Per impedire che mai l'Inquisizione operasse alla spagnuola, la città nel settembre 1691 aveva istituito una deputazione di cavalieri, scelti da tutti i seggi della città, che vigilassero contro ogni usurpazione del Sant'Uffizio. Questi sporsero reclamo al vicerè, ma in quel tempo ruppesi la guerra per la successione. Dopo la quale, venuto al trono Carlo Borbone, nel 1746, ad istigazione del tanto lodato Benedetto XIV, l'arcivescovo Spinelli tentò ancora introdurre il Sant'Uffizio, e istituiti i magistrati, processò tre persone. Queste appellaronsi alla suddetta commissione, la quale dall'arcivescovo domandò comunicazione degli atti che concernevano quei detenuti, e poichè ricusò, portarono l'affare al trono. Fu anche concitato il popolo colla solita paura del Sant'Uffizio spagnuolo, onde tumultuò e insolentì contro l'arcivescovo, e attese il re quando per la strada marina tornava da Portici. Udito di che si trattava, Carlo smontò di carrozza, entrò nella chiesa del Carmine, e in ginocchio colla spada nuda toccando l'altare, giurò, non da re ma da cavaliere, che in Napoli non vi sarebbe mai l'Inquisizione. E pubblicato un rigoroso editto il 29 dicembre 1746, annunziò sbanditi i due canonici della curia che aveano tenuto mano a quel processo, ripreso il vicario, licenziati il notajo e gli attuarj, levata l'iscrizione Sanctum Officium. Il popolo mostrò la sua riconoscenza al re col regalargli trecentomila ducati.

Allora solo cessarono le operazioni di quel Sant'Uffizio, che di tempo in tempo avea processato qualche eretico, qualche fatucchiero, e che ogni anno il giorno di san Pietro mandava delle paniere piene di oggetti di stregherie e malefizj e superstizioni a bruciare pubblicamente sulla piazzetta vicina alla cattedrale[312].

A chi conosce la storia, foss'anche solo la contemporanea, non farà stupore che l'isola di Sicilia anche in fatto d'Inquisizione operasse tutt'altrimenti da Napoli. Lasciam via le disputate origini apostoliche delle chiese di quell'isola, ma fin da' primi tempi vi troviamo amplissimi possessi della Chiesa romana. Il papa v'era anche metropolita, e solo Leone Isaurico obbligò i Siciliani a dipendere dal patriarca d'Oriente, istituendo due metropoli, Siracusa e Catania[313], cui s'aggiunsero poi Taormina, Messina, Palermo. Si mantenne salva dagli errori degli Ariani, dei Pelagiani, dei Nestoriani, tantochè san Leone, mandando al Concilio di Calcedonia Pascasio vescovo di Lilibeo, lo dice fratrem et episcopum meum, de ea provincia quæ videtur esse securiorem; e virum de securiore provincia fecimus navigare[314]. Antichissimi pure vi sono gli Ordini religiosi, alcuno dei quali sussiste fin oggi senza interruzione.

Conquistaronla poi i Saraceni, che qualche moderno vuol dipingerci come tolleranti e autori di gran civiltà, sino a rimproverare i Siciliani perchè respinsero quel giogo e quella fede. Tali sentenze oggi si chiamano liberalismo: ma tutta la storia e le leggende attestano quanto i natii avessero a soffrire in fatto di religione[315]. Il conte Ruggero normanno, che poi liberò l'isola, la chiama habitaculum nequitiæ et infidelitatis[316]; e Urbano II il 1093 scriveva ai vescovi di Siracusa: «La gente saracena entrata in Sicilia, quanti trovò cultori della fede cristiana uccise o dannò all'esiglio od oppresse di miserabile servitù, in guisa che quasi per trecento anni cessò di venerare il suo Dio»[317].

Ecco perchè, come Gaufrido Malaterra racconta[318], all'avvicinarsi del conte Ruggero a Troina, i Cristiani che rimaneano gli corsero incontro con gran giubilo. Così a Palermo quel conte trovò l'arcivescovo cacciato dalla cattedrale e ridotto nella povera chiesa di san Ciriaco[319]. Ciò pruova che Cristiani sopravivevano ancora, comechè oppressi: teneano qualche chiesa, ebbero fin la permissione di recare il viatico agli infermi: e doveano esser non pochi ancora, se fu per loro istigazione, e sulla promessa giurata del loro ajuto che Ruggero sbarcò a Messina, ed ebbe uno di que' facilissimi trionfi, di cui ribocca la storia di Sicilia[320].

Venuti in dominio i Normanni, che per politica venerarono i pontefici, la Sicilia fu tornata al patriarcato romano; moltiplicaronsi chiese e istituzioni, pure furonvi tollerati gli Ebrei e i Saraceni.

Ai tempi di Guglielmo II trovossi una setta detta dei Vendicosi, cui capo un tal Adinolfo di Pontecorvo, e fra' molti seguaci suoi è mentovato il prete Sinnorito. Guglielmo procedette rigoroso contro costoro; Adinolfo fu impiccato, i suoi discepoli bollati con ferro rovente, il prete sospeso dal vescovo d'Aquino, malgrado le preghiere e le lacrime del vescovo e degli abitanti di San Germano. Giovanni Ceccano che ciò racconta[321] non ispecifica gli errori di costoro, bensì che commetteano ogni male, ma di notte e non di giorno; neppur certi siamo se fosse una setta religiosa.

Ai Normanni sottentravano gli Svevi, e indicammo come Federico II fosse estremamente rigoroso ai Patarini, benchè condannato per eretico e sospetto d'islamismo. Egli cacciò di Sicilia i Musulmani: ma come ausiliarj opportuni perchè non ispaventati da scomuniche papali, li radunò a Nocera de' Pagani presso Napoli. Da lui fu stabilita in Sicilia l'Inquisizione fra il 1216 e il 1224, e l'archivio se ne conservava nel Castellamare di Palermo, ma andò bruciato nel 1590 in un incendio che causò la morte di cinquecento persone. Poi nel secolo passato il vicerè Caracciolo, distruggendo il Sant'Uffizio, fe gettarne al fuoco quante carte rimanevano: altre perirono negli incendj che la guerra causò a Messina nel 1848, a Palermo nel 1860.

Così ci furono sottratte molte notizie, ma sappiamo che, quando l'isola fu annessa alla Spagna nel 1479, Francesco Filippo de Barberis inquisitore, andò a domandare a Fernando e Isabella la conferma del diritto concesso dall'imperatore Federico II agli inquisitori di appropriarsi un terzo dei beni confiscati agli eretici.

Frate Antonino da Rega domenicano, venne inquisitore a Palermo nel 1487, e dinanzi agli altari dovettero giurargli obbedienza, il vicerè, il municipio, gli uffiziali regj. Nel 1513 il Sant'Uffizio ottenne molte delle attribuzioni di quello di Spagna; del resto in Sicilia l'autorità papale era demandata ai re, in grazia della famosa Legazione siciliana[322], sicchè non potea da Roma venir opposizione.