San Carlo, da Roma il 10 dicembre 1563, scrive al doge di Genova che procuri l'arresto di frate Antonio da Cortemiglia conventuale, grandemente sospetto d'eresia. In questa città l'Inquisizione era già stabilita nel 1253, quando mandò a morte maestro Luco. Tre anni dopo, frate Anselmo capo inquisitore pubblicò certe provvisioni contro gli eretici, le quali volea facessero parte degli statuti della repubblica, e perchè i consoli ricusavano, egli obbligolli, minacciando di scomunica la città. Più tardi vi fe scuola Lucilio Vanini, e pare da lui apprendesse Cesare Conte pittore, che catturato dal Sant'Uffizio il 1632, moriva nelle segrete del palazzo ducale.
I buoni uomini della valle di Chamonix, a' piedi del Monbianco, nel 1462 condannarono al fuoco diverse persone, accusate d'eresie, d'apostasia, di magia, e una donna che avea avuto commercio carnale col demonio, fu fatta sedere per tre minuti s'una lastra rovente, poi data al fuoco. A Ciambery i frati mendicanti non poteano andar in volta senza sentirsi fischiare e fin battere.
Altra lettera di san Carlo del 15 aprile 1575 ci informa che il vescovo di Vercelli fu tacciato d'eresie per una pastorale dove esortava il suo popolo all'orazione della sera: ma attesta de' buoni sentimenti di esso, e si consola che l'accusa siasi volta contro uno scritto, giacchè le parole dette a voce possono facilmente riferirsi alterate; e ritiene che il santo padre non solo non l'imputerà, ma cercherà gli autori dell'accusa per punirli.
L'Inquisizione ne' paesi del Piemonte fu moderata da Emanuele Filiberto, volendo che le sentenze non sortissero effetto se non col concorso del senato, dopo udito il pubblico ministero, ma la prescrizione cadde in dimenticanza. Esso Emanuele Filiberto fece prescrizioni minute e rigorose per l'osservanza de' precetti della Chiesa: si trasferiscano in città i monasteri femminili sparsi in campagna; non si permettano canzoni lascive nè contro l'onore e lo stato degli ecclesiastici: al tempo stesso che metteva un economato pei benefizj vacanti, e facea gli ecclesiastici concorrere alle pubbliche gravezze.
In Sardegna, Valente arcivescovo di Cagliari verso il 687, in un'opera De erroribus hodierna tempestate grassantibus, tolse a provare che erasene sempre conservata immune quell'isola[341]. E tale durò: ma verso il 1560 s'ha memoria d'un processo fatto a Sigismondo Arquer cagliaritano, avvocato del fisco, per opinioni religiose, d'ordine dell'arcivescovo Parraques; risultò innocente, pure non si desistette dal perseguirlo, ond'egli credette cercar salvezza in Ispagna. Ma quivi come luterano dogmatizzante venne preso dall'Inquisizione di Toledo, e morto con altri nell'Atto di fede del 1571. Abbiamo di lui Sardiniæ brevis historia et descriptio[342], alla cui fine si legge che colà sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas, majoremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris.
Sarebbero queste parole la causa o l'impulso del suo processo?
Mentre noi andiamo spigolando con improba fatica avrebbe un'abbondante messe chi potesse cercare gli archivj del Sant'Uffizio a Roma. Ai giorni nostri furono spalancati per violenza due volte; durante il dominio francese dopo il 1810, poi nella rivoluzione del 1848, eppure nessuno seppe trarne profitto per la storia e per la verità. Finchè ad altri ciò sia concesso, ci siam valsi e ci varremo di frà Caracciolo, che scrivendo una vita di Pio IV, rimasta manoscritta, potè aver sottocchio i processi di quel tribunale. Perpetuo lodatore di questo, e inesorabile cogli erranti, qui gli cediamo le parole perchè riferisca molti fatti, che in tono diverso noi abbiamo divisati. Parlato dunque di quanto avvenne in Venezia e a Milano, prosegue:
«Como, come più vicino a' paesi settentrionali, solea essere tragetto di eretici, perciocchè da Germania mandavano balle di libri eretici, come si scuoprì poi nel 1549 per mezzo del Santo Ufficio di Roma, e di frà Michele Ghisliero, perciocchè si trovarono molte balle di libri mandate da Germania per spargerle in Como, Cremona, Vicenza, Faenza, San Ginesio, e in Calabria: al che fu rimediato opportunamente dal Santo Officio di Roma con porre in ogni città valenti e zelanti inquisitori, servendosi anco talora di secolari zelanti e dotti per ajuto della fede, come dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano, Pesaro, Venezia e Capo d'Istria, ecc. Questa risoluzione in servirsi de' secolari fu presa, perchè non solo molti vescovi e vicarj e frati e preti, ma anco molti delli stessi inquisitori erano eretici, come confessò il Vergerio, quando nella prima esamina fu malamente assoluto da loro.
«Furono per molti anni in Bergamo alcuni principali eretici, o veri, o sospetti, processati di eresia: in primis Vittorio Soranzo vescovo di Bergamo, il suo vicario, il prevosto chiamato don Nicolò Assonica, e altri di minor conto; il vescovo in particolare fu tenuto per eretico fino, e fu quello, che ebbe ardire di mandar gente armata per carcerare frà Michel Ghisliero, allora inquisitore in quelle parti, il quale aveva solennemente formato un processo contro di lui, molto prima sospetto. Questo vescovo già un pezzo fa aveva incominciato ad infettare la sua città e diocesi, e se il Santo Ufficio di Roma non l'avesse fatto processare, non bastava forza veruna a reprimerlo, perciocchè era egli potentissimo in Venezia e in Bergamo; ma il Santo Officio per mezzo di frà Michele lo processò, e avutolo nelle mani lo carcerò nel castel Sant'Angelo; alla fine convinto d'eresia fu privato del vescovado, e si morì in Venezia infelicemente. N'ebbe tanto piacere il cardinal teatino (Caraffa), che costui fosse stato processato, che di qua cominciò a porre affezione a frà Michele Ghisliero, e ad esaltarlo in modo tale, che di poi fu papa.
