. Da alcune lettere di Quinto Mario Corrado s'indurrebbe sia fuggito di patria il secondo anno di Paolo IV: il suo principato fu tratto al fisco, essendo egli l'ultimo della famiglia: e re Filippo ne investì san Carlo Borromeo, che poi lo vendette quarantamila zecchini, e in un sol giorno li distribuì ai poveri.

Nel 1567 i cherici regolari scopersero a Napoli una nuova setta; la quale professava i riti, le credenze, le empietà degli Ebrei, aprendo scuole clandestine. Riferitone al vescovo Mario Caraffa, destinò a reprimerli Gerolamo Ferro, chierico regolare, Gerolamo Panormitano, domenicano, Alfonso Salmerone, della Compagnia di Gesù, prete Girolamo Spinola[307].

D'un altro napoletano ci è dato ricordo, Giovan Maria della Lama medico. Da più anni esercitava l'arte sua in Vienna, quando nel 1567 mandò una petizione per mezzo del cardinale Comendone, ove esponea conoscere d'esser denunziato al Sant'Uffizio per sospetto di cose religiose, e quantunque sappia non essersi mai scostato da ciò che crede e comanda la santa madre Chiesa, per potere però viver in pace, e se errò far penitenza, supplica d'intercedergli dal papa di commettere la causa sua al nunzio o a chi giudicherà in Vienna, giacchè sarebbe ruina dello stato suo l'andar a presentarsi in Roma: poter i buoni Cattolici attestare che, mentre fu in queste parti, si astenne da ogni conversazione con eretici, e frequentò i sacramenti.

Nè Pio V, nè Gregorio XIII vollero consentirgli la domanda; Sisto V all'imperatore Rodolfo II, che glielo raccomandava, rispose il 26 marzo 1587, che non son poche nè leggiere le incriminazioni per le quali esso fuggì d'Italia, colla qual fuga crebbe gl'indizj: non esser possibile farne il processo, così lontano dai testimonj: pure, se egli confessi le colpe e abjuri gli errori, manderà facoltà di assolverlo. Intanto avverte l'imperatore che disconviene dalla virtù e pietà sua il tener a servigio del suo corpo un uomo sospetto d'eresia e per questa fuoruscito[308].

In Napoli, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e di Giulia Gonzaga[309] molte furono citate al vicario dell'arcivescovo; e Giovanni Francesco d'Alviso di Caserta, e Giovanni Bernardino di Gargano d'Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni nel 1564, in onta del privilegio di Giulio III. Se n'empì di sgomento la città; molti migrarono: le piazze inviarono al duca d'Alcala vicerè onde sincerarsi se rivivesse il disegno di istituire l'Inquisizione spagnuola. Furono assicurati del no; sicchè, dice il sempre servile Giannone, cessò ogni sospetto d'Inquisizione; restando i Napoletani contentissimi della benignità e clemenza del re[310].

Ove si noti che i Napoletani non ricusavano l'inquisizione ordinaria esercitata dai vescovi: anzi nel seggio di Capuana è detto[311]: «Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che questa sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta le norme de li canoni, e senza interposizione di Corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione tantum».

In quel regno l'Inquisizione si continuò ad esercitare per via ordinaria, cioè dal vicario del vescovo, assistito dal braccio secolare: ma qualora l'Inquisizione di Roma avesse ottenuto il beneplacito regio, istruiva processi anche contro regnicoli. Tal fu quello contro il già detto Caracciolo marchese di Vico, tale uno contro due vecchie catalane, che non volendo abjurare il giudaismo, furono consegnate al tribunale di Roma che le condannò a morte. Nel 1583 il cardinale Savelli in nome del papa domandava, per cose toccanti il Sant'Uffizio, fosse inviato a Roma Giambattista Spinelli principe della Scalea, e il vicerè ordinava fosse arrestato e tradotto, se non desse malleveria di venticinquemila scudi di presentarsi al Sant'Uffizio. Altrettanto nel 1585 con Francesco Conte capitano dell'isola di Capri; e l'anno seguente con Francesco Amoroso capitano di Pietra Molara.

Col procedere del tempo, il Sant'Uffizio prese ardimento maggiore nel regno, e piantava processi senza il beneplacito regio. Vietollo Filippo III: pure non valse a impedire che, per mezzo dei vescovi, si procedesse talvolta direttamente, come fu nel 1614 in una famosa causa contro suor Giulia di Marco da Sepino, terziaria di San Francesco, che col misticismo copriva strane oscenità; favorita da gran signori e da Gesuiti.

Regnando Carlo II, erasi istituita a Napoli un'accademia degli Investigatori, preseduta dal marchese d'Arena, la quale proponeasi di ravviar la buona filosofia. Diede ombra, e se ne tolse occasione di ridestare il Sant'Uffizio; e sotto monsignor Gilberto vescovo della Cava si eresse un tribunale in San Domenico, e iniziaronsi processi, costringendo alcuni ad abjurare certe loro proposizioni.