Il Carnesecchi avea avuto la fortuna di trovare in Venezia un amico, qual di rado hanno i profughi e gli accusati; e che non solo il confortava, ma toglieva a difenderlo, e tenevalo raccomandato al duca. Quest'era Pero Gelido di Samminiato, ecclesiastico di molta dottrina, stato già segretario al cardinale di Ferrara, poi dal duca messo suo residente a Venezia, ove gli scriveva il 25 novembre:
«Del travaglio ch'è stato mosso dalla Inquisizione di Roma a monsignor Carnesecchi ci dispiace assai, perchè, amandolo come facciamo, li desidereremmo piuttosto augumento di onori e di comodi che novità di molestie. Confidiamo nondimeno che egli colla innocenza sua facilmente remedierà a tutto, e con la prudenza saperà pigliare quelli espedienti che saranno più opportuni per la sicurezza sua. È ben vero che il proceder della detta Inquisizione è molto rigoroso, e non basta molte volte esser netto, come voi sapete, e come crediamo ch'egli sia».
E al 14 aprile 1558:
«Per il negozio del nostro monsignor Carnesecchi abbiamo scritto caldissimamente al cardinal Caraffa e all'ambasciador nostro, conforme a quella intenzione che s'è possuta comprendere dalle lettere sue e vostre: e perchè intendevamo che aveva fatto elezione della persona di Filippo Del Migliore che andasse a Roma per attendere alla istanza di questa causa, ce ne siamo contentati molto bene, e di tal nostra soddisfazione glien'abbiamo dato avviso col fargli lettere ancora al nostro ambasciadore perchè l'accompagni di tutti quelli ajuti e favori che gli bisogneranno. Vedremo qual effetto avrà questa espedizione, alla quale non mancheremo di venir aggiungendo di mano in mano tutto quel caldo che si ricercherà, secondo che saremo avvertiti; e che potrà portar la fede e voto mio presso sua santità et a quelli signori, come molto ben merita il detto monsignore da noi, e ci detta l'affezione che gli portiamo con la ferma credenza che teniamo dell'innocenza sua».
Il Gelido, ai 9 giugno del 58, scriveva al ducale segretario Bibiena:
«Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato si può dir da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico; e certo non per benefizj che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè l'ho sempre conosciuto uomo da bene e bonissimo, e se mai l'ebbi per tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possano accadere a un uomo, poichè si perde la robba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui, e lo governa, lo consola e lo fortifica: che altrimenti non potrebbe tollerar questo colpo mortalissimo con tanta costanza d'animo e quasi con ilarità, come con effetto la tollera. S'è ritirato in una casa, che fa conto la gli sia un'onesta carcere: conversa co' suoi libri e co' suoi pensieri per la maggior parte divini, e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversar con gli angeli, e così verrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio, di quello che dal suo trasse Boezio, o qualsivoglia altro animo di filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana».
E gliene riparla spesso; e il 5 agosto 1559:
«Non potrebbe la s. v. credere, nè io facilmente saprei dire la gran consolazione che piglia monsignor Carnesecchi leggendo quello che la mi scrive di lui, e gli pare in questa sua persecuzione aver pur fatto questo guadagno, d'avere cioè scoperto d'esser amato più che non sapeva da molti buoni, e particolarmente da lei, ecc.».
E il 19:
«Come ho scritto altre volte, monsignor Carnesecchi legge sempre tutto quello che la molto reverenda s. v. mi scrive nel suo particolare, e con tanta sua satisfazione e contentezza, che io non basto per esprimerle. E certo si ha ragione, perchè quello mostra in questa sua fortuna un animo veramente amico e da vero uomo da bene, e so ben bene che la sa che si stima più una dragma d'uffizio in certi tempi, che in altri le migliaja delle libbre. So ben io quanto il suddetto monsignor le resta obbligato, e quanto innamorato di questa sua affezione in questi tempi. Egli mal volentieri si contiene di scrivergli, però giudica di far meglio così: la lassa passar rimettendosi a me, sebbene non possa dir tanto che lo satisfaccia. E in questo proposito io voglio far intender alla s. v. un bel caso, stato narrato a me pur jeri da un cappellano del cardinal Trivulzio, che pur ora è tornato in Francia, et è mio amicissimo. Costui, venendo meco a ragionar di monsignor Carnesecchi, e dolendosi de' suoi travagli, mi disse: tu non hai forse più inteso quello ti dirò adesso. Tu ti dei ricordare che tre anni fa predicò in San Prpl (?) un frate di san Agostino, chiamato il Montalcino. Costui pose tant'odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera, e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlar del duca di Fiorenza manco che onoratamente: e perchè egli era uno de' più arrabbiati senesi, che si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levar la voce e dar del tiranno per la testa, in modo che il Carnesecchi (per quanto m'ha detto pur oggi, domandato da me di questo fatto, che mai non me n'avea parlato) m'ha detto che bisognò che li dicesse a lettere di scatola, che egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò poi più volte a dolersene col cardinal Trivulzio che era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che l'Inquisizione era aperta, e che a monsignor, parlando seco, era scappata di bocca non so che parole sopra un passo di san Agostino, che sentiva dell'eretico, et in somma noi troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione»[434].