Al 24 febbrajo 1585 il residente veneto a Roma informava d'una pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, presenti molti cardinali e grandissimo numero di persone. Degli inquisiti tre furono mandati al fuoco come relapsi in manifeste eresie: altri come fattucchieri e stregoni, che abusavano de' sacramenti per loro scellerità, furono sentenziati alla pubblica esposizione, altre al carcere e altre pene. Fra i condannati «alla morte di vivo fuoco» contava Jacobo Paleologo di Chio, già domenicano, che errò lungamente per Germania; in Transilvania fu rettore del ginnasio di Clausenburg, e adottò gli errori di Buduy, unitario talmente eccessivo, che Fausto Soccino medesimo lo riprovò. Arrestato per richiesta di Gregorio XIII, fu il Paleologo menato a Roma, come fu vicino al patibolo domandò tempo per riconciliarsi e venne ricondotto in prigione, ove si crede sarà fatto morire senza il fuoco vivo. Degli altri due, uno fu strozzato, come relapso ma pentito; l'altro «come pertinace morì nel fuoco a poco a poco, con una continua fermezza alla presenzia di gran parte di questa città».
Udimmo la Olimpia Morata deplorare la morte di Fannio. Nato a Faenza da oscuri parenti, cominciò egli a studiare la Scrittura seriamente sopra una traduzione, e ostentando i benefizj della parola di Dio, ne disputava in tal guisa, che fu preso prigione dal Sant'Uffizio. Quivi intenerito da colloquj colla moglie e la famiglia, ritrattossi e fu messo in libertà. Ma ben tosto ne sentì tal rimorso, che risolse di farne amenda col professare apertamente le nuove dottrine, e mosse per la Romagna predicando senza velo; se gli fosse impedito di annunziare in pubblico il Vangelo, sì lo faceva in secreti colloqui con chi volesse ascoltarlo, beato quando potesse alcun convertire. Arrestato a Bagnacavallo, fu condannato alle fiamme. Se non che mandato a Ferrara, ebbe occasione di convertire altri, meno tormentato che non sotto i Domenicani, talora veniva trattato meglio, talora peggio; quando solo, quando in compagnia; pur sempre costante a soffrire per Cristo. Molti andavano ad ascoltarlo, ed esso esortavali alla libertà de' figli di Dio. La moglie, le sorelle tentarono di nuovo distrarlo dalle sue convinzioni, ma egli rispondeva: «Il Signore non vuole ch'io rineghi lui per il bene della mia famiglia».
Quando a Paolo III succedeva Giulio III, venne l'ordine di metter a morte Fannio. A quel che gli recò l'annunzio, diede un abbraccio, e ringraziandolo, «Io accetto con gioja la morte, caro fratello, per la causa di Cristo»: e continuò a edificare i compagni coll'esporre la felicità di un tal morire. Domandato a chi affidasse i suoi figli: avesse compassione di essi e della sua cara moglie, rispose: «Li lascio al miglior de' custodi, Nostro Signor Gesù Cristo». Offertagli la vita se si disdicesse, professò non desiderare di sfuggir alla morte. E continuava spiegando diversi passi della Scrittura, recitando sonetti suoi sopra la giustificazione, e chiesto come mai fosse sereno mentre Cristo soffrì le ambasce dell'agonia, «Cristo (ripigliava) nell'orto e sulla croce soffrì le torture dell'inferno al quale noi eravamo condannati. Ma dopo che egli tolse i peccati nostri, a me non resta che a rallegrarmi, sicuro che la morte del mio corpo sarà passaggio ad un'eterna vita».
Così parlava poco prima d'esser condotto sulla pubblica piazza di Ferrara. Presentatogli un Crocifisso, disse: «Vi prego di non turbarmi presentandomi un Cristo di legno, mentre io l'ho vivente nel mio cuore». A ginocchi pregò divotamente e ardentemente Iddio di illuminare le offuscate menti dell'ignorante moltitudine. Egli stesso accomodò il capestro col quale doveva essere strozzato, e morì col nome di Gesù sulle labbra, nel settembre 1550. Il suo cadavere fu bruciato dove ne avvenne la morte.
