Tutte le biografie son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranei che da' suoi, e su questa aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, loro avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentare al tribunale, gli diede una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l'indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa. Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura di quei contorni, vedeansi di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall'altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano a battaglia due grandi eserciti per un'ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[349]. Benvenuto Cellini vede tregende e diavoli nel Coliseo, come li vedeva Lutero dapertutto. Il Machiavelli consuma uno de' capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl'imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva scovate dal fondo della nequizia umana e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe nostra. Caterina De Medici portava sul petto la pelle d'un fanciullo, scannato a posta, che la preservava dagli attentati contro la sua persona. Non cerco se il fatto fosse vero; era creduto.
I frati si opponeano a tali superstizioni[350], e che la Chiesa le combattesse appare, come da mille argomenti, così da un prontuario pe' confessori, che stava manoscritto nella Palatina di Firenze, lavoro del 400. Ivi, fra le domande che il confessore dee fare al penitente, sono divisate le seguenti: «Se ha dato fede a l'indovini, i quali vogliono indovinare per lo guardare a cintole, a moccichini, a unghia di fanciullo vergine, o margine ch'escono di piombo colato. — Se a observato dì o tempi, cioè i dì egiptiachi, cioè di sancto Giovanni dicollato; kalen di gennajo; il venerdì e sabato non fare bucato; non far bollire il vino per aceto il venerdì, acciocchè sia più forte. — Se a dato fede alle uova nate il dì dell'Ascensione. — Se a facto scrivere l'antifona di sancta Agata in candela consumata al fuoco. — Se a li anegli di piombo, che si fanno quando si dice il Passio. — Se a dato fede a' sogni; se a' sogni chiamati di Daniello; se a canti d'uccelli; se a bajar di cani; se a intoppo d'alcuno animale; se a li starnuti di persona; se a sibillationi d'orecchie. — Se a creduto che gli animali bestemmino il dì dell'epifania. — Se in prestare lievito o staccio, o altra cosa dopo il tramontare del sole, a facto alcuna vana observatione. — Se a colto erba, avendo fede che sia meglio colta in uno dì che in un altro, e perchè? — Se a salutato la luna nuova. — Se si è messo ferro in bocca, quando suona la prima campana il sabato sancto, dicendo che giova a' denti. — Se crede che le donne si mutino in gatte, e vadano in istregonia: se crede che succino sangue a' fanciulli. — Se a dato mancia in kalen di gennajo. — Se a voluto indivinare del futuro, per riguardare le linie della mano».
Altri colla cabala deliravano dietro ai numeri. Il Ponzetti fiorentino, che fu tra' meglio reputati filosofi, e fatto cardinale da Leone X, nella Filosofia naturale vaneggia dietro alle proprietà del sette. È formato da due e cinque, o da quattro e tre. Se viene da uno dispari e da sei pari, procede dalla fonte di tutti i numeri, giacchè il sei è generato e non genera. Se viene da due e cinque, la dualità è il primo numero, giacchè l'unità non è numero ma principio, e cinque rappresenta le cinque cause delle cose. Dio, lo spirito, l'anima del mondo, il cielo, gli elementi. Viene da tre e quattro? Quattro è da uno e tre, uno, unità e principio; tre, origine del primo cubo dispari.
Queste varie scienze dirigeansi ai beni che più il mondo agogna; preveggenza del futuro, salute, oro, amore, vendette.
In quel sensualismo, tra cui smarrivasi la legge morale, l'oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d'Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici usurpando i beni della Chiesa, così gli alchimisti rintracciavanlo con fornelli e lambicchi, e andavano a imparare la grand'arte fra gli Orientali, o a strapparla dalla natura ne' monti magnetici della Scandinavia.
Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, ispiratosi dagli arabi Geher e Rases, spese da tremila scudi in esperienze d'alchimia; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di pruove, «tanto in ciurmadori che per sè» spese circa seimila scudi per trovare la pietra filosofale, con cui i metalli trasformavansi in oro. È bizzarro udire i varj stranissimi metodi che imparò da medici, frati, teologi, protonotarj, ingannati o ingannatori. Qual meraviglia se la fatica e l'ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita? Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell'imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Avviasi dunque per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, ne ebbe dieci marchi d'argento e il processo, che era sifatto. Mesci mercurio, argento, olio d'ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi si secchi in una storta di vetro coperta d'argilla, e il prodotto si tenga tre settimane sulle ceneri calde: vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d'un terzo, ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.
Il Trevisano desolato giurò abbandonare queste fantasie; sicchè i parenti ne esultavano; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia, e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grande opera. A settantadue anni, dissipato il ricavo del venduto patrimonio, giunse senza denari a Rodi, ove tenea stanza un religioso, rinomato in tutto levante come possessore del grand'arcano. Avuti da un mercante veneziano ottomila fiorini e raccomandazioni, potè penetrare fin a costui, che tre anni lo tenne in istudj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d'oro e d'argento, amalgamati a mercurio; alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica: cioè gli indicò che tutto era frode, spiegandogli questo assioma, «Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura», il che significa in linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l'alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.
Perduta a settantacinque anni l'illusione di tutta la vita, il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravisse a scrivere diversi trattati su quella scienza. Il più celebre dei quali, intitolato Il libro della filosofia naturale de' metalli, certo pochissimi vorranno leggere nel tomo II della Bibliothèque des philosophes chimiques; opera inutile anch'essa, giacchè, invece di confessare schietto i suoi errori a scanso degli altrui, si rinvolse in modo, che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand'opera.
Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso, predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni ultranaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell'imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al concilio di Pisa, professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da re di corona, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che, entusiasta insieme e scettico, diede lo stillato delle teoriche e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a lui possiam raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, vissuto dal 1501 al 76, teosofo eppure scienziato illustre, di variatissima erudizione, e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, tal altra privo del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un fanciullo. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d'uomo che viveva in un mondo poeticamente compaginato dalla dottrina cabalistica. Se era invido, lascivo, maledico, spensierato, n'aveano colpa le costellazioni ascendenti al suo natalizio. Sentiasi però oggetto d'una predilezione speciale del Cielo: poteva a sua voglia cadere in estasi, e vedere quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premonito in sogno e da certe macchie sull'unghie; sapeva molte lingue senza averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre che l'aveva tenuto per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà; ode quel che si dice lui assente, e prevede l'avvenire. Appena ogni mill'anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l'abilità nel disputare. A volta a volta si ride della chiromanzia, delle stregonerie, della magia, dell'alchimia, dell'astrologia; pure le esercita per compassione: i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, pure è pieno d'apparizioni e di spiriti; crede gl'incubi generare i bambini, e deporre il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per varie scoperte, fra cui la formola cardanica e la possibilità d'educare i sordimuti. In fine, per avverare il pronostico fatto, lasciossi morir di fame.
Secondo i suoi libri, la materia è eterna, ma mutasi di forma in forma, mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma; ogni forma è essenzialmente una e immateriale, laonde tutti i corpi sono proveduti d'anima, ed è questa che li rende suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell'anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri semplici nella decade, o come la luce del sole, ch'è una ed eguale nell'essenza, infinita nelle diversità d'immagini.