«Il frate degli Umiliati qui di Santa Catarina ha finalmente confessato aver dato la sassata a san Francesco per collera, parendogli malagevole l'uscir d'Ognisanti. Aver menato nel monastero male femmine vestite da uomo. Aver detto messa dopo questi delitti, senza essersi prima confessato. Ne scriverò con buona licenza di vostra signoria due parole a monsignor illus. Borromeo, come a protettore, e se gli darà poi il debito castigo»[427].

Esaminando attentamente il carteggio mediceo, vi trovammo lettera de' cardinali, che domandavano al duca volesse consegnare Pietro Paolo Vermiglio[428]; un'altra del cardinale De Pucci che lo mette in avviso contro i divisamenti politici degli eretici, a proposito di Celio Curione, sperando che l'apostasia di frà Bernardino Ochino smascheri alcuni ipocriti[429]: un'altra del cardinale Farnese[430], adombrato del ritorno di esso Celio a Lucca, e chiedendo trovi modo di consegnarlo.

Non ci appare lo facesse, ma più gravi passarono le avventure di Pietro Carnesecchi. Fu costui di nobile prosapia fiorentina[431], ben fondato nelle lettere greche e latine, bel parlatore, buon poeta, favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma. Giuliano de' Medici suo amico, quando divenne Clemente VII, lo elesse protonotaro e segretario, dove ottenne badie e pensioni ecclesiastiche. Del 27 giugno 1531 abbiamo una commendatizia per lui all'imperatore Carlo V come civis florentinus summa fide et singulari modestia vir, quem cum suis meritis et deditissimo animo in me, tum virtute et nobilitate ita amo, ut plus non possum, onde gli fu perfino concesso il cognome di Medici. Qual protonotaro apostolico gli sono dirette molte lettere di Pietro Paolo Vergerio dalla Germania nel 1533, esistenti nell'Archivio Vaticano, dalle quali appare quanta gelosia mettesse all'imperatore e ai Tedeschi la concordia che parea comporsi tra il papa e Francia, massime pel matrimonio con Caterina de' Medici. «Male disegna il papa e Franza poter vincere, perchè, con un semplice cenno e dissimulando un poco delle materie luterane, tutte queste forze di tutta Germania, tutti, sino i fanciulli e le femine, correriano cupidamente a danni della Chiesa, e non bramano altro che sovertere quello Stato: e con un sol cenno discenderia questa mala gente, contenta di questo premio solo di confonder papa ed aderenti e dipendenti» (Praga 31 dicembre 1533).

Altrove esso Vergerio narra avergli il re de' Romani mostrato i pericoli della guerra, atteso che le persone che «la muovono sono della fazione luterana e di mala sorte, poveri e temerarj ed impj, ai quali convenga per omne nephas trovarsi da vivere e d'inalzarsi: itaque tanto magis periculosa multis eorum victoria (sed Deus avertat) futura esset». Poi considera i tempi presenti, nei quali «questi autori delle turbazioni trovano simili di costumi molti, di maggiori ch'essi non sono, di quasi eguali e di inferiori»: e riferisce la cupidità de' Luterani, di aver occasione d'aver un capo che li conduca a danni di ortodossi: e «il gran moto che han fatto in molte provincie quelle altre bestie rebatizzate», cioè gli Anabattisti (Da Praga, 11 maggio 1534).

Prospero di Santa Croce ad esso Carnesecchi scriveva il 20 ottobre 1534:

Facit eximia animi tui virtus ut hoc tempore gratulatione tecum utar potius quam consolatione. Nam, etsi pro nihil tibi unquam acerbius in vita accidisse, quam pontificis de te optime meriti interitum, tamen te dolori fortiter restitisse gratulor equidem tibi vehementer. Est enim animi christiani et cum ipsa natura moderati, tum doctrina atque optimarum artium studiis eruditi, idest tui, impetus fortunæ sustinere etc.

Il 25 novembre 1534, il ministro Granuela scriveagli che, avendo saputo quemadmodum illi Jacobi Salviati bonæ memoriæ studium atque animus simul cum isto munere ad vestram Dominationem transivisse, ita et nos, quemadmodum æquum est, et nuper etiam polliciti sumus, omnem eum affectum quem erga defunctum gerere solebamus, in v. d. juxta quadam successione transfudimus.

