[142.] Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone, deposte nell'archivio secreto vaticano.

[143.] «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito quello di Modena, etiam che per me non si ricercasse altro che digno compenso.»

Lettera del cancelliere Morone, marzo 1529, nel vol. III della Miscellanea di cose italiane.

[144.] Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo, d'oltre seicento carte, e che dobbiamo al signor duca Scotti, servì certamente ad uno de' giudici, come mostrano i segni ed appunti ch'esso vi fece. Pur troppo, secondo il consueto, son taciuti i nomi, che ci avrebbero dati molto maggiori indizj.

[145.] Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse. Nell'adunanza di Hagenau però riferisce come i Luterani avessero risposto al re de' Romani in modo da toglier ogni speranza di concordia, dicendo apertamente che non conoscono nè vogliono riconoscer il papa per capo. «E se pure l'imperatore e il re vogliono che li ministri di sua santità intervengano al convento proposto, non intendono che sua santità abbia più di una voce, come ogni altro vescovo. Quanto alla restituzione delli beni ecclesiastici, dicono non esser tenuti, perchè li dispensano meglio che non faceano li primi possessori, di che s'offeriscono render conto» (23 luglio 1540, Arch. vaticano).

Il cardinale Farnese rispondendo, fra altre cose, dice trovarsi strano che voglia trattarsi di dogmi per opera di principi, non di teologi; e che il duca Lodovico di Baviera non abbia menato seco Echio, se non per disputare, almen per consiglio: il qual Echio è certo molto dotto e peritissimo in questa materia s'altri mai in Germania; nè tanto duro quanto lo fanno gli avversarii, che ne traggono pretesto di ricusarlo per timor che hanno di esso. «Ed è gran cosa che detti avversarii mandano chi e come vogliono, e danno la legge alli Cattolici di non poter introdurre, se non quei che piaciono agli eretici» Roma, 24 luglio 1540.

[146.] Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli affari, il bisogno d'aver l'appoggio di un Legato. Il vescovo d'Aquila scriveva al cardinale Farnese da Worms l'8 gennaio 1541: Mutinensis est satis turbato animo, excusat se a negociis, credo prudenti consilio quia prudens est et perspicacis ingenii; nunquam tamen potuit induci ut semel tantum una cum Feltrensi voluerit tractare causam; imo dicit se velle ad Urbem proficisci, vel ad regem Romanorum. Excito ejus animum, quantum possum omni studio foveo, confirmo; dignus enim est ut ametur, sed video animi obstinationem: hodie enim confirmavit se omnino deliberasse de recessu, et nolle futuris comitiis interesse.

[147.] «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti gli altri ambasciadori di imperatore e re, e sopra tutti li principi dello impero, etiam gli elettori ed ecclesiastici. Il qual luogo non avria potuto tenere mordicus se avessi avuto a ritenerlo per un principe secolare. Oltre di questo, avevo le facoltà molto ampie, le quali dispensavo per tutta Germania secondo il bisogno; quali istantemente avevo richiesto, e fatto diverse volte ampliare. La qual facoltà, se il papa fosse solo principe temporale, anzi se non fosse papa universale, non potria darle da dispensare in provincie esterne». Processo.

[148.] Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I volume delle opere del cardinale Cortese.

[149.] Nell'archivio vaticano, Nunziatura di Germania, VIII, 64, è una nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col cardinale Contarini in Germania. Son essi il generale de' conventuali, Gregorio Cortese che conosciamo, il maestro di sacro palazzo, Pietro Ortiz, Pietro Martire, canonico regolare, il Flaminio. Di questi ultimi dice: «L'uffizio di scriver ben potria far anche il Flaminio, bon poeta e bon orator, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui; ben stimato per il commento sopra alcuni psalmi.... Non cognosco don Pietro Martire. Il reverendo Contureno, per relazion del Flaminio, ne dice miracolo della dottrina teologica ed altre, ed eziandio della lingua greca e latina, e credo anche in qualche parte della ebraica. Il che è molto a considerar tra quelli che si mandano, perchè li Luterani maggior profession fanno e più si valgono delle lingue che di ogni altra cosa. Se si avesse potuto aver teologi secolari d'Italia, sarebbe stato meglio; ma di questo ben manca l'Italia, e bisogna servirsi di religiosi....».