Allora si esacerbarono i sospetti. E per verità se la Riforma, filosoficamente considerata, era uno slancio dello spirito umano verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano accettati dall'autorità, ne conseguiva che divenissero sospetti tutti i pensatori, in qualunque senso pendessero. I principi, accortisi che al religioso teneano dietro sovvertimenti politici, fecero causa comune con quella Roma, che aveano guardata con gelosia, e dapertutto fu invigorita l'Inquisizione, con privilegi e indulti si allettavano fraternite d'uomini e donne a servirle di famiglia. Chi denunzia un abuso, chi implora una riforma, è preso di mira, ha taccia di perturbatore: si piglia ombra di quanto in prima passava inappuntato; una devozione vivissima, un non ordinario rigore di pratiche religiose somigliano raffacci alle rilassatezza comune; la cautela ne' modi e nelle parole passa per ipocrisia; la franchezza per insolenza: fin il tacere s'interpreta per dissimulazione pericolosa. Sono martirj che non ignora chiunque nell'età nostra sentì o pensò.
L'Inquisizione estendeasi anche agli Ebrei, non per punirli, ma per impedire propagassero i loro errori, nè commettessero quegli enormi delitti, di cui fremevasi allora credulamente, come credulamente si freme oggi delle stragi del Sant'Uffizio. Il buon Sadoleto, intitolato il Fénelon italiano, in una lettera al cardinale Farnese si lamenta perchè gli Ebrei sieno trattati troppo cortesemente a Roma, e protetti da Paolo III. Ma Paolo IV usò con essi rigorosamente, e volle fossero ristretti entro il ghetto. Gliene presero ira, e forse ebbero gran parte nell'eccitare contro di esso papa la plebe romana, che ne abbattè la statua e bruciò il palazzo dell'Inquisizione.
A Pio IV successe col nome di Pio V frà Michele Ghislieri, alessandrino di Bosco, di religione rigorosa, d'integerrima vita. Non andava che a piedi; come generale dei Domenicani redense molti conventi dai debiti; si segnalò nell'alta Italia per zelo inquisitorio; e l'opposizione che trovò dapertutto rivela non tanto l'allargarsi delle opinioni riottose, quanto il ricalcitrare alla violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano e di diocesi comasca, ma nel civile appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all'Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Era vescovo di Como Bernardino Della Croce, ma Carlo V non volea dargli il placet perchè amico di Paolo III e de' Farnesi: laonde governava il capitolo comasco, che spalleggiato dal governatore Gonzaga, volea fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò rumore; i fanciulli presero a pietre frà Michele mentre entrava nel monastero, posto ne' sobborghi; ond'egli a fatica ricoverossi in casa dell'Odescalchi, che apparteneva alla compagnia della Croce di Como, e il governatore gli ordinò andasse a Milano per amor di quiete. Egli obbedì, ma poichè i canonici andarono a Roma, v'andò egli pure, fu la prima volta che vide la città che dovea poi divenir sua. Anche a Morbegno in Valtellina ordì processo di eresia contro Tommaso Planta vescovo di Coira, senza citarlo, nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse, se non con loro licenza: e perchè egli, obbedendo sulle prime, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.
Ebbe poi ordine d'inquisire Vittore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio dei Conti di Medolago; ma la costui potenza avrebbe impedito ogni attentato dell'inquisitore, se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Gerolamo Albani. Per costui opera il Medolago fu preso: ma la signoria veneta lo fece levare a forza dalle carceri del Sant'Uffizio, e trasferire nelle sue, nelle quali morì. L'opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Nicolò Da Ponte, nobile veneto, allora proveditore di quella provincia e più tardi doge, il quale perciò venne in odore di luterano. Quell'Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la signoria; ma quando due suoi figliuoli, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, venne per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, non volle ricevere il Da Ponte, mandatogli ambasciadore dalla serenissima, e ai figliuoli dell'Albani conferì il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della Marca d'Ancona, poi il cappello cardinalizio che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.
Dapertutto allora si infervorarono le procedure. Ogni causa ha tristi avvocati, che credono servirla col mostrare ch'essa ha molti nemici; e in quella generalità di denominazione che esclude la critica e la discolpa, avvolgono le persone che meno lo meritano. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo vedemmo Paolo IV gittare prigioni il cardinale Morone, i vescovi Egidio Foscarari di Modena, Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse, mentre non chiedeano che una riforma, la quale restituisse alla Scrittura l'autorità, usurpata dalla tradizione, e che si correggessero i costumi. E dovettero scagionarsi.
Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d'eresie, e al Gonzaga signor di Guastalla scriveva: «Jer sera, per commissione del cardinale Alessandrino furono pigliati tutti i miei libri, e notata ogni minima polizza. Questo non m'è grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore e dal santissimo tribunale dell'Inquisizione: ma ben mi dolgo che gliene sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli»[334].
Fu allora che l'accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa migrarono. Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero usciti di convento obbligavansi a tornarvi e sottoporsi al castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra; e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.
Il Tiepolo, ambasciador veneto a Roma, descrive un Atto di fede eseguito colà contro quindici persone: sette andarono condannate alle galere come testimonj falsi: sette eretici abjurarono; uno relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de' Monti, di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale Colonna»[336]. Ai 27 settembre 1567 descrive l'Atto dove furono bruciati il Carnesecchi, del quale parleremo poi a disteso, e un frate di Cividale di Belluno, oltre diciasette che avendo abjurato, furono chiusi in prigione perpetua o in galera, o multati in denaro per la fabbrica che dee farsi d'un ospedale per gli eretici. Fra questi contava sei gentiluomini bolognesi.
Ai 28 maggio 1569 un altro Atto, in presenza di ventidue cardinali, dove quattro impenitenti furono dannati al fuoco; dieci abjurarono, tra' quali Guido Zanetti di Fano. Costui nel 1537, essendo a Londra, comprò molti libri d'eretici, e bevutone le massime, tornò in Italia l'anno dopo, prese usata con varj eretici di qui e di fuori, e vantavasi d'aver la maggiore raccolta di libri eterodossi che fosse in Roma. Udendo poi che a Curia Sabella erano stati presi varj eretici, fuggì a Napoli nel 1545, donde a Venezia, benevolmente accolto e sussidiato da Donato Rullo, e frequentava Latanzio Ragnone ed altri apostati. Passò quindi in Sassonia, conobbe l'elettore, il duca Giovanni Federico e il landgravio d'Assia, e fingendosi un capitano di Enrico VIII d'Inghilterra, prese servigio nel loro esercito contro l'imperatore. Girando la Germania, conobbe i principali eresiarchi, visitò più volte la tomba di Lutero, rivide Venezia, poi l'Inghilterra, e v'assistette al ristauramento della religione cattolica, fatto dalla regina Maria e dal cardinale Polo. Reduce in Italia, non cessò la domestichezza col Carnesecchi, con Endimio Calandra, Pietro Martire, l'Ochino ed altri. Informatone il Sant'Uffizio, sotto Pio IV fu arrestato a Venezia il 23 febbrajo 1561, ma per istanze fatte dalla regina Elisabetta alla Repubblica, fu disciolto. Sopravenuti nuovi e maggiori indizj alla Inquisizione romana, il luglio 1566 fu preso a Padova, e condotto a Roma, confessò trentotto capi d'eresia, professati fino dal 1537, onde fu condannato. Avendo però fatto pubblica abjura il 20 maggio 1559 in Santa Maria sopra Minerva, dategli penitenze, il giorno stesso che il Cellario fu messo a morte, egli restò condannato alla prigione (dice il residente veneto) «parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».
Verso il 1568 molte lettere, nella corrispondenza del Bullinger, raccontano dell'Inquisizione atrocità, quali la voce pubblica le esagera. A Mantova essersi arrestato un parente del duca, e poichè questo ne sollecitava la liberazione, avergli l'inquisitore risposto che non riconosceva alcun duca nel suo uffizio: bensì mostravagli le chiavi del carcere; se voleva, nel togliesse per forza: egli nol rilascerebbe mai. A Roma (dicono) non va giorno che non si bruci, si soffochi, si decolli; piene tutte le prigioni, e se ne devono fabbricare di nuove sempre. Dopo bruciato il Carnesecchi, arrestaronsi il barone Bernardo di Angola e il conte di Pitigliano, che sollecitati a lungo, alfine abjurarono, e il primo fu condannato a carcere perpetuo, e alla multa di ottomila coronati; l'altro a mille, e chiuso per sempre in una casa di Gesuiti. Che a Valenza un nobile, denunziato per opinioni religiose, e dopo lunga detenzione messo alla tortura, spirò fra i tormenti; del che indignati, i cittadini insorsero, assalirono i preti, qual trucidando, quale cacciando. Che a Milano un nobil giovane, accusato di luterano e condannato alla forca, ebbe sentenza d'esservi tratto a coda di cavallo; mezzo strangolato, perseverando a non ricredersi, fu arso a lento fuoco, poi esposto ad essere sbranato dai cani[337].