Con alcuni pochi, e massime italiani profughi, Lelio manifestavasi e coi parenti suoi a Siena. Disgustato dell'intolleranza di Calvino, scrisse De hæreticis quo jure, quove fructu coercendi sunt gladio vel igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum, opuscolo senza nome d'autore nè di stampatore, ma fatto nel 1554[509]: poi in Polonia professò apertamente le dottrine antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin confessore della regina Bona Sforza.
Sigismondo I re di Polonia avea mostrato devozione ai papi, massime a Leon X, supplicando questo a metter pace fra i principi onde respinger i Tartari, i Moscoviti, i Turchi, molesti al suo regno. Si oppose alla Riforma, proibendo ai giovani di frequentar le Università di Germania, e dichiarando incapaci quei che l'abbracciassero: ma ve la diffusero l'opera del mantovano Stancario e l'esempio del marchese di Brandeburgo, gran maestro dell'Ordine teutonico, il quale apostatato, fondò quel che poi divenne regno di Prussia. Paolo III mandò in quel regno Giovan Angelo Medici che fu poi Pio IV, commissario dell'esercito pontifizio contro Turchi e Luterani. I Polacchi, per benemerenza al gran re, aveangli permesso di elegger successore il figlio Sigismondo Augusto I, natogli da Bona Sforza; il quale, per non inimicarsi i signori, condiscese alle nuove dottrine, propagatesi principalmente a Danzica, in Livonia e in molti palatinati: nè sì tardò a ottenere, che, ne' pacta conventa offerti al re, vi fosse la tolleranza degli Ussiti, Luterani, Sacramentarj, Calvinisti, Anabattisti, Ariani, Sociniani, Antitrinitari, Triteisti, Unitarj.
A Sigismondo Augusto il Soccino era stato raccomandato da Melancton: sicchè ben accolto da lui e da' gentiluomini polacchi, ne ottenne lettere di raccomandazione pel duca di Firenze e pel doge di Venezia onde poter venire a raccogliere l'eredità di suo padre (1559), contrastatagli per le relazioni sue cogli eretici. Ma fu in quel tempo che la sua famiglia andò dispersa, come diremo, ond'egli tornò in Isvizzera e morì a Zurigo il maggio 1562. Aveva composto nel 1561 una parafrasi del capo I di san Giovanni, spirante arianesimo[510].
Fausto Soccino, nipote e allievo di Lelio, nacque a Siena il 5 dicembre 1539; bello scrittore, parlator facile, gentile di modi, studiò giurisprudenza, poi le scienze a Lione; e udita la morte dello zio, corse in Polonia per raccorne i libri, e vi fu accolto come predestinato a metter l'ultima mano alla dottrina ariana. Per allora tornò in patria, e stette dodici anni presso la Corte di Firenze in onorevoli impieghi: poi quando i suoi parenti furono perseguitati, si mutò a Basilea nel 1574, malgrado le dissuasioni del granduca; studiò teologia, riducendola a senso diversissimo dall'abituale; e pubblicò opere anonime, come de Jesu Servatore; ma per una disputa avuta con Francesco Pucci nel 1578 dovette partirsene. Allora fu chiamato in Transilvania e Polonia, dove l'eresia antitrinitaria erasi radicata, e poichè Sigismondo Augusto avea concessa libertà di religione a chiunque fossesi staccato dal papismo, poterono far quivi professione aperta quegli Unitarj che altrove erano bruciati; e presto a Cracovia, per cura di Gregorio Pauli, formarono una congregazione distinta, con collegio, stamperia, annuo sinodo, e seguitarono a prosperarvi sin al 1658 quando vennero espulsi.
Ma fra gli Unitarj medesimi v'avea scissura. Figurava tra essi Giorgio Biandrata d'illustre famiglia saluzzese, dottore nell'Università di Montpellier, poi di Pavia, che scrisse intorno all'ostetricia e alle malattie muliebri quel che di meglio fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly, waivoda della Transilvania, lo portò al grado di prender in moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non pare giusto annoverarlo fra gli espulsi da Vicenza[511], attesochè nel 1552 lo troviamo a Mestre, senza disturbi: di là pare fuggisse a Ginevra, dove udendo Calvino, lo stomacava con continue quistioni, e mentre un giorno mostravasene soddisfatto, eccolo al domani tornar alla carica come cosa nuova. Di che sdegnato, Calvino gli disse: «Il tuo volto mi palesa il mostro sottile che occulti in cuore», e più fiate lo rimbrottò aspramente perchè correggesse la perfidia e le fallacie e le tortuose frodi, delle quali era stanco[512].
