Questo Ippolito d'Este, figlio d'Alfonso duca di Ferrara e di Lucrezia Borgia, nato il 24 agosto 1509, istruito nella politica da suo padre, giovanissimo fatto prelato, andò in Francia, dove Francesco I lo colmò di onori, e gli ottenne il cappello cardinalizio nel 1538, poi lo fece arcivescovo di Lione nel 1540, ma le tante dignità non vel lasciarono dimorare. Giovanni Desgouttes lionese dedicò una traduzione dell'Orlando Furioso, come il Cieco di Ferrara avevagli dedicato il Mambriano, poema di lazzi comici e situazioni impudiche. Ippolito fu al Concilio di Trento, dopo il quale venne nominato vescovo di Autun, il qual posto cangiò poi coll'abadia di Flavigni e il priorato di Saint-Vivant: poi ripreso l'arcivescovado di Lione, per la cui diocesi fece pubblicare il Breviarium recognitum ac innumeris pene mendis summa diligentia et fide repurgatum, 1547. Lione era sede d'una stampa ricca e licenziosa, e Francesco I tentò reprimerla. Stefano Dolet, dotto tipografo, fu appiccato e bruciato a Parigi come eretico, e molti Ugonotti che secretamente predicavano, furono scoperti, nè salvaronsi che colla fuga. Quando in quella città s'incontrarono Enrico II e Caterina De Medici grandi feste si fecero, descritte in italiano e in francese dal poeta lionese Maurizio Séve, e i mercanti italiani vi fecero rappresentare la Calandra del cardinale Bibbiena. Ippolito era stato protettore di Benvenuto Cellini, che molto ne parla: lasciò splendidi edifizj sì in Francia, sì a Roma a Montecavallo e a Tivoli.

Mentre tornava al Concilio di Trento, il cardinale Ippolito fu assalito da cinquanta cavalieri dell'esercito del Condé, che gli tolsero il ricchissimo corredo, e cavalli e muli, dicendo che tanta magnificenza non s'addiceva al successor degli apostoli. Moltissime cariche ed uffizj egli sostenne, finchè, rinunziati tutti i benefizi a favore di Luigi d'Este suo nipote, morì il 2 dicembre 1572 a Roma, e il Mureto ne recitò l'orazione funebre, ove ritrae que' tempi, infelicissimi per la Francia, quando «uomini perversi, profittando della giovinezza di re Carlo, credansi permesso ogni peggio, e difondeano tra il popolo dottrine pericolose e criminali in fatto di religione: e non solo aveano imbevuto di lor massime la classe inferiore, ma infettato lo spirito di molti principi. Gli scritti di Lutero, di Calvino, d'altri empj, erano esposti pubblicamente e correano per le mani, mentre quelli di Gerolamo, d'Agostino, di Gregorio, d'Ambrogio escludevansi dalle biblioteche e dalle librerie. Fin alla Corte si teneano numerose assemblee di eretici, prendendovi parte persone della casa del re. Dapertutto non s'udivano che abbominevoli canzoni; e le loro esecrabili bestemmie contro Dio e i santi non cessavano di contaminar le orecchie cristiane».

[193.] Il famoso pubblicista Francesco Lottino di Volterra, scrive: «Io posso testificare come di cosa veduta con gli occhi proprj, che l'elezione del papa procede da Dio solamente; perciocchè io mi sono trovato in molti conclavi et ho avuta occasione di sapere la mente, posso dire, quasi di tutti i cardinali, et ho conosciuto chiaramente come la maggior parie di loro alla fine elegge il papa contra ogni sua voglia, senza che vi sia nè forza, nè ragione alcuna che li muova; se non che in quel punto, pare i cardinali si ritrovino fuori di sè, e che l'uno sia tirato dalla paura dell'altro, e vadino poi tutti insieme dove non voriano andare, e nondimeno non sappino negare a chi gli mena. Intanto che a tempi miei si sono queste contrarietà vedute, che alcuno odiato a morte generalmente da tutti, è stato da quelli medesimi che l'odiavano creato papa, et alcun altro amato da tutti e del quale si aveva per sicura l'elezione, non perciò aver potuto arrivarvi. Di modo che si vede che Iddio è padrone dell'elezione del papa, e che, o per sua giustizia meritando così i nostri peccati, ci dà talora un pontefice cattivo, o per la sua pietà e bontà ce ne dà uno buono. Ma perchè nondimeno è comune opinione, che l'industria civile habbia la parte sua in simile elezione, e voi particolarmente lo credete, ho messo insieme alcuni ricordi su ciò».

Questo, fra mille altri passi, può contraddire a quanto raccolsero i satirici, e più estesamente Giovanni Giorgio Fueslino, Conclavia Romana reserata, e testè il signor Petrucelli Della Gattina, Hist. diplomatique des Conclaves.

[194.] La scritta dice: Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatore filio navali prœlio a Venetis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta MCLXXII. Quest'ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta. Il fatto medesimo trovasi dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Tanto il liberalismo del medioevo era diverso dall'odierno, che si scandalizza al vedere il rappresentante della forza e dello Stato, curvarsi dinanzi al rappresentante della giustizia e del popolo. Vedi la nota 16 del discorso III.

[195.] Pio V fe riveder quella causa, e dichiarata ingiusta la condanna, fe tagliar la testa ad Alessandro Pallentieri, orditor del processo; e bruciare il processo medesimo, col che tolse alla posterità di rivederlo in supremo appello.

[196.] Lettera del 16 settembre 1569.

[197.] Dei due più famosi storici italiani del Concilio parliamo altrove. Vedasi Le Plat, Monumentorum ad historiam concilii tridentini pot. illustrandam spectantium amplissima collectio. Lovanio 1782.

Il Manzi ha posto moltissime cose nuove sul Concilio nella II edizione di Lucca della Miscellanea del Baluzio.

Lodovico Dupin, Hist. du Concile de Trente, fu proibito nel 1725; come nel 1746 M. Jean Aymon, Lettres anecdotes et mém. historiques du nonce Visconti au Concile de Trente.