E Paolo Giovio, l'11 marzo 1545, da Roma: «Signor mio onorandissimo, venendo di ritorno costì li signori Stuffi dalle stazioni di Roma, ho voluto fare questa credenziale a M. Giovanni Michele, qual mi promette che farà chiara vostra signoria come il Giovio le è immortale servitore: e così si congratulerà del suo benestare, e narrerà come ora suda più che mai al fumo della lucerna per dar conto a' posteri di questa trama del ladro mondo. Io mi sto in forma antica, in grazia di Padre, Figlio e Spirito Santo: e valemo pur qualche cosa più di quello si estimano le melarancie verdi. Baciate M. Donato Rullo con quella affezione che io bacio il signor Priuli quando ritorna da Viterbo, e ditegli ch'io li sono obbligatissimo servitore a tutto transito».

Un'importante lettera di monsignor Ubaldino (Bandinelli?) al Carnesecchi da Fontainebleau 28 agosto 1534, molta parte in cifra, esiste nella Magliabecchiana, classe VII, 51, in cui tra altre cose narra aver parlato a lungo di monsignor di Parigi, il quale sapeva esser stato accusato al papa d'aver trattato troppo coi Luterani; «e scusossi del modo ch'egli avea tenuto in praticar con esso loro, dicendo che non cedeva a nessuno che fosse miglior ecclesiastico che lui: ma che, dapoi ch'egli avea veduto quella setta tanto confermarsi e di numero e di autorità d'uomini, che a volerla batter per forza era quasi impossibile, e certo pericolosissimo, giudicò si dovesse procedere con una certa destrezza, e non col gridare Abbrucia, Ammazza, che ad ogni modo non si potea fare: però e' gli aveva ascoltati sempre che glien'erano capitati alle mani, e con parole amorevoli e buone ragioni s'era sforzato di ridurli, di certe cose di minor importanza tacendo, in certe altre riprendendoli gravemente, e con quest'arte aveva avuto adito e autorità presso di loro quasi come uom di mezzo e senza passione alcuna, e con questo egli aveva fatto migliori effetti che quelli che eran voluti andare con tutta la severità, perchè loro sono stati causa di maggiore ostinazione. Esso aveva ovviato a molti scandali, ed ultimamente pensava di aver ridotte le cose in modo, che si potesse sperare qualche composizione: e dissemi certi capi importanti che ultimamente suo fratello avea ottenuto da que' primi là della setta, e nominommene più, ma io non mi ricordo se non di Martin Lutero e del duca di Sassonia. La cosa di più momento era che si riducevano a voler confessar che il papa fosse il capo della Chiesa, e tener i sette sacramenti, però con certe limitazioni.....»

In Napoli nel 1536 il Carnesecchi prese usata con Pietro Valdes, l'Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo nel 1541 col vescovo Vittore Soranzo, il Vergerio, Lattanzio Ragnone di Siena seguace dell'Ochino, Luigi Priuli vescovo, Apollonia Merenda, Baldassare Altieri apostato luterano e librajo, Mino Celsi: ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini, Giulia Gonzaga, alla quale raccomandò due eretici. Scrivendo a Protestanti, e' li chiamava fratelli, pii, innocenti, nostri, da Dio eletti: ad essi rimetteva denari; biasimò un signore, che in fin di morte, fece profession di fede cattolica, mentre lodò la finale costanza del Valdes, della cui morte si condolse amaramente con lui Jacobo Bonfadio[432]. La morte di Enrico II attribuiva alle persecuzioni che fece contro i Riformati, e a giusto giudizio di Dio l'incendio degli archivj dell'Inquisizione alla morte di Paolo IV.. Con Melantone[433] e con altri eretici trattò di presenza, e col credito e col denaro osteggiò l'autorità pontifizia e i frati. Singolarmente palesò opinioni eterodosse in una lettera al Flaminio sopra la messa, ma citato a Roma sotto Paolo III nel 1546, seppe farsi assolvere. Di nuovo l'Inquisizione lo processò mentre stava in Francia, ma il favor della regina Caterina valse a salvarlo. Tornato in Italia e piantatosi a Venezia, continuava l'andazzo, onde Paolo IV citollo nel 1557.