«Je suis bien avant dans la querelle d'Annibal Caro, mais je ne change point de passion, et l'estime toujours plus honnête homme que son adversaire, quoique peut-être son adversaire soit plus grand docteur que lui. Je n'ai gueres vu de grammairien de la force de ce modenois, soit-ici, soit dans les commentaires sur la Poëtique d'Aristote. Il faut avouer pourtant qu'il pèche quelque fois par trop de subtilité, et qu'au reste c'étoit un ennemi public qui ne pouvoit souffrir le mérite ni la reputation de personne». Lettera 5 del libro V del 1640. Nelle opere di Chevreau, pag. 330, ediz. del 1697 dell'Aja, leggesi una lettera di questo, a M. de la Menarderie, ove dice: «Je viens d'achever de lire votre poëtique, où vous traitez Castelvetro d'une étrange sort. Et peut-être qu'autre fois vous n'eussiez pas trouvé votre compte, s'il est vrai ce que Pasquin lui a reproché en quelque endroit, qu'il passoit de la langue aux mains, de la plume au fer, de l'encre au sang: et qu'il avait fait assassiner un fort galant homme qu'avoit pris la liberté de lui contredire».

[152.] Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no, salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale sempre mi fu avversario in tutte le cose che concernevano al governo della Chiesa di Modena, ed ebbe particolari nimicizie col mio vicario, il quale io favoriva, e con l'arciprete don Andrea Accolti, il quale era mio confessore... faceva la quadriglia con alcuni contro di me ad impedire... e diceva: Io so che ho torto, ma voglio litigare per far dispetto al cardinale».

[153.] Il citato Tassoni narra:

1558. De anno antecedenti, videlicet 1557 D. Bonifacius Valentinus canonicus et præpositus ecclesiæ cathedralis mutinensis et D. Filippus Valentinus doctor et consobrinus ejus, et D. Ludovicus Castelvetrus doctor, et quidam D. Antonius Gadaldinus bibliothecarius citati fuerunt Roma ab inquisitoribus hereticæ pravitatis ad respondendum de fide: tandem Gadaldinus, et D. Bonifacius missi sunt Romam sub custodia, et in carcere inquisitionis clausi: aliis duobus, videlicet D. Ludovico Castelvetro et D. Filippo, fugientibus. Qui per contumaciam excomunicati, et omnibus honoribus privati sunt. Sed quum D. Bonifacius examinatus, confessus fuisset omnes, errores, et opiniones suas, et retractasset, et abjurasset eas, liberatus fuit a carcere, injuncta pœnitentia quod publice in Ecclesia super Minerva ad altare S. Crucis ante et post debeat alta voce abjurare omnes hæreses, in quibus per multos annos fuerat involutus. Et sic die 6 maji 1558 in dicta ecclesia Romæ abjuravit. Postea Mutinæ reversus, in die Pentecostis post prædicationem fecit eandem abjurationem die 29 maji in ecclesia cathedrali Mutinæ, præsente multo populo. Sed Antonius Gadaldinus senex, qui vendiderat maximam quantitatem librorum lutheranorum prohibitorum, remansit Romæ in carceribus inquisitionis.

Segue l'atto di abjura di Bonifacio Valentino, del tenore della sopra riportata: confessa aver creduto fosse contro le sacre scritture il mangiar magro, e il vietare ai preti l'ammogliarsi: l'uomo fosse per la sola fede giustificato, e potesse avere la vita eterna senza opere: non doversi tenere nè venerare le immagini de' santi, nè i santi invocare; inutili le indulgenze; che non vi sia il purgatorio; le buone opere non acquistare la vita eterna; il sommo pontefice di Roma non essere vicario di Cristo, ma Anticristo: non necessaria la confessione; i sacramenti non conferir la grazia; non farsi transustanziazione nell'eucaristia; lesse libri d'eretici e luterani, le lezioni de' quali ha ascoltate, e ha conversato con loro: stette in quelle eresie per otto o dieci anni, nel qual tempo, benchè non celebrasse mai messa, perch'io non la celebrai mai, se non la prima volta, interveniva però ai divini uffici cogli altri canonici in coro, e mi sono comunicato non essendo absoluto dalle presenti heresie. Le quali eresie ora abjura, maledice e detesta.

[154.] In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del cardinale Commendone a Giammaria Castelvetro, del febbrajo e dell'aprile 1570, donde appare che questi aveva interposto l'imperatore Massimiliano II e il duca di Ferrara per ottenere che la sua causa fosse giudicata in Ferrara: al che quegli rispondeva non essersi mai costumato di toglier di mano a quel sant'Uffizio le cause da esso iniziate: prometteagli però, a nome di sua santità, se si fosse costituito, farlo giudicare con ogni clemenza, carità e anche prestezza. Avendo poi esso Castelvetro domandato grazia dell'errore commesso, il cardinale s'impegnava d'ottenergliela. Pogiani epistolæ, vol. IV, p. 444.

Un Jacobo Castelvetro, pur modenese, che non era però nipote di Lodovico, abbracciò le nuove opinioni: e a Basilea pubblicò nel 1562 i libri di Lodovico, e uno contro il concilio di Trento, inserito nella Biblioteca Viziana: poi a Londra stampò varj classici nostri. Venuto a Venezia, fu côlto dal sant'Uffizio, ma l'ambasciadore Arrigo Vottone riuscì a farlo fuggire, nel 1611.

Venuta ora la frenesia de' monumenti, i Modenesi domandarono le ceneri del Castelvetro per trasportarle nella loro città, ma ne fu chiesto un prezzo esagerato.

[155.] Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi, narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava; di che irato, Paolo pensò vendicarsi, e accostatosi a Pietro Bertano, frate e cardinale avverso al Castelvetro, l'accusarono a Roma, avendo sollecitatore il Caro.

Il padre Laderchi al 1571 riferisce che «morì finalmente nella eresia Lodovico Castelvetro, e Giovanni Merlino pseudovescovo; talchè, colla uccisione di così insigni eretici fatta dalla divina giustizia, parve la Chiesa aver riportato non minor trionfo sugli eretici che sugli infedeli». Era l'anno della battaglia di Lepanto.