Gli scritti che lasciò danno testimonio delle sue opinioni, colle objezioni degli avversarj e le risposte di lui. E sono due trattati delle proprietà di Dio, due della confessione, due del modo di conoscere Gesù e il fedele dall'empio; cento sermoni sopra gli articoli della fede, dichiarazioni sui salmi, dichiarazione su san Paolo, dispute contro l'Inquisizione, consolazioni ai suoi parenti sopra i casi suoi, avvisi delle cose della sua vita[338].
I Riformati, che ci conservarono il nome de' loro martiri, descrivono la fierezza de' supplizj subiti da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna già detto. Pomponio Algeri di Nola, arrestato a Padova, fece una luminosa difesa, allegando la Scrittura e le Decretali contro gli errori della Chiesa romana; ma per quanto i Veneziani bramassero salvarlo attesa la sua valentìa, fu condannato ad arder vivo. Stando in carcere a Venezia, descrisse in una bella lettera, la spirituale consolazione concessagli[339]. Francesco Gamba di Como, convinto d'essere stato a Ginevra ed aver partecipato alla sacra cena coi Riformati, fu condannato alla forca; prima forandogli la lingua acciocchè non parlasse.
Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, andato per convertire i Valdesi, si lascia convertire invece da loro; addetto al legato papale a Lione, lo abbandona per passare a Ginevra, donde muove a predicare il Vangelo nella Val d'Angrogna. Côlto, fu tradotto a Torino, e ucciso il 29 marzo 1588; e nel suo processo è detto, tante essere le persone a lui consenzienti, che l'Inquisizione non avrebbe abbastanza legna per bruciarle.
Bartolomeo Bartoccio, che ritirato a Ginevra, professava in pace la Riforma, come mercante capitava a Genova, dove conosciuto, fu arrestato e arso a Roma, e morendo esclamava Vittoria, Vittoria.
A Piacenza nel 1553, Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu tratto in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per favore di molti. Nel 1557 l'inquisitore carcerò Matteo Dordono e Innocente Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica amenda e penitenza, e tornarono con gran disonore a casa. Taddeo Cavalzago, citato per luterano, fuggì a Ginevra, sicchè restò bandito. Prete Simone ch'era vissuto seco lungamente, arrestato e cercando fuggire di carcere si ruppe una coscia, e dovette far penitenza de' suoi errori. Alessandro Cavalgio fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala. Altri assai nobili si scopersero fautori dell'eresia, e ne pagarono il fio; molti esularono, e i loro beni furono attribuiti al principe. Nel 1558, prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani e ajutatili a fuggire, s'un palco fu sferzato dall'inquisitore frà Valerio Malvicino, e dovette palesare quanto aveva operato contro i decreti del sommo pontefice; seco due altri cittadini: Giuseppe De Medici, pure sferzato, confessò ciò che avea creduto o fatto di contrario alla cattolica fede; e un notajo Giuseppe, di avere scompisciato la pila dell'acquasanta, ferito di spada alcune divote immagini e le braccia e coscie di san Rocco[340].
Somiglianti processure potremmo indicare in tutte le città d'Italia, e ce ne verrà la trista opportunità. In Lombardia si rese tremendo frà Pietro Angelo da Cremona; tra le cui vittime ricordano Francesco Cellario di Mantova figlio di Galeazzo, minorita dell'Osservanza, che già era stato inquisìto a Pavia. Milano era sottoposta alla Spagna, che cercò introdurvi la sua inquisizione; ma la città deputò alti personaggi al re, al Concilio di Trento, al papa, e ottenne di non aggiungere questo agli altri mali ond'era oppressa. Bensì vi fu piantata l'Inquisizione alla romana, ed una compagnia di quaranta cavalieri, portanti una croce in petto e aventi a capo il padre inquisitore, nel giorno di san Pietro Martire adunavasi nel suo oratorio, e al vangelo tutti sguainavano le spade, in segno di zelo e di costanza nel tener pura e propagare la fede e obbedire ciecamente al Sant'Uffizio; durarono fino al 1770. Compagnie consimili si formarono dapertutto, e con zelo indiscreto non solo investigavano l'eretica pravità, ma la trascuranza delle pratiche religiose; fiutavano le cucine al venerdì; sofisticavano ogni parola sfuggita ai professori; insomma avviavano ai procedimenti delle polizie odierne; superiori a queste solamente in quanto supponevano andarne di mezzo non l'interesse momentaneo d'un principe o d'una fazione, ma la salute delle anime.