Lo stesso Menghi riferisce che, quando i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, trovandosi Alfonso d'Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustri signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il duca asserì «esser cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj, e narrò che un giorno a Carrone di Calabria, gli fu narrato d'una donna vessata da spiriti immondi. Egli se la fece condurre, ma niente rispondeva nè movevasi come se fosse senza spirito. Il principe, ricordandosi d'una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, che fu poi santo, secretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare e torcere la bocca e gli occhi. Domandata del perchè, rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta perchè (diss'ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell'agnus benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Levate queste cose, ridivenne come morta. La notte seguente andando esso principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti nel palazzo e nella propria camera, di maniera che, chiamati alcuni servitori per sicurezza, vegliò fino a giorno; allora si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s'egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandole: «Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: «Nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero stati quei cosi sacri che porti al collo, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti saprò narrare tutto quello che jeri ragionasti coll'ambasciatore de' Veneziani, perchè il tutto ho udito e saputo». E così fece; di maniera che quel signore d'indi in poi restò persuaso che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell'aria, quanto nei corpi umani.
Il Palagio degli incanti, stampato coll'approvazione dell'inquisitore, che lo commenda come «dilettevole per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina», va zeppo di storielle di demonj, di incubi e succubi, appoggiate ad autori accreditatissimi. Il più romanzesco è d'un giovane che, regnante Ruggero in Sicilia, nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno de' suoi compagni; ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l'ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa. Se non che ella mai non parlava. Avvertito da un compagno ch'egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che con questa violenza perdeva un'eccellente moglie, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand'essa lo prese ed affogò.
Il libro è scritto dallo Strozzi Cicogna, al quale don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli, narrò che un frate Egidio al duca di Ferrara manifestò un tesoro, ma nol si potè mai estrarre perchè gli spiriti rompevano le funi e spegneano i lumi: e che fece da esso don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro ramoscelli d'oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò il miserere, e quando fu all'incerta et occulta manifestasti mihi, si sentì trarre verso la porta del giardino, e giunto ov'era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Non son i prodigi della raddomanzia, che vedemmo asseriti ai dì nostri?
Lo stesso don Antonio gli narrò che, in Noventa sul Vicentino, a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla dimensione primitiva significava guarigione; se no, morte. Egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d'un'inferma; nè la fanciulla se n'accorse, perchè egli era esorcista; ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[352].
Quelle ubbie antiche meriterebbero soltanto compatimento se fossero rimaste nel campo della speculazione; ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori dalla civiltà antica trasmessici, che il medioevo pascolò di leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l'empietà, il tremendo e il buffo. Tale credenza fu repulsata dai legislatori, fin da' rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla pruova dell'acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Dámaso, che fu repudiato poi, per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il credere ai notturni congressi[353]. Eppure il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[354].
Sul fine del Quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si trasmutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s'accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[355].
Tale opinione non che cadere, si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secol d'oro, e frà Bernardo Rategno da Como, nel 1584, dice che le streghe non sussistevano tempore quo compilatum fuit Decretum per dominum Gratianum... Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a centum quinquaginta annis citra, ut apparet ex processibus Inquisitorum. Gli errori del vulgo appoggiandosi su quelli de' persecutori, e invadendo i persecutori stessi, ne derivò un'orrida congerie di pubblica forsennatezza, che fu un'altra manifestazione della reviviscenza del paganesimo. E si divulgò che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, andassero in corso, tenesser congreghe in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade o Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle tregende; in onta alla Chiesa vi s'imbandisce lautamente al sabbato; vi si vilipende ciò ch'essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane; frati in tonaca e pievani in piviali vi menano carole.
Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne, con alcun marchio particolare? guardava stizzosa una società che la guardava beffarda? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? Bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, «Abbiam veduto il diavolo, Siam andate a cavalcione della scopa alla tregenda, Vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Poi non erano state condannate? e oserebbesi dubitare di cosa giudicata?
Se l'uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio; se v'è modo di patteggiare con una potenza estraumana, perchè sol pochi v'avrebbero ricorso! Si venne dunque persuadendosi che molti fossero, e massimamente donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.
L'anzidetto frà Bernardo Rategno, zelante inquisitore, ci lasciò un libro De strigiis[356], dove si scandalizza di chi le revochi in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine; conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco della buona compagnia, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al demonio; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle loro spontanee confessioni agli Inquisitori per tutta Italia. Anzi, «a chiuder del tutto le labbra agli avversarj», adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizioni da uomini d'intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Ognuno poi a Como sapeva che, un cinquant'anni innanzi, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo accortosi di loro, li fece battere in malo modo[357]. Riducono poi la cosa ad evidenza l'esserne bruciate tante, e l'avervi i papi stessi consentito.