Parrebbe da qui che il duca fosse abbastanza connivente cogli eretici: fatto sta che non ommise opera per richiamar il Gelido, il quale, benchè già ascrittosi alla Chiesa di Ginevra, tornò in Italia e a Firenze, e ottenne una pensione dal papa.
Paolo IV avea scomunicato il Carnesecchi in contumacia; Pio IV aveva ottenuto dal granduca d'averlo a Roma, ove però nel 1561 sì ben si difese, valendosi principalmente dell'esser bruciate molte carte alla morte di Paolo IV, che ottenne sentenza assolutoria, riconosciuto buon cattolico e obbediente alla Chiesa. Ma venuto papa l'austero Pio V, questi pensò che all'estirpazione dell'eresia convenisse il tor di mezzo chi n'era principale sostenitore[437]. Pertanto al duca Cosmo scrisse in latino, di proprio pugno, ai 20 giugno 1566: «Per cosa che sommamente rilieva all'ossequio della divina maestà e alla cattolica religione, mandiamo con questa nostra il maestro del sacro palazzo: e se non fossero stemperati i calori, talmente ci preme quest'affare, che n'avremmo incaricato il cardinal Paceco. Abbiate ad esso maestro egual credenza come a noi stessi. Così Dio conservi voi, col figlio e colla nuora, e benedica i cardinali, come noi di cuore vi diamo l'apostolica benedizione».
Fosse debolezza o proposito d'ingrazianirsi il papa, fosse fiducia di vedere il Carnesecchi sguizzarne ancora, Cosimo, che ricevette la lettera mentre l'aveva seco a pranzo, il consegnò, dicendo che, se, per l'egual titolo, Pio gli avesse chiesto suo figliuolo, glielo darebbe incatenato. Il papa ne lo fece ringraziare caldamente, aggiungendo che «se gli altri principi cristiani in questa parte gli somigliassero e l'imitassero, le cose della religione andrebbero con più prospero corso, maggiore ossequio a Dio, e quindi più felice benefizio di tutta la cristianità»[438].
Le eresie di che era imputato il Carnesecchi sono le seguenti: La giustificazione per la sola fede; le opere non son necessarie alla salute, che viene acquistata colla fede; l'uom giustificato però le fa ogni qualvolta glie ne vien occasione, ma non servono alla vita eterna; bensì dopo la resurrezione universale otterranno maggior grado di gloria. Per natura abbiam il libero arbitrio soltanto pel male: e avanti la Grazia, pel solo peccato. È impossibile osservare i precetti del decalogo, massime i due primi e l'ultimo, senza efficacissima grazia di Dio, e grand'abbondanza di fede e speranza, concessa solo a pochissimi. Non si creda se non alla parola di Dio, tramandata nelle Scritture. Nessun testimonio si trova delle indulgenze nella Scrittura; e valgono solo pei vivi, cioè in quanto alle imposte penitenze. Non tutti i Concilj generali furono congregati nello Spirito Santo: e non ben accertava se dovessero essere convocati dall'imperatore, dal papa o da altri. Esitava sul numero de' sacramenti. La confessione non riteneva d'obbligo, bensì di consolazione. Molto dubitò del Purgatorio, e stimava apocrifo il II libro de' Macabei dove si dice santo e salutare il suffragio pe' morti. Nell'Eucaristia credette rimanga la sostanza del pane, in modo che vi sia presente il corpo di Cristo, ma senza transustanziazione: opinione di Lutero, donde qualche volta piegò a quella di Calvino. Gioverebbe comunicar sotto le due specie anche ai laici. Il sacrifizio della messa non esser propiziatorio, se non in quanto eccita la memoria della passione di Cristo, e in conseguenza la fede, per la quale s'impetra la remissione de' peccati. Il papa è il primo de' vescovi per certa eccellenza, non per autorità; è vescovo di Roma, nè ha podestà sull'altre chiese se non in quanto il mondo gliela deferisce per riguardo a Roma; e fu usurpazione l'autorità che si arrogarono i pontefici, massime quella di conceder indulgenze. Riprovava alcuni Ordini monastici, come oziosi, e gli Ordini mendicanti come sottraggano il pane ai poveri; approvava lo zelo di quei che faticavano per la vigna del Signore, ma lo credeva non secondo la scienza, perchè nelle prediche troppo raccomandavano le opere. Giudicava spediente che ai preti si desse moglie. I religiosi non dover nè potere stringersi a voto di castità, perchè questa è dono di Dio, nè può prometterla se non chi sia sicuro d'averlo ottenuto: altrettanto dicasi delle monache. Riprovò i pellegrinaggi: poter ciascuno mangiar quello che gli piaccia, nè esser peccato trasgredir il digiuno; nè il tener libri proibiti. Cristo essendo unico mediatore fra Dio e gli uomini, è superflua l'invocazione de' santi.
