[47.] La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino senese. Predica III.
[48.] Ib. Predica IV.
[49.] Succedeva a Giovanni Lasco polacco. La chiesa era dedicata a santa Cecilia, e v'era predicatore Michelangelo Florio fiorentino, poco accetto. Potrebb'essere dell'Ochino la Forma delle pubbliche orationi le quali si fanno nelle chiese de' pellegrini in Inghilterra, libretto rarissimo.
[50.] Vedi la pag. 134 Della Vita del cardinale Comendone, di monsignor Graziani, opera tanto reputata, che fu tradotta in francese, dal celebre Flechier.
Il Comendone molto operò in Polonia, e fe sbandirne gli eretici italiani. Di lui, mentre era vescovo di Zante, cioè verso il 1539, si ha un Discorso sulla Corte di Roma, che non crediamo stampato, dove ne annovera molti abusi, e suggerisce rimedj, per verità, poco concludenti. E prima non vuole si correggano col limitare la podestà papale, il che non può farsi per fatto umano. «Una certa sensualità (dice poi) ha prodotto nella Chiesa molti difetti, i quali continuandosi tuttavia nel medesimo stile, l'hanno condotta nel mal stato nel quale si trova, sì che non può fare l'officio suo. Al quale officio può in doppio modo mancare: nell'uno pubblicamente, intorno alla prudenza del governo; nell'altro cristianamente intorno all'obbligo che ha tutto l'ordine ecclesiastico. Il primo mancamento si commette volgendo la prudenza in astuzia, e torcendo la ragione a servizio delle passioni. Perchè i pontefici, essendo uomini, ed avendo innanzi tanti invecchiati esempj del favorire i parenti singolarmente, facil cosa è che, vinti essi ancora da questa carne, si lascino, dietro a quelli camminando, traviare. Senza che, ancor si pecca intorno al governo, non per malizia, ma per una spensierata negligenza, con la quale ad altro non si mira, se non a vivere lietamente, e come persona che abbia avuta un'eredità grande e non aspettata, parte permette che ne sia tolta per non entrar in contese, parte n'è prodigo, perchè non gli par donare il suo; anzi alcune volte gli par far guadagno, credendo di acquistar la grazia dei principi.
«Ma fermandosi alla parte essenziale e propria della Chiesa, diremo del secondo mancamento, il quale è intorno all'obbligo dell'ufficio sacerdotale. Questo è proceduto sì da' mezzi, con che si acquistano molte volte questi uffizj e dignità, e sì dai costumi, co' quali si vive oggi nella Corte. E prima, restando palesemente divisa l'utilità dell'entrata dall'ufficio ecclesiastico, e l'onore dalle fatiche, è nata e radicata in molti una perversa opinione che alla Chiesa non si convenga signoria. E non veggono che il Signore Iddio non diede altri giudici nè signori al popolo suo che i sacerdoti, e che dimostrò molto sdegno che dimandassino i re: benchè i figliuoli di Samuele, che allora reggevano, fossero divenuti ingiusti; altri sono che si scandalizzano che la Chiesa abbia rendite e ricchezze, dicendo che questa è una nuova usanza, introdotta dall'avarizia dei preti contro i costumi della primitiva e santa Chiesa. Intorno alla quale opinione, lasciando da parte il giudizio che, senza alcuna autorità, così temerariamente fanno, ho sempre, come nelle altre proposizioni, avuto grandissima meraviglia del molto ardire e della poca vergogna, che altri hanno, di affermare quello che non sanno; di che si ha il contrario, leggendosi sopra ciò il decreto di Urbano I, papa e martire, già 1300 e più anni fa, dove racconta il costume della primitiva Chiesa di vendere tutto quello che l'era dato, e dispensarlo a' poveri; e come poco poi fu mutato in meglio, ritenendo i beni, e dispensando le entrate; e questo costume egli comanda che s'osservi. Senza che, molto innanzi d'Urbano, si legge nei decreti di Pio I della consuetudine stessa della possessione de' beni stabili, e se ne tratta come di cosa antica; in modo che è manifesto che arriva fino a' tempi degli apostoli. Nondimeno per l'ignoranza, e forse per la malignità di alcuni, non si distingue dalla cosa in sè, all'abuso di quella. Anzi essendo cessata la dispensazione che diede Urbano, già è qualche numero d'anni che non sieno lasciati più alla Chiesa città o castella, nè poderi nè case; ma questo è proibito in alcuni luoghi per legge; come per esempio in Inghilterra, già molti e molti anni prima che levasse l'ubbidienza alla sede apostolica. E ormai in ogni provincia s'è perduta gran parte de' beni che la Chiesa possedeva, e l'ubbidienza ancora; e si è acceso, in persone poco convenienti a questa maniera di vita, un iniquo desiderio di beneficj, e insieme una gran volontà ne' principi temporali di poterne disporre; contro il decreto di Simplicio I, già 1084 anni, e di Gregorio VII nel concilio Lateranense e di Urbano II. Perchè essendo venuti i beni ecclesiastici nell'estimazione che sono i beni temporali, dall'una parte i principi li reputano per loro; i buoni, ingannati dalla credenza che hanno di persone, meglio che qui non si farebbe; i non buoni dal desiderio di avere, e da una certa comune rabbia di usurpare ogni giurisdizione. — Non dico che di questi beni non si fanno tutti quei contratti che si fanno de' beni temporali, e quelli che hanno i beneficj non vogliono ritenerli per altro che per beni proprj, non che facciano l'officio, e dispensino bene e dirittamente l'entrata; anzi che questa Corte serve per isfogamento a quelli, che, gonfj di superbia e di speranze, non potendo capire negli alvei delle loro patrie, a guisa di fiumi rompono in questa repubblica per potersi allargare, e occupar gradi e facoltà amplissime. Di modo che se questa città fosse veramente città, e non più certo una lunga coabitazione di forestieri, simile ad un mercato o ad una dieta, con un continuo flusso, senza congiunzione di parentadi, ne nascerebbero e seguirebbero le sedizioni e i tumulti che son nati e seguiti in tutte le repubbliche, le quali, con la facilità di comunicarsi ad ognuno, hanno, come un perpetuo vento, tenuto accesa l'ambizione. — Ma in questa, per la propria sua forma, non è dubbio ch'è giusta, utile e necessaria una comune partecipazione di tutta la Cristianità; la quale, ben usata, la conserva e accresce, e abusata l'indebolisce e ruina, anche perchè, oltre al resto, ci conduce quantità d'uomini indegni a cercar ordini, onori e ricchezze, l'uso delle quali, conseguite che sono, come di sopra si è detto, necessariamente riesce conforme alle arti e all'animo con cui sono state acquistate.»
Nel discorso medesimo egli tocca del paganizzamento d'allora. «Come innanzi la pestilenza si sente la mala disposizione dell'aere, e la putrefazione degli umori, così ora si scuopre una certa gentilità e nelle opinioni e ne' costumi, che ne dà verisimile indizio; considerando le tante memorie che si onorano, e si rifanno di coloro che furono piuttosto mostri che uomini scellerati. E si passa tanto avanti, che a' figliuoli che si battezzano, molto più volontieri mettono i nomi gentili, che i cristiani; e alcuni lascian quelli che hanno, e quasi sbattezzandosi, ne prendono de' nuovi e de' gentili. Alla quale gravità, non senza gran mistero del giudizio di Dio, si oppose, quando essa prima si scoperse, il pontefice di quei tempi Paolo II (anno 1471); perciocchè questi tali sono come i segni, pe' quali i nocchieri prevedono le future tempeste; e sono di più importanza che le dimostrazioni più espresse delle cose più gravi; perchè nelle cose piccole dove non si teme di esser puniti, non si mette studio di apparenza, e facilmente si vede la segreta inclinazione dell'uomo verso i vizj».
[51.] Telipoligamus. Quid vero mihi das consilii?
Ochinus. Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem esse det.
Telipoligamus. Quid si nec donum mihi, nec ad se petendum fidem dabit?