[126.] Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma, fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio, il Pearson, il Blondel, Chamier, Patricio Giunio, Baldassare Babelio, Tommaso Ittigio, Giovanni Clerc, Samuele Basnage, Newton, Giuseppe Scaligero, Giovanni Pappio, ecc.
Le opere del Cortese furono raccolte dal marchese G. B. Cortese, e stampate dal Comino a Padova il 1774, in due tomi, col titolo Gregorii Cortesii monachi casinatis S. R. E. cardinalis omnia quæ huc usque colligi potuerunt, sive ab eo scriptæ, sive ad illum spectantia. Oltre i versi e una elegante descrizione del sacco di Genova nel 1522, vi sono le sue lettere italiane, scritte la più parte al Contarini, le latine, dove fin il Bembo trovava che non si direbbero d'un frate, «nella qual cosa egli merita in tanto maggior lode, che delet maculam jam per tot sæcula inustam illi hominum generi di non sapere scrivere elegantemente»: un'edizione del Testamento Nuovo, confrontato agli esemplari greci.
[127.] Ep. del 1537, vol. I, 749, 758.
[128.] Ep. 9 del l. XV.
[129.] Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:
.... «Mi par che voi pensiate e stimiate ch'io mi sia sdegnato per conto delle censure. Io non sarei cristiano se così fosse, e sarei molto insolente se volessi tôrre la libertà a chiunque sia di dire e scrivere come gli venisse voglia. Le censure non mi son dispiaciute, e chiunque scriverà contra di me per dimostrarmi la mia ignoranza, non mi offenderà..... Ma quella proibizione de' libri mi è doluta fin a morte, fatta così nominatim et in specie e incivilmente...... Ne è stato tanto che dire a Lione, in Avignone, ed in tutte le parti circonvicine, che in vita mia non mi trovai sì mal contento giammai, e quasi non potevo alzar il viso.... A me è stato forza, per ovviare a tanta infamia, mandare le censure e le risposte a Lione, non perchè si stampino, ma perchè si vedano..... Voi dite che le risposte pungono. Non si può, credo io, rispondere se non si redarguiscono le ragioni dell'avversario, e le allegazioni non si mostrano non bene allegate..... Ma come si sia, lo scrivere ed opponere è libero a ciascuno, ed io non fuggo d'esser ripreso: anzi quel che voi dite esser chi dica molti altri luoghi meritar riprensione, mi sarà forte grato che mi sieno mostrati, che sempre imparerò qualche cosa, e l'avvedermi della mia ignoranza mi sarà buona dottrina. La quale ignoranza io non la disdico in me: sol dico che, se quelli che vanno a Parigi a studiare in teologia, in sei anni si addottorano, io, che l'ho studiata otto anni continui in Carpentras, non dovrei esser dalla natura sì mal dotato, che io non ne avessi preso qualche parte; e se ben non ho studiato Durandi, Capreolo, Ochan, ho studiato la Bibbia, san Paolo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, e quei degnissimi dottori che sono le colonne della vera scienza».
[130.] Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben del corpo e meglio dell'animo, sì per le doti della natura sua ben composta, come eziandio per le acquistato virtù; onde nella morte del carissimo fratello, nè la morte, nè la povertà in la qual si trova in questo grado, gli dà punto di noja, nè lo disvia da' suoi studj. Ora la sera legge il Fedone di Platone greco e la Logica d'Aristotele a certi nostri; la mattina fa esercizio col papa a Belvedere, dal quale è ben veduto, e così da tutta la Corte. Dopo pranzo, con belli tempi cavalca per queste anticaglie...... Tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per di più, e bocche quaranta. Vivesi mediocremente a guisa de' religiosi senza pompe. Il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provisione con gli emolumenti del cappello basta per l'ordinario della spesa, e scorrerassi così finchè Iddio mandi altro.
«È venuto qui da Carpentrasso M. Paolo Sadoleto nipote del vescovo: giovine dotto e gentile, al quale ha rinunciato l'episcopato. E perchè credo vostra eccellenza intendesse già il travaglio gli fu dato dal maestro del Sacro Palazzo sopra li commentarj suoi sopra l'epistola di san Paolo alli Romani, accusandolo di eresia e vietando li libri non fossero venduti, il vescovo mandò qui al papa una bella apologia, ed era attaccata una grossa scaramuzza con questo frate suo conterraneo (il Bacia), sopravvenuto il reverendissimo nostro, si ha interposto e fatta la pace, con grande onore del vescovo; li libri sono stati approvati e rilassati. Il detto M. Paolo ha portato qui il libro di suo zio tanto desiderato, che è l'Ortensio, lo quale è in man nostre; e ci dice che 'l scrive ora De Gloria, per rifar del tutto li danni nostri di tanta perdita» (cioè la perdita del libro De Gloria di Cicerone).
[131.] Ep. 4, l. XI.
[132.] Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.