Poichè questa pretesa contraddizione della trinità coll'unità, fatta cardine della dogmatica di Maometto, impiglia le semplici menti, rifletteremo che la pura unità non è adequata a Dio. Dicendosi uno, domandasi qual uno, che cosa una? Si risponde: un Dio; ed è già qualcosa più che la semplice unità; è l'unità con elementi reali, necessarj a un ente vivo e operante; mentre l'unità è un'astrazione, che ha realtà soltanto nello spirito che la concepisce; è cosa negativa, morta. Ma Dio non è una astrazione, una generalizzazione, un teorema dello spirito umano; bensì un Dio vivo e vero, che esiste per sè e in sè; indipendente, autonomo. Vivere è operare; viver eternamente è operare eternamente, onde i teologi chiaman Iddio actus purissimus. L'atto ha per condizioni essenziali un principio, un mezzo, un fine. Perciò l'unità, come ente attuale, operante in eterno, deve racchiudere i tre rapporti di principio, mezzo, fine; che sono quelli che la teologia cristiana chiama Padre, Figliuolo, Spirito Santo. Questi tre rapporti sono indispensabili onde percepir l'unità come Dio vivo e vero; onde il concetto fondamentale di Dio trino è essenziale all'idea di Dio uno. Qui non c'è l'assurdo dell'uno che fa tre; nè l'unità è infirmata, giacchè la trinità non afferma tre Dei, ma un triplice rapporto interiore nell'essenza intima d'un Dio unico, in virtù del quale esso è Dio uno, attuale, vivente: è, vorrei dire, il contenuto vivente della sua unità, senza del quale sarebbe un'astrazione vuota.
Calvino perseguitò d'invettive Valentino Gentile, come uom da nulla, il quale porge a bevere il fango che attinse alla pozzanghera di Serveto[500], e al gusto corrotto vuol persuadere sia dolce liquore e buona bevanda. Ma l'antitrinitarismo diffondeasi per la Svizzera e ne' Grigioni: e a Lione v'avea poeti che sponeano in versi le dottrine di Valentino. Perchè dunque l'uniformità, almeno a Ginevra, non fosse compromessa, Calvino stese un formulario che la Chiesa italiana di colà dovea giurare, contenente la più ortodossa definizione di quel mistero, e la promessa di non intaccarla direttamente o indirettamente. Firmaronlo cinque italiani, sette ricusarono, fra cui Andrea Ossellani, Marco Pizzi e Valentino, il quale però, non disposto a morir come Serveto, l'accettò poi, ma presto tornò a insegnar le sue fantasie e diceva: «Confesso che il Dio di Israele, che le sante carte ci propongono pel solo vero Dio, e che ventosi sofisti negano abbia un figlio, è il padre di nostro signor Gesù Cristo; e questo, da lui mandato, in quanto è la parola, è il vero e natural figlio del Santo Dio padre onnipotente»[501].
Calvino il fece buttar prigione come spergiuro ed eretico, ed esso pregava Dio illuminasse i suoi giudici e stendeva apologie, ma Calvino rinfacciavagli: «Dal tuo ultimo scritto fummo chiariti che hai lo spirito depravato, pien d'intollerabile orgoglio e di natura velenosa, eretico ostinato. Ripeti quanto vorrai che riconosci Cristo per vero Dio: se solo il suo padre è Dio, è il Dio d'Israele, tu lo rigetti apertamente dal posto ove collochi il Padre solo».
Valentino si ritrattò pienamente, e i giudici sentenziarono: «Benchè la malizia e cattiveria che usasti meriti che tu venga sterminato d'infra gli uomini come seduttore, eretico e scismatico, avendo però riguardo al tuo ravvedimento, noi ti condanniamo ad essere spogliato in camicia, e a piè nudi e testa scoperta con un torchietto acceso in mano, inginocchiatoci davanti, chieder perdono a noi e alla giustizia, detestando i tuoi scritti, che ordiniamo tu ponga di propria mano nel fuoco, come pieni di perniciosa menzogna». Il 2 settembre 1588 Valentino girò in quest'assetto pei trivj facendo ammenda, e giurò non uscir di città: ma appena il potette fuggì in Savoja presso il medico Matteo Gribaldi, ove il seguirono Paolo Alciato e il Biandrata[502]. Appena fuori, gli scintillò ancora la verità, il solo padre della parola essere il Dio d'Israele; e perchè il balio di Gex l'obbligò a far una professione della sua fede, egli finse ricever quest'obbligo come un'ordinanza, e la fece stampare dedicandola al balio stesso, che perciò cadde in sospetto. Valentino andò predicando i suoi canoni in Francia, e in Polonia, donde uscì quando quel re, nel 1566, bandì gl'insegnatori delle nuove dottrine, fu in Moravia ed a Vienna, poi essendo morto il suo grand'avversario Calvino, credette poter tornar impunemente in Isvizzera. Ma avendo con ciò rotto il bando, fu côlto l'11 giugno 1566, e dopo regolare processo, decapitato a Berna. Andando al supplizio dicea: «Gli altri han dato il sangue pel Figlio; io son il primo che avrò l'onore di versarlo per la suprema gloria del Padre»[503].
Gian Paolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere nel 1564 e 65 a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso»; da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma frenetico sin alla rabbia»[504]. Son della scuola stessa l'abbate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri. L'Alciato, l'Ochino, il Biandrata furono tra i diciassette teologi, che il waivoda Radzivil adoperò per tradurre la Bibbia (Biblia swieta, tho iest ksiegi stárego y noweyo zakonu ecc., 1563).
Matteo Gribaldi detto Moffa, da Chieri, legista reputato, professò in Francia e Spagna, indi chiamato a Padova nel 1548 collo stipendio di 800 e poi di 1100 fiorini, vi acquistò tal fama, che la sala non bastava agli ascoltatori. Mal dissimulava le proprie opinioni, favorevoli ai novatori, finchè sospettato autore del libro che dicemmo stampato a Basilea nel 1550 ove si descriveva la morte di Francesco Spiera, fuggì. Antichi suoi discepoli il presentarono a Calvino, e questo, sospettandolo infetto dell'eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, ricusò riceverlo, nè assentirgli tampoco un colloquio, temendo non parlasse a favore delle dottrine accusate. Bruciato poi il Serveto, l'invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; ma perchè l'intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo alla professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguitato come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire tornasse cattolico[505].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino (1550-1635), portento di sapere in fanciullezza. Fuggito con altri compatrioti a Ginevra, vi sposò una delle profughe lucchesi, ed ebbe cattedra di legge colà, poi ad Eidelberga, a Sedan, a Nimes; ed era a gara disputato dalle Università di Francia e d'Italia per le opere sue di diritto e di filosofia, ora cadute in dimenticanza. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben proveduta. Dopo molti anni abjurò in fatto; allora a Padova insegnò diritto civile, poi conseguì di tornar a Valenza, ove morì. In un'elegia latina diede il compendio della propria vita.
Risoluti antitrinitarj furono i sienesi Dario Soccino e i suoi fratelli, Alberico che professò giurisprudenza a Oxford (-1608) con eleganza ed erudizione[506]; e Scipione che dettò ad Eidelberga e altrove, e latinizzò i due primi canti della Gerusalemme Liberata appena usciti.
Lelio Soccino nel 1546 ancor giovanissimo fu ammesso nell'Accademia di Vicenza, ove tenea conferenze per ispiantar la credenza in Cristo; e per cogliere meglio il senso della Bibbia, studiò il greco, l'ebraico, l'arabo. Vedendo pericoloso manifestar in patria credenze particolari, ne uscì, e per quattro anni viaggiò la Francia, l'Inghilterra, i Paesi Bassi, la Germania, la Polonia; da ultimo si fissò a Zurigo. Poichè i primi riformati abborrivano dalle dottrine unitarie, Lelio finalmente le ascose in modo da passare per un dei loro ed esser caro a Melancton e ad altri caporioni. Egli domandava a Calvino: «Maestro, quid d'un cristiano che si sposò a una cattolica?» E Calvino rispondea: «Non è permesso a un cristiano unirsi a donna che disertò il Cristo. Ora tutti i papisti sono in tal caso: papista e musulmano è tutt'uno»[507].
Ma Calvino ne subodorava i dissensi, e gli scriveva nel 1552: «Quel che v'ho detto già altra volta or ve lo ripeto sul serio; se non correggete cotesto prurito d'indagine, temete di incontri gravissimi». L'avviso e il supplizio di Serveto insegnarono a Lelio a dissimulare, onde continuò ad esser ben voluto fra persone di sensi diversissimi. Abbiamo lettera di Pietro Paolo Vergerio, da Vicosoprano, 20 giugno 1552 al Pellicano, dove fra altro gli dice: «Il nostro Lelio meco dimorò per tre settimane, poi se n'andò a suo padre, ma so io traverso a quanti pericoli. Dio lo scampi». Bullinger, sempre conciliativo, ben l'accolse, ma Giulio da Milano scriveva a questo da Poschiavo il 4 novembre 1555: «Mi dici che Lelio, sospetto a noi, e da molti buoni fratelli tenuto apertamente per anabattista, a te fece una buona confessione, e sottoscrisse alla sana dottrina che fu sempre nella Chiesa cattolica; e mi esorti a tenerlo come purgato da ogni sospetto. Ti bacio per lo zelo che hai della casa di Dio, e fra noi l'ecclesiastica tua autorità è di tal peso, che ci soddisfa ciò che soddisfa te; onde farò che le nostre chiese tengan Lelio per fratello, sebbene non facilmente si dissiperà la macchia. Ma prego il Signore che Lelio creda come a te confessò. Non volevo; ma per cautela tua ti narrerò che Lelio tenne mano con Camillo Renato, a segno che, abbandonata la verità cattolica, non vergognò a Chiavenna, a Ginevra e altrove professarsi anabattista; e credo che tu non ignori l'astuto e tortuoso ingegno di Camillo, che ogni dì più si palesa; nè puoi credere quanto flessibile sia, e con quante tortuosità questo serpe ci sfugga, se non si tenga bene. Ma che dico di Camillo, se tutti gli anabattisti sono di tale perfidia che non temono soffiare or caldo or freddo?[508]».