Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far esperimento dell'unto stesso, e seguì la madre, e la vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa disparve; l'inquisitore ne fe processo, e la madre alla tortura confessò il tutto. Antonio Leone, carbonajo di Valtellina, dimorante a Ferrara, narrava d'un marito che parimente vide la moglie untarsi, ed uscir per la gola del camino, ed egli imitatala, la raggiunse in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro: se non che si scolpò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[369].

Basta il buon senso più triviale a spiegar questi fatti; ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti, l'insistenza dei quali convince che v'aveva contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl'inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi, e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l'opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[370], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[371], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende esser illusione[372]. Andrea Alciato[373] scrive: «Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine per inquisire le streghe; già più di cento n'avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll'elleboro piuttosto che col fuoco meritavan essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, speditimi gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò siffatta credenza non esser che di donnicciuole; e perchè (domandava) non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scompare tutta la tregenda all'invocare Gesù?

A Pietro Borboni arcivescovo di Pisa, che consultò i dotti di quell'Università se il fatto di certe monache ossesse fosse naturale o soprannaturale, Celso Cesalpino, famoso naturalista rispondeva, esponendo a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l'uomo, ma non poter queste comunicare con noi[374]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i rimedj della Chiesa.

Traviata così l'opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere, commette agli inquisitori di perseguitarle. Pure egli avea vietato a questi d'intrigarsi di sortilegi, malie, fatucchierie, se non v'intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all'occasione de' molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agli inquisitori della Venezia d'una genia perniciosissima che rinnega il battesimo, e dà il corpo e l'anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[375]. Nel 1523 Adriano VI al Sant'Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d'ambo i sessi, che prendono a signore il diavolo, e con incantagioni, carmi sacrilegi ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra, e si licenziano ad altri eccessi e delitti[376].

Riferisce il padre Carrara, nella storia di Paolo IV L. II § 8, che in quel tempo i demonj fecero l'estremo di loro possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d'orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay e G. B. Rossi generale dei Carmelitani, perchè riconoscesser il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Transtevere pretendea guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo affidò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo conobbe veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle coltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj; e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l'oro, con un lento nodo, due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo: due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d'unghia umana, grani di cicerchia e d'altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d'uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di X; nell'altra 13 nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena starai» e parole inintelligibili.

Subito il pentolino fu messo nell'acquasanta, indi riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato, e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.

Gregorio XV inveiva contro coloro che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti ecc. e vuole che i rei siano immurati. Secondo il serio storico De Thou, diceasi che Sisto V avesse pratica col demonio, e patto di darsegli, purchè fosse papa e pontificasse sei anni. Di fatto ebbe la tiara, e per cinque anni segnalossi con azioni che sorpassano l'elevazione dello spirito umano. Al fine cadde malato, e il demonio venne a intimargli il patto. Sisto incollerito lo rimbrottò di mala fede, giacchè soli cinque anni erano corsi; ma il demonio gli disse: «Ti ricorda che, trattandosi di condannar uno che non avea l'età legale, dicesti Gli do uno de' miei anni?» Sisto non seppe qual cosa rispondere, e si preparò a morire fra i rimorsi.

Vero è che il De Thou non sta garante del fatto, potendo esser invenzione de' malevoli Spagnuoli[377]. E Sisto V emanò nel 1585 la lunghissima bolla Cœli et terræ creator Deus, con cui condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll'inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie; al demonio ardere profumi e candele, come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano; quindi proibisce tutti i libri d'astrologia, il prendere l'ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. Dove si noti che que' nomi sono gli indicati già da Porfirio[378], e che ne risultano due fatti: primo, il generalizzarsi di tali pratiche, quasi un'ebollizione dello spirito satanico al tempo della Riforma; secondo, la persistenza di esse, malgrado le cure della Chiesa.

Nel 1598 Clemente VIII era nel 63 anno di vita e settimo del pontificato; due numeri climaterici pel 7 e il 9, sicchè il popolo ne aspettava disgrazia, ed egli ripetea d'averne soli 62, aspettando che l'influenza passasse.

A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond'egli licenziò il cuoco e lo scalco, circondavasi di precauzioni, non ardiva ricever alcun memoriale da sconosciuti, e dapertutto vedea veleni e insidie, finchè fu guarito da un rimedio omiopatico, cioè da un consulto d'astrologi che dichiarò esser trascorso il tempo dell'influsso minaccioso.