«In Modena gli eretici fecero più faccende che in nissuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinal Morone, chiamato Bianco de Bonghis, molto sospetto d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino libraro modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia. Vendè costui molti volumi Del beneficio di Cristo, libro pernicioso, che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex merito Christi imputativo alla luterana. Questo è quel libro così caro agli eretici, che fu da loro stampato molte volte, e il detto Gadaldino non solo lo vendè, ma anco lo ristampò. Vi fu Bonifazio Valentino modenese eretico, a cui scrisse Adriano, segretario del cardinal di Fano, una lettera di condoglianza per la morte di Lutero, e per la morte di due frati in Modena, chiamati frà Reginaldo, e frà Alasio eretici. Il Santo Officio ebbe in mano questa lettera, e processò il detto Adriano segretario. Questo Bonifacio manteneva commercio con i Tedeschi eretici, da' quali aveva appreso lettere, ed egli fu che infettò la terra di Nonantola. Vi fu Alessandro Milano modenese, luterano anch'egli; vi fu un frà Bernardo Bertoli, predicatore pernicioso, mandato a Modena a predicare per opera di Luigi Priuli e dal cardinal Polo e dalla marchesa di Pescara. Fu detto ch'era discepolo del cardinal Polo, per il che tutti tre ne furono processati, e il detto frà Bernardo ne stette carcerato in Roma, ed abjurò. È vero che Morone fu inquisito anch'egli come vescovo di Modena, perchè l'avesse mandato a predicare nella sua Chiesa; ma esso si salvò scusandosi che il cardinal Polo ed il Priuli gliel'avevano approbato. In Modena fu parimente dal cardinal Morone mandato a predicare un frà Bartolomeo Pergola. Costui, per opera del Soranzo vescovo di Bergamo fu invitato a Roma, che andasse a parlare a Morone: Morone l'invitò a pranzo, ragionò con lui, e lo conobbe per luterano: ebbe in Roma il libro Del beneficio di Cristo da un certo Guido da Fano: predicò molte eresie a Modena, ma poi Morone l'indusse a ritrattarsi. Di questo Pergola fa menzione il Muzio in una lettera che scrisse al cardinal di Carpi e al cardinal di Napoli, cioè al nostro Caraffa sommo inquisitore, ed a Lattanzio Fosco suo auditore, avvisando loro che costui, che era frate de' conventuali di San Francesco e valente predicatore, era capitato quell'anno a Pesaro, e che nove anni prima, cioè nell'anno 1542, quando appunto in Roma fu fondato il Santo Officio, aveva predicato cose scandalose in Modena, ma che si scusava dicendo che il suo predicare era stato approbato dal Miranda, lettore di teologia, e dal Beccadello inquisitore; con tuttociò fu fatto ritrattare in pulpito: e il Muzio facendo buon giudizio di lui, non gli fu data altra pena, che privarlo per nove anni della predica. Il cardinal Cortese modenese, ancorchè religioso benedettino di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal Santo Officio per aver letto e approvato il libro Del beneficio di Christo. Fu anche in Modena un prete Domenico Morando, maestro di casa del cardinal Morone, eretico e fautore degli eretici: vi fu un Francesco Camerone, e un chiamato Farzirolo modenese, processati di eresia: vi fu il prete Gabriel Faloppia, eretico luterano pessimo, e un altro detto il Gozapino calzolaro, e D. Girolamo Regio prete modenese, eretici, e Ludovico Castelvetri modenese eretico, che se ne fuggì in Germania. Vi fu un'accademia tutta infetta, de' quali era capo un cappellano di Morone eretico, detto don Girolamo di Modena: vi furono Giovanni Borgamazza e Giovanni Bertano modenesi eretici; mastro Giovanni Maria Manelli con altri molti sospetti di eresie. Erano costoro di tanto numero e potere, che mandavano ajuto di denaro a quei di Germania. Qui finisco di dire della città di Modena, di cui fu vescovo il cardinal Morone sospetto, processato, e carcerato tant'anni per molti e gravi capi di eresia, se bene fu assoluto poi a tempo di Pio IV. Circa quel libro Del beneficio di Christo, oltre quello che n'ho detto di sopra, fu il suo autore un monaco di San Severino in Napoli siciliano, e discepolo di V. Valdes; fu revisore di detto libro il Flaminio, anch'egli gravemente infetto; fu stampato molte volte, ma particolarmente a Modena De mandato Moroni; ingannò molti, perchè trattava della giustificazione con dolce modo, ma ereticalmente, attribuendo ogni cosa alla sola fede, e falsamente esponendo le parole di san Paolo nell'epistola ad Romanos, avviliva l'opere ed i meriti, e perchè questo è quell'articolo, nel quale inciamparono gran parte de' prelati e de' frati di quell'età, però ebbe grande spaccio, e fu da molti approvato: solo in Verona fu conosciuto e reprobato: dopo molti anni fu posto nell'indice de' libri proibiti da Paolo IV, e poi da Pio IV e da Clemente VIII.