«Desti alloggio, ricetto, fomento e denari a molti apostati ed eretici che per conto d'eresia se ne fuggivano in paese d'eretici oltramontani[439], e raccomandasti per lettera a una principessa d'Italia (Giulia Gonzaga) duoi apostati eretici con tanto affetto come se fossero stati duoi apostoli, mandati a predicar la fede ai Turchi, come tu confessi: i quali apostati, nel dominio di quella signora volevano aprire scuola con intenzione di far imparare dai loro teneri scolaretti alcuni catechismi eretici: i quali poi scoperti, furono mandati prigioni a questo Santo Uffizio.....
«Fosti consapevole d'una provvisione di cento scudi l'anno che da una perversa umilissima tua, inquisita ed infamata d'eresia, si mandava a donna Isabella Brisegna eretica, fuggitiva a Zurigo, e poi a Chiavenna tra gli eretici.
«Biasimasti ed improbasti, insieme con una persona tua complice, come superflua e scandalosa la confessione della fede cattolica, fatta nell'estremo della sua vita da un gran personaggio[440], nella quale tra le altre cose confessava il papa, e proprio quello che allora sedeva, esser vero vicario di Cristo e successore di san Pietro: lodando molto più il Valdes nel fine della sua vita, che 'l detto personaggio.
«Trattasti di avere in Venezia li pestiferi libri e scritti di detto Valdes da una persona tua complice che li teneva conservati[441], per farne parte di quelli imprimere e pubblicare, non ostante la proibizione fatta da questo Sant'Uffizio, o almeno che fossero occultati e nascosti; insegnando non esser peccato ritener libri proibiti, ma opera indifferente secondo coscienza: offerendoti ancora esserne diligente custode, e affermando esser più peccato quanto all'anima bruciarli che conservarli... e trattasti con quella persona che detti scritti ti fosser mandati in Venezia per via sicura, sì per desiderio di conservarli, come anco per liberar quella persona dal pericolo che le sovrastava tenendoli.
«Hai creduto a tutti gli errori ed eresie contenuti nel libro del Benefizio di Cristo... Nel corso delle difese concedesti che affermativamente avevi tenuto secondo Valdes, sino all'ultime approbazioni e confirmazione del Concilio Tridentino, l'articolo della giustificazione per la fede, della certitudine della Grazia, e contro la necessità e merito delle buone opere. E dichiarando tali articoli intorno la giustificazione, dicesti non saper discernere bene che differenza fosse tra le opinioni di Valdes e la determinazione del Concilio, e non essere ancora risoluto se dovevi condannare o no la dottrina sua in questa parte».
Preso, il Carnesecchi avea mandato avviso che i libri proibiti ch'erano fra' suoi, fossero gettati in un pozzo. Il suo processo, del resto congenere a quel che già recammo del Morone, è curioso per le molte particolarità che se ne raccolgono intorno ad esso Morone, al Polo, al Foscarari, al Priuli, al Geri, al Flaminio, alla Giulia Gonzaga, alla Vittoria Colonna, alla Merenda, ad altri di quella scuola. Il duca Cosimo ne seguiva l'andamento; e il Babbi ambasciador suo a Roma, il 20 giugno del 67 gli scriveva: