Il padre Bergantini avea raccolti molti documenti per appoggiare la storia di frà Paolo, in favor del quale scrisse contro il Pallavicino, sotto il nome di Giusto Nave. Sul Mazzoleni vedi la nota 3 qui sopra.

Il libro VII delle Decretali di Clemente VIII comprendeva il Concilio di Trento, ma fu soppresso. Libri symbolici ecclesiæ catholicæ conjuncti, atque votis, prolegomenis, indicibusque instructi, opera et studio Frid. Guil. Streitwolf et Rud. E. Klener, 1843, contengono i tre simboli universali, i decreti e canoni del Concilio tridentino, la confession di fede di Pio IV, e il Catechismo romano.

Varj scrissero questi ultimi anni la storia del Concilio, fra cui Alzog, Döllinger, il conte di Melun ecc. L'eruditissimo padre Theiner si era ultimamente proposto di farne un lavoro tutto nuovo, giovandosi degli Archivj Vaticani, da lui custoditi, e andando a investigar in tutti gli altri. Doveano essere di gran lume i processi verbali delle adunanze. Ma era bell'accorgersi che vi si metteano fuori opinioni inesatte, come succede nell'improvisare e nella controversia, e che la malafede poteva imputare a chi le disse, e trarne argomenti contro la verità e contro l'inerranza delle decisioni.

Negli archivj di Venezia e di Toscana (e così avverrà degli altri) noi leggemmo relazioni di ambasciadori, che quasi giorno per giorno riferiscono le discussioni e decisioni. Per semplice saggio, e come relativo a quanto nel testo accenniamo, caviam un cenno da lettera 3 febbrajo 1545 del Pandolfini residente toscano.

«Intendesi da Trento che il reverendissimo cardinale di quella città era venuto in una congregazione ultimamente, con dar certo scritto, e parlar a lungo sopra la reformazione della Chiesa che questo pareva riguardasse la persona del papa e gli abusi della Chiesa romana, e saria stato facilmente confermo, se il reverendissimo di Monti non vi si fosse gagliardamente contrapposto, adducendo molti luoghi della Scrittura alli ragionamenti suoi. E si tien che, dubitando esso reverendissimo Monti non la poter mantenere in benefizio del papa, sotto colori del nocumento di quell'aria sia per far instanza appresso sua santità della licenzia, ecc.».

Ad un'altra lettera è inserto: «Del Concilio, io son pure nella mia prima opinione che non si farà niente, ma ogni cosa si risolverà sopra li frati e preti: se Dio non manda qualche vento aquilonare, che rinfreschi tutti, ed ecciti qualche scintilla, che certo ve ne son molte, ma non hanno ardire nè anche possono far niente, perchè non si può parlare eccetto di quello che è interrogato e proposto dalli legati, i quali hanno apertamente detto che il Concilio è del papa, e non si ha a trattare altro che quello piace e pare a sua santità. Sopra la qual cosa non è ancora stato risposto, perchè non pareva ancora il tempo: ma si vedono ben molti che volevano, ed in vero avriano fatto succedere: ma, come ho detto, se Dio non manda altro ajuto non si farà niente. Questa mattina, che s'è fatta la sessione (seconda, 4 febbrajo) non s'è recitato altro nel decreto che il simbolo che canta la Chiesa, con una certa escusazione per gli abati, quali sono in cammino di Francia, di Spagna e di Roma. Frate Ambrosio Catarino ha recitato l'orazione: certo mai saria creduto che questo uomo tanto fervore e ardire avuto avesse: ha detto liberamente, non toccando però niuno, confortando tutti alla libertà del Concilio, che si parli senza rispetto; il che però non si potrà mai fare, se prima non vengono più in numero».

E notizie quotidiane riceveva il duca Cosimo dal Concilio, al quale teneva come proprio ambasciadore Giovanni Strozzi; poi Jacobo Guidi vescovo di Penne. Nell'Archivio di Stato toscano son notevoli in tal fatto le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio ai Nº 47, 48, del Carteggio Universale, e viepiù i manoscritti Cerviniani, che versano su quel sinodo e sugli affari di Germania al tempo di Marcello Cervini che poi fu papa; dove son lettere del Vergerio, del Moroni, di altri e un infinità di opuscoli di circostanza. Avremo a parlarne ove della Toscana.

[198.] La bella vita del Comendone, scritta in latino da A. M. Graziani fu ben tradotta in francese dal Flechier (Parigi 1669). S'attribuisce al Comendone un discorso sopra la Corte di Roma, che esiste in più copie manoscritte nella Biblioteca Palatina di Firenze, non accennato dal suo biografo, ma degno di lui. Loda questa singolar repubblica, ordinata per vantaggio della religione. Ma ora (dice) si fanno ecclesiastici e prelati prima che neppur intendano l'uffizio a cui sono eletti. I pontefici traviarono dal loro scopo divino, volendo viver come i principi secolari, e affezionarsi alle cose che non son nostre che per pochi anni. La potestà de' papi dev'esser illimitata, necessità che apparve negli scismi, e che consta dalla storia e dai Concilj come volontà di Dio. Ma la sensualità produsse nella Chiesa molti difetti, come le astuzie, il favorir i parenti, il negligentare il governo, il cercar la grazia dei principi. A coloro che credono alla Chiesa non convenga aver signoria, oppone che Dio al popol suo diede signori i sacerdoti; che le ricchezze e l'autorità sin di far guerra sono antichissime; disapprova i governi che o tolgono i beni o vietano di lasciarne di nuovi a Roma, la quale è come l'arringo di quanti hanno speranze e attività nel resto del mondo. Gli abusi rivela con forza pacata e intrepida. Mostra come cose futili, per esempio l'impor nomi gentileschi ai figliuoli e l'ammirar gli eroi gentili, rivelassero quei traviamenti che poi apparvero manifesti; sicchè era stato prudente Paolo II quando li riprovò. Segue a dire come la Chiesa fosse passo passo guidata a usar mezzi, che parrebbero poco convenienti; e se prima subiva il martirio, dappoi dovette ricorrere a mezzi secolareschi: ma questi riuscirono a scredito dell'autorità e diminuzione anche de' beni.

Venendo ai rimedj, pone per primo la emendazione della Corte pontificia: il viver gli ecclesiastici secondo il loro stato, ridur le cose verso il proprio fine della religione, e costituirla nella forma sua prima, di aristocrazia universale. Vede la gran difficoltà della riforma se la si fa dai prelati; come supporne tanti così buoni, da emendar abusi inveterati? se da altri, ove trovar ancora tante persone degne di tal uffizio? poi come spossessar tanti di uffizj che spesso sono perpetui? Eppure bisogna far tutto il possibile, e cominciare la purga dalla testa e dal petto: ma come i difetti entrarono nella Chiesa a poco a poco, non è probabile che la sanità ritorni in un subito.

[199.] Esso Comendone da Nauenburgo, l'8 febbrajo 1561, scrive allo stesso cardinale Borromeo a Roma.