Nel 1588 il cardinale Agostino Valier, lodatissimo vescovo di Verona, in una pastorale compiangeva come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione che hanno fatto patto coll'inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie, e simili abominazioni».
Il vescovo Bonomo, nei decreti per la diocesi comense, vieta l'usar figure e anelli magici per medicar uomini o bestie, le stregherie, le fasciature, il trattar ferite e morbi colla recita di certe formole, il raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore, e maghi e indovini siano puniti dal vescovo come pure le maliarde che affascinano e uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola.
San Carlo nel primo suo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla congregazione dei fedeli[379]. Nel suo rituale stabilisce le penitenze che devono applicarsi a maghi, per 5 anni; a chi getta tempeste, anni 7 in pane ed acqua; a chi canta fascinazioni, tre quaresime; a chi fa legature e malie, due anni. Egli avea vietato che nessuno in predica dicesse il giorno della fin del mondo[380]: e nel V concilio provinciale mette: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinosve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis, ac propterea gravius detestanda; itaque ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excomunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.
Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malie, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestar la croce. San Carlo, visitando come legato pontifizio que' paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggio dell'aspettazione; centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[381].
Il padre Carlo Bescapè, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d'alcune fra queste, «In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto fervea l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l'ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono.... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de' loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l'anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario.... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziar Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[382].
Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all'abjura. Questo Francesco, di cui si hanno varj trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d'olj santi e d'altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole di Cornelio Agrippa: aggiunse che sapea far venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l'ascendente di Venere, costringere a voler bene, e stare preparandone altre sotto l'influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di poter con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figliuolo; avere scoperto il senso de' geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de' Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch'esso v'aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe' vizj e il disordine spesso si trovava sprovisto. Fu condannato a dar pochi danari con cui far crocette d'argento, e a praticare alcuni atti di pietà, «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali, con i quali hai avuta famigliarità»[383].
Egualmente o peggio andavano le cose fuori d'Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[384]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Son vulgatissimi i fatti delle ossesse al tempo del giansenismo, cioè nel gran secolo del gran re, ma non vogliamo tacere che, nel processo del gesuita Girard del 1731, dodici giudici sopra trentuno lo condannavano al fuoco per magia e incesto spirituale; ma l'appello cassò la sentenza. Dite altrettanto dell'Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[385], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 1594 furono arse trentacinque streghe.
I Riformati usavano altrettanto, anzi più ferocemente de' Cattolici. Lutero domandava che i maghi fossero dati a morte, nel triplice interesse della religione, della morale, della sicurezza pubblica. Le stregherie non erano punite che correzionalmente a Ginevra, ma Calvino vi stabilì il fuoco, come lesa maestà divina in supremo grado; e in sessant'anni cencinquanta individui furono bruciati per tale delitto[386].
Così durò anche il XVII secolo, e il 21 luglio 1612 a Firenze una donna fu condannata ad esser appesa alle forche, bruciatone il cadavere, confiscati i beni, come convinta e confessa d'aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatto, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, attestando che certe malattie di lor figliuoli furono guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili: e poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie[387]. L'ottobre 1664, nel monastero di Santa Scolastica del Borgo a Buggiano si sentiva uno spirito battente, e «presero le monache ardire di scongiurarlo: e da parte di Dio gli comandarono che dicesse chi fosse e quali erano le sue pretensioni, ma questo non rispose se non per via dei soliti picchi, che faceva per segno del sì, e lasciando di picchiare per segno del no»[388].
Diego Guscalone palermitano, commesse molte scelleraggini in patria, fuggì in Ispagna e quivi processato dal Sant'Uffizio per sortilegj, fuggì nelle Indie, e vi servì da cappellano, poi con fedi false e abito di agostiniano, e col nome di frà Bernardino da Montalto tornò in Italia, e prese usata con frà Domenico Zanconi fermano, priore agostiniano, e arnese a lui somigliante. Convinti d'aver con sortilegj tentato sedurre una donna, furono espulsi, e ricoveraronsi in quel di Macerata. Ebbe sentore della loro abilità necromantica Giacinto Centini, nipote del cardinale Centini che era stato a un punto di divenir papa nel conclave dove fu eletto Urbano VIII. Esso gli interrogò se suo zio potrebbe salir al papato, e dopo arcani malefizj n'ebbe risposta che sì. Per accelerar questa fortuna ordirono molti sortilegj, combinandosi con altri più esperti in tali vanità; e formarono una statuetta di cera, collo struggersi della quale dovea consumarsi anche la vita del papa. Ciò fu nel 1631. Ma frà Domenico denunziò la cosa al Sant'Uffizio di Roma, sicchè i colpevoli furono arrestati, e formatone processo, Giacinto fu condannato a morte con un frà Cherubino che riuscì a fuggire, e con frà Bernardino, mago principale; frà Domenico a 39 anni di galera; altri a più o men lungo carcere; tutti facendo pubblica abjura (1635). Il cardinale, sospettato complice, si scolpò, ma poco sopravisse.