«Eppure queste, sebben assurdissime, nulla sono se badiamo a quel che seguì.
«V'è gran separazione e quasi divorzio irreconciliabile fra le nostre chiese e il papa. Son quasi venti anni che nessun legato papale venne più agli illustri principi nostri: nè, dopochè io da Clemente VII e da Paolo III fui mandato, credo che altri ci venisse. Ed è da avvertir bene che, quando fui mandato io, nessuna intimazione erasi ancora pubblicata, ma trattavasi solo del luogo, della forma, del modo di celebrarlo; onde la legazione aveva una certa qual moderazione, non era affatto ingrata, eppur nulla ottennero; gli illustri principi rispondeano press'a poco quel che rispondono ora, non aver affare col papa; non verrebbero alla sua intimazione, di far la quale e' non aveva autorità; Cesare avea dato speranza di celebrar il Concilio in Germania; di questo seguirebber essi l'autorità, non del papa. Le quali cose avrebbe dovuto aver presenti Pio IV se voleva mostrar senno. Ma che? Nè volle trarsi in memoria le cose già fatte, benchè da pochi anni, come fanno i savj: nè pare vi fosse tra' suoi consiglieri, cancellieri, segretarj, nè fra i trenta cardinali che sottoscrissero alla bolla, chi lo avvertisse delle cose passate; giacchè, trascurate o dimentiche queste, dopo sparse per tutto il mondo le ingiurie acerbissime che disse contro noi e la nostra dottrina, delegò due suoi prelati che invitassero gli illustri principi al Concilio. Deh quanta arroganza, quanta impudenza ed imprudenza, perocchè la sua indizione, la più iniqua dopo che c'è uomini, la più bestemmiatrice contro Dio e gli uomini, avea divulgata, avea recato la ferita. Paolo III non poteva, da quelli che non avea vituperato, impetrar che andassero a Trento per trattar della forma e del modo di celebrarlo; e costui, dopo aver tutto stabilito da sè, e massime ciò ch'è più importante, di volerlo celebrar solo fra' suoi, attentamente rimossi e respinti i nostri, pure osò mandar una legazione, colla quale gli illustri principi di somma sapienza e pietà e gravità invitasse ed esortasse a questa così enorme indizione, e si sottomettessero al papa nel Concilio tridentino, negata la genuina dottrina di Cristo, alla cui norma riformarono le loro chiese. Perchè a dirittura non gl'invocava al bacio dei piedi a Roma? Gesù, quanta insolenza! Pur dovea ricordarsi d'aver testè offese le loro altezze serenissime con somma ingiuria, affiggendo turpi obbrobrj alla dottrina di cui si professano nutriti e propagatori, e d'averli chiamati eretici: che cosa potea dir di peggio?
«Mi meraviglio assai dell'imprudentissimo consiglio del papa; mi meraviglio non vi fosse fra i trenta cardinali e gli altri ministri chi non gli abbia detto di non mandare questa sconsigliatissima legazione. Che direbbe mai questa civilissima nostra età quando sapesse il fatto? Che direbbe la posterità? Gli è come se i legati avessero detto, Clemente VII e Paolo III domandarono che le vostre altezze venissero al Concilio prima di pubblicarne l'intimazione, e vi fu risposto non aver il papa podestà d'intimar il Concilio: ne nacquer offese incomparabili e guerre gravissime, perocchè foste trattati a ferro e fuoco: or successe un altro papa, che già pubblicò l'intimazione fatta a suo modo, ed avvisa che andiate a Trento, non come giudici e definitori della causa, ma come assistenti e spettatori; mentre il papa per la gola e la lingua de' suoi mitrati pronunzierà condanna come legittimo giudice contro voi e la vostra dottrina, e confermerà tutte le cose sue: ciò conviene a voi fare, cioè sottoporvi all'obbedienza della Santa Sede, non già abbracciar e difendere una religione varia ed incerta.
«Chi ben faccia mente si chiarirà che tale è il senso delle parole che i legati del papa spacciarono nella dieta de' grandi principi, e non vergognaronsi di toccare che sotto gl'illustri nostri principi v'abbia tanti evangeli quanti capi; calunnia e bugia, che appresero dagli Stafili e dagli Osii. Ma fortunatamente le vostre altezze risposero virilmente e cristianamente, eppur con somma modestia, per quanto imprudentemente provocate.
«Dirò quel che penso. Questa medesima risposta, come costernerà gli avversarj, massime il papa, così ecciterà e infiammerà gli animi di tutti i pii, e solleverà somma speranza di ben condurre le cose. È da ringraziar il padre celeste per Gesù Cristo, che col Santo suo Spirito sì ben governa le nostre chiese.
«Aggiungerò che or più che mai sospetto di quel che sempre dubitai, che il papa abbia tutt'altro in animo che il Concilio. Paolo III quando celebrava il suo conciliabolo, e vedeva venir nessuno de' nostri principi del sacro impero, il 3 luglio 1546 scrisse agli Svizzeri, che in Germania non pochi anche fra' principi disprezzavano il Concilio, e diceano non obbedirebbero ai decreti di esso, onde si doleva che tale ostinazione lo obbligasse alle armi. Dappoi, quando coll'intercessione e l'opera di Cesare diede il Concilio, parvegli che chi lo ricusava e sprezzava, sprezzasse pure l'autorità di questo, e mosse armi dall'Italia, che congiunte coll'esercito di Carlo V, fecer quella gravissima guerra che tutti sanno. Or pure sospetto che Pio IV non voglia imitar Paolo III, vedendo spregiata la sua autorità. Ma non si dee però cader di cuore; vive Dio; e la sposa del diletto Figliuol suo Gesù Cristo Signor Nostro che dalle tenebre liberò, non abbandonerà».
[122.] Lett. 11 luglio 1561.
[123.] Lettera 20 novembre 1560 da Tubinga.
[124.] Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.
[125.] Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis modum sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt. Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque semetipsos exibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit, ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur.