— Alli 5 febbrajo comparvero quattro molto onorati gentiluomini, due mandati dall'elettore Palatino, e due dal duca di Sassonia, con la guardia degli alabardieri e molto numero d'altre persone, e dissero avere in commissione dalli principi di accompagnarci all'andare e al ritornare. Furono essi ringraziati, e pregati da noi a volere loro ancora montare nei cocchi ch'erano preparati, ma essi volsero andare a piedi appresso li cocchi nostri. Li due mandati dall'elettore Palatino furono il suo maresciallo e il dottor Hemmio primo secretario; gli altri due del duca di Sassonia, Wolfango Koller, consigliere e capo, il quale si trovò al Concilio in Trento, ed il dottor Francesco Cram, slesita, suo consigliere. Li predetti principi erano congregati nella stufa loro ordinaria molto grande, nella quale non erano altri che principi, figli di principi, ambasciatori, consiglieri, secretarj, cancellieri. Stavano i principi, all'entrare dei nunzj, in stufa tutti in piedi e senza berretta con quest'ordine. Sopra una banchetta, li due elettori: un poco discosto sedeva sopra uno scanno il conte di Hostain, ambasciatore dell'elettore di Brandeburg, e così parimenti un poco lontano sedeva il duca Wolfango di Neuburg: appresso a lui il duca di Wirtemberg, poi il marchese Carlo di Baden, poi il figlio del landgravio, il quale neanco il giorno innanzi era stato in consiglio, poi Giovanni Giorgio palatino. Fu dato in mano d'ognuno il breve colla bolla del Concilio: ognuno l'accettò, e ci dissero poi unitamente, stando però loro ancora in piedi, che noi sedessimo, mostrando il banco messo a posta per noi, coperto di velluto. Rispondemmo noi, Sedeant celsitudines vestræ, e così il sentare (sedere) di tutti ad un tempo e farsi un grandissimo silenzio fu una medesima cosa. Onde cominciò il vescovo Delfino a parlare, esponendo puntualmente quanto si contiene nella qui annessa scrittura: dopo il quale il vescovo Commendone soggiunse quelle parole che similmente saranno con questa: e come egli ebbe finito, li due elettori dissero fra loro alcune parole, le quali fecero francamente comunicare al duca Wolfango di Neuburg e al duca di Wirtemberg, e dappoi il Misquir, cancelliere dell'elettore Palatino, rispose a nome di tutti li principi con queste formali parole: Illustres principes intellexerunt ea quæ exposuistis nomine pontificis romani, et quia negotium est arduum, nolunt nunc resolvere; convenient inter se, et postea dabunt responsum; interim cuperent ut, quæ vos legati pontificis dixistis, ea scripto eis deferatis.
«Qui fu risposto che sua santità aveva largamente dichiarata la mente sua nella bolla del Concilio, oltre che aveva scritto a sufficienza alla maestà cesarea, e che però noi non avevamo ordine di moltiplicare in scritture.
«Qui di nuovo un cancelliere andò intorno parlando ai principi, e poi ci rispose: Illustres principes intellexerunt vestrum responsum, et vos in eo non urgent. Dopo queste parole noi ci licenziammo, e dalle medesime persone fummo accompagnati fino a casa, dove non stemmo un quarto d'ora che comparsero tre gentiluomini mandati dai principi, li quali dissero queste formali parole: Magnifici domini principes, quamdiu vos fuistis apud illos non viderunt hæc verba, Dilecto filio, quia tecta erant: sed postquam viderunt se appellatos filios a romano pontifice, quem illi non agnoscunt pro patre, remittunt vobis literas; respondebunt nihilominus ad ea quæ vos dixistis.
«Fu risposto che s'era scritto loro come si scrive agli altri principi cristiani, e che della medesima forma han usato di scrivere sempre li predecessori di sua santità. Quelli posero li brevi tutti, senza però le bolle del Concilio, sopra una tavola, e se ne andarono. Come noi restammo, e come ci trovammo di mala voglia, il pensarlo alla sapienza di vostra signoria illustrissima; perchè manco vedevamo che poter fare, poichè erano partiti già de' principi con questa deliberazione già fatta, onde tanto meno si poteva ritrattare. Aspettammo dunque d'essere chiamati, ma in luogo di essere chiamati, la mattina alli VII comparvero dieci consiglieri de' principi, capo de' quali era Mesquir, consigliere primario dell'elettore Palatino. Questi furono ricevuti da noi con ogni umanità, e il secondo fra loro, che era Giorgio Cracovio, consigliere dell'elettore di Sassonia, persona, siccome qui è fama, assai dotta e bene esercitata nelle lingue, fece l'ufficio di risponderci a nome delli principi, chiamandoci nel principio Reverendi Domini, e le parole furono in questa sustanza. Che li principi non dubitavano essere in tutte le nazioni persone pie e buono, i quali desiderassero che la luce del vangelo e la purità della dottrina fosse restituita, et tetri abusus tollerentur, i quali il pontefice romano nella sua giurisdizione doveva già aver purgati; ma esser cosa manifesta a ciascuno quali sieno stati i pensieri di loro signorie, e particolari interessi, et quantum romana ecclesia superstitionis et erroris effuderit evangelio; per le quali cose essi principi erano stati forzati ab ordinaria potestate decedere, lucem quærere et puritatem doctrinæ haustam ex ipso verbo Dei, quam nunc certe et indubitate sequuntur, juxta primam Confessionem Augustanam. Ma quanto tocca alla presente legazione nostra, era parso a' principi di dare questa risposta alle cose che avevamo detto per nome del pontefice romano: Primo, mirari se, qua spe fretus, romanus pontifex ausus sit mittere legationem ad illos: non agnoscere se ejus potestatem, neque in aliis, neque in indictione Concilii: unum se dominum in terris agnoscere, cæsaream majestatem. Si dolsero poi che fosse imputato loro d'essersi divisi in molte sètte, dicendo di seguire una sola Confessione Augustana, e che avevano suoi dottori e teologi che la difendono, come noi abbiamo potuto leggere ne' loro libri, et quod illi debuissent habere vota in Concilio. In fine che, come noi sapevamo, erano stati qui gli ambasciadori cesarei, e che li principi gli avevano risposto ut supplices referrent cesareæ majestati quid de hac tota re principes sentiant. Ma quanto alle nostre persone private, se non fossimo venuti nomine pontificis, n'averiano usata ogni amorevolezza e cortesia per rispetto d'essere veneziani, osservando i principi quella illustrissima repubblica, e per rispetto nostro particolare, laudandoci con molte parole: che però come private persone offerivano in nome de' principi tutto quello in che le loro celsitudini ci potessero gratificare.