Il Biandrata proponea le sue difficoltà anche a Celso Martinengo, ministro della Chiesa italiana, sempre con eguale incontentabilità. Da Calvino eragli stato promesso dimenticar il suo fallo, ma mentre assisteva a una lezione di questo, visto entrar un berroviere della repubblica, dubitò si volesse imprigionarlo; e fingendo sangue di naso, fuggì a Zurigo, poi fu capo d'una chiesa istituita da Nicola Olesnieski signor di Pinczowia. Quando poi Sigismondo Augusto spalancò la Polonia agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due sinodi, collaborò collo Stancario alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radziwil, gran cancelliere di Lituania; fatto anziano delle chiese dipendenti da Cracovia, sostenne calorose dispute, tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consiglier intimo. Il Radziwil lo deputò al sinodo di Xians con lettere commendatizie e con seicento scudi da offrire, come pure al sinodo di Pinczowia, dove esibì una confessione di fede, che parve ortodossa, professando creder a Dio uno e alle tre ipostasi distinte, e all'eterna divinità e generazione di Cristo, e alla processione dello Spirito Santo. Eppure Calvino l'avea posto in mala vista, e scrivea molte lettere ai fedeli di Polonia perchè cacciasser il Biandrata: nullus est apud alias gentes: vos admiramini non secus atque angelum e cœlo delapsum. Vestras delicias minime vobis invideo[513]. Lo taccia anche di barbaro stile, senza troppa ragione.
Turbato dall'insistente persecuzione di Calvino, nel 1563 migrò in Transilvania dove lo invitava il principe Giovanni Sigismondo; divenne archiatro e consigliere intimo di Stefano e Cristoforo Batori, e a lui Soccino dedicò la seconda sua risposta a Volano.
Nel 1566 sostenne al cospetto di tutta la Corte una disputa pubblica, appoggiato da Francesco David; ma questi l'oltrepassò bentosto, non solo negando che Cristo è Dio, ma volendo non fosse adorato; lo perchè il Biandrata gli si inimicò. E già la Polonia era invasa da un'infinità di sètte: per metter qualche rimedio alle quali il Biandrata chiamò Fausto Soccino. Non tardò a guastarsi anche con lui, il quale confessa che il Biandrata avea reso molti servigi alle loro chiese, ma che, per ingraziarsi re Sigismondo Augusto, non solo s'intepidì nel favorire gli Unitarj, ma blandì i Gesuiti. Tant'è antico il tacciar di gesuita chiunque dissente dall'opinione del giorno, foss'anche un antitrinitario! Parve in fatti non si fosse staccato decisamente dal cattolicismo, a segno che la Corte polacca l'adoperò in varie nunziature: gli avversarj lo imputarono d'avarizia; dissero morì d'indigestione, o soffocato da suo nipote Bernardino; nel che Soccino vede «un giustissimo giudizio di Dio, che usa gran severità contro quelli che abbandonano la sua causa per interessi umani».
Il Graziano, nella vita del cardinal Commendone, ritrae al vivo gli scompigli nati in Polonia per le discordie fra re Sigismondo Augusto e Bona Sforza sua madre, e l'insinuarsi delle opinioni erronee. Ex Germania, Gallia, Italia corruptores aderant, ac prohibente nemine, et inanissime quoque dictis applaudente, sua quisque somnia venditurus, cœtus æmulantium studia profligatæ dottrinæ habebant, et licentia linguæ grassabantur. Eodem Bernardinus Ochinus confugerat, et præter cœteros magno concursu et assensu audiebatur etc.
Esso Commendone al cardinale Borromeo scrivendo il 6 luglio 1564, dopo narrato del libro del Sarniscki calvinista, soggiunge: «Monsignor Varmiese ebbe jeri avviso di Posnania che lì s'intendeva per lettere dell'arcidiacono di Cracovia come frà Bernardino Ochino era venuto in Cracovia, e che apertamente si era accostato a' Trinitarj, e che apportava di più non so che altro dogma di poligamia». E da Parzow il 28 febbrajo 1565: «Gli eretici di questo regno, vedendosi fra loro così divisi, per far pruova se possono in qualche modo ridursi tutti sotto una setta, ed unirsi insieme contro i Cattolici, jeri ed oggi nelle case di tre principali eretici hanno fatto tre conventicole di Confessionisti, di Sacramentarj e di Trinitarj, e preso partito di tentare se possono per qualche via accordarsi con gli altri. Io da un di loro, il quale vacilla alquanto, e suole venir da me talvolta, ho inteso come, la state passata, essi Trinitarj avevano risoluto di far un conciliabolo generale in Polonia, al qual fine erano venuti a Cracovia di Transilvania il Biandrata, di Moravia l'Alciato, il Statorio (Stancario?) e il Gentile, e di Germania l'Ochino: ma dagli editti fu poi interrotto questo loro disegno, e i sopradetti furono costretti fuggirsi fuori del regno, eccetto l'Ochino, il quale fu intrattenuto secretamente, finchè uscendo anch'esso ultimamente dal regno, se n'è morto in Slesia».