Numerosi Ebrei dimoravano in Sicilia, tollerati fin quando Fernando il Cattolico, al 21 gennajo 1492, fe pubblicare anche colà il decreto che li sbandiva, e pretendono che un decimo degli abitanti dell'isola migrassero allora[323]: ma dovettero pagare tanto capitale, che fruttasse quanto le tasse che soleano tributare annualmente.
Nel Codex juris pontificalis auctore Francisco Candini (Palermo 1807) al tom. IV, p. 397 sono esposte le competenze e le procedure degli Inquisitori. Questi eran nominati col vicerè: dall'uno poteasi appellar all'altro: giuravano serbar il secreto.
Sulle prime i Siciliani non mostrarono repugnare dall'Inquisizione spagnuola, sì perchè temeano le opinioni nuove, sì perchè essa operava mitemente. Come opportuno a impedire le esuberanze de' magistrati, tanti ricorreano a quel tribunale che si dovette stabilire quali delitti non vi si poteano portare. Molti, anche baroni, volean esserne officiali perchè godean privilegio di foro. Gli inquisitori non risedeano stabilmente nell'isola, ma vi comparivano solo a tempo: però arrolavano familiari e foristi, immuni dalla giurisdizione ordinaria; accettavano denunzie segrete; agli accusati ricusavano il difensore e il confronto de' testimonj, e i supplizj eseguivansi rari e senza pompa. Pure il parlamento elevò la voce contro di questi, come fossero stati e condannati alcuni non rei, ed estorte confessioni, confiscati beni.
Il re ascoltava i richiami, ma proseguiva, e i vicerè parteggiavano per una istituzione spagnuola, monarchica e avversa a Roma. Allora poi che vi si scopersero dei Luterani, il Sant'Uffizio s'applicò a reprimerli, e prese tal fidanza da operare non solo come indipendente, ma superiore al Governo[324]. Anzi col procedere del tempo giunse al punto da scomunicare la gran corte e l'arcivescovo: e il governatore dovette mandare mille armati contro il palazzo dove i padri inquisitori si erano fortificati (1602).
Nella tremenda peste del 1624 a Palermo si infervorò la devozione mediante il voto di celebrare l'immacolata concezione di Maria, festa che si conservò sempre solennissima, sostenuta da alcuni cavalieri che pronunziavano il voto sanguinario, cioè di sostenere anche colla spada contro chi si fosse quel privilegio della madre vergine.
Non vi mancò lo spettacolo di Atti di fede, e il primo fu eseguito solo il 9 settembre 1641 sotto il vicerè Corsetto, bruciando vivi Giambattista Verron calvinista francese, Gabriello Tedesco, musulmano battezzato e relapso, e Carlo Tavalara agostiniano laico calabrese, che spacciavasi pel Messia, e inventò i Messiani.
Nel 1658 fu abbruciato pubblicamente frà Diego La Matina agostiniano, che condannato dal Sant'Uffizio alla galera, colà pervertiva i suoi compagni; poi valendosi della straordinaria sua forza, spezzò le manette, e uccise l'inquisitore venuto a visitarlo. Non più che questi due soli Atti son ricordati anche dai più ostili; poi nel 1724 il supplizio di Gertrude Maria Cordovano, pinzochera benedettina, e Romualdo laico agostiniano di Caltanisetta, rei di quietismo, bruciati alla presenza del vicerè, de' grandi e de' magistrati. Fin nel 1781 vi si bruciarono alcune streghe. Allora però Ferdinando IV, con dispaccio 27 marzo 1782, vedendo che quel tribunale non volea recedere dalle forme sue abituali di processura, per le quali non restava assicurata l'innocenza, lo aboliva, lasciando ai vescovi l'esercizio della giurisdizione in materia di fede, sempre però colla licenza del vicerè, e non mettendo il reo alle strette, ma denunciandogli l'accusa e assegnandogli il difensore.
Nè le terre del papa restarono immuni da eresie. Fin dal 1521 abbiamo a stampa senza luogo Didymi Faentini adversus Thomam Placentinum pro Martino Luthero theologo oratio, Ph. Melanctone auctore, in-4º.
A Roma, quando più pareano prosperar le cose della Compagnia di Gesù un «tal frate Agostino di nazione piemontese, di professione eremita agostiniano, di fede in apparenza cattolico, copertamente però finissimo luterano»[325], pensò giovarsi dell'assenza del papa, ito allora a Marsiglia (1540), per ispargere l'eresia colle prediche, alle quali, disinvolto e naturale predicatore com'era, traeva molte persone. Essendo gli errori mescolati a molte verità, non se n'accorgeano esse, ma uditolo alcuni gesuiti, «s'avvidero che in costui parlava Lutero, benchè con lingua tronca, come chi vuol farsi intendere e non osa spiegarsi». Dubitando il fesse per ignoranza, andarono a trovarlo per sincerarsi delle sue intenzioni. Esso li rimbrottò d'ignoranza o malignità o invidia, e continuò peggio: ond'essi pure dal pulpito tolsero a discorrere delle indulgenze, dell'autorità del pontefice, del merito della continenza, della necessità delle buone opere. Egli allora ricorse a un'arte solita, qual fu di gettar su loro il sospetto d'eresie, denunziando Ignazio come un lupo travestito da pastore, che avea sparso per le prime accademie d'Europa gli errori, ed ora in Roma con alquanti pari suoi facea l'ultime pruove: non volessero i Romani lasciarsene ingannare più che non aveano fatto Alcalà, Salamanca, Parigi, Venezia, dov'egli, convinto di marcie eresie, avea dovuto sottrarsi al fuoco col fuggire.
La calunnia fa sempre effetto, e non che rifuggir dalle prediche de' Gesuiti, la gente aspettavasi di vederli da un giorno all'altro condotti al rogo, nè v'era chi osasse difenderli. In prima il santo rassegnossi alla tempesta: di poi poc'a poco riavutosi, citò l'accusatore al governator di Roma, ove in contradditorio convinse di bugiardi gli avversarj, sostenuto da larghe e numerose testimonianze: e uscì sentenza di piena assoluzione. Anzi quelli che erano stati accusatori vennero riconvinti d'eresie: e il mal frate piemontese fuggì a Ginevra, ove gittato l'abito, si fe predicante, e credesi fosse autore del Summarium scripturæ.