Altrove il Gelido si congratulava che una figlia di Filippo Del Migliore sposasse il nipote di Carnesecchi.
Qui ci casca un'altra prova del quanto in Venezia trovasse propizio terreno il seme ereticale, attesa la continua pratica con forestieri d'ogni credenza, il libero costume, le sollecitazioni de' residenti protestanti, i contrasti colla curia romana[435]. Pero Gelido propendeva alle novità; e il duca Cosimo gli scriveva da Roma ai 13 dicembre 1560, in poscritto mettendo di propria mano:
«È comparsa la vostra del 7, piena di tante e sì belle novelle, che ha servito per veglia e passatempo a molti cardinali».
E all'11 luglio 61:
«Farete bene a non scriver a Roma del poco conto che si tenga della religione, massime da cotesta gioventù, perchè offizio più del nunzio che vostro: anzi, in tutto quello che scrivete là andate circospetto, acciò le lettere vostre per qualche particolare che contenessino non andassino a cognizione, con poca satisfazione di quei signori e nostra».
In fatto il Gelido teneva informato il granduca di quanto operavano a Venezia i profughi toscani e lo Strozzi, e suggeriva i mezzi di conservare in soggezione Siena, congratulandosi con Cosimo che l'avesse annessa al suo dominio, e così preparasse un regno forte, persuadendosi che a breve andare lo saluterebbe re di Toscana.
Esso Gelido abbandonò poi Venezia per andare a Ginevra, e a Paolo Geri, scultore fiorentino accasato in Venezia, scriveva d'essere stato molto ben accolto a Lione, ove il governatore vuol che intervenga nel consiglio di quella villa: «Or non più io spero che ci rivedremo in Italia, poichè l'Evangelio mette ogni dì le penne per far un volo fin costà, e bisognerà che quegli arcivescovi e quegli altri grassi et unti mutino vita, come si fa e più si farà in questo regno».
Questo all'ultimo ottobre 1562: poi al 24 marzo vegnente da Ginevra scrive «al Duca di Firenze in manu propria»:
«... Arrivai fino a Parigi, dove mi fermai, e per ordine di Madama (Renata) di Ferrara consultai co' ministri delle Chiese riformate tutto quello che doveva fare. Intanto si seppe alla Corte il mio arrivo e disegno. Onde alcuni nostri cervelli fiorentini, che ordinariamente si tengono alla Corte, cominciarono subito a dire che io non era partito d'Italia per causa dell'Evangelo, ma per servire in Corte per spia dell'altezza vostra e del re Filippo, e non solo ne parlarono tra loro, ma lo persuasero al conte Tornon et al re di Navarra, e come piacque a Dio protettor degli innocenti, un Fiorentino amicissimo mio, e che mi è molto obbligato, mi scrisse che io non andassi altrimenti alla Corte fin che esso non mi parlava, e venne in Parigi dopo due dì, e mi rivelò tutto il mistero, onde ai ministri non parve ch'io dovessi altrimenti andar alla Corte, non considerando tanto il pericolo che io potessi portare, quanto il disonore che ridondava alla causa di Dio, poichè sarebbe stato stimato che io fossi partito d'Italia non per servir a Dio, ma per servir a principi et in un modo sì brutto. La qual considerazione causò che non mi fermai anco appresso Madama di Ferrara, ma a di lungo, dopo aver parlato con lei e contra sua voglia, me ne venni a Ginevra, dove, sebbene ho a mendicar il cibo, vivo contentissimo poichè ci abbonda tanto pane e tanto cibo spirituale, che è il cibo che non perisce mai. È ben vero che, se la regina si condurrà col re e coi fratelli del re in Orleans per levarli dalla rabbia del re di Navarra, de' cardinali, del connestabile e del marchese Sant'Andrea, che hanno cominciato insieme con monsignor di Ghisa a far il consiglio a parte, ecc. La suddetta Madama di Ferrara disegna che io vada a lei in Orliens dove si giudica che sarà il principe di Condè, monsignor Momorensì, l'ammiraglio, monsignor d'Andalon, il cardinal di Cittiglion, tutti fratelli, e tutti protettori e difensori della purità della dottrina di Gesù Cristo. Perchè si vede in piedi una grandissima divisione, e conseguentemente una guerra civile et intestina in questo regno, se Dio non ci mette la mano. Io non farò se non quanto sarò consigliato da questa Chiesa, colla quale mi sono incorporato».
Partecipate varie notizie, fa augurj che a Dio piaccia conservarlo nella sua grandezza, «e sopratutto darle vera cognizione della verità, acciocchè la sia ministro e istrumento di Dio per persuadere al papa che, deposto ogni ambizione ed ogni interesse, voglia una volta che si vegga e si conosca il vero di questa causa, come farebbe se egli medesimo volesse congregar un Concilio legittimo nel mezzo di Germania, trovarvisi in persona, e che davvero si riformasse la Chiesa, onde ne nascerebbe a lui gloria immortale appo gli uomini, e ne risulterebbe la salute sua eterna appresso Dio. Et in ogni modo a questo si verrà contra la voglia et potenza sua et di tutti i principi, perchè, come disse Gamaliel, la cosa viene da Dio et non dissolvetur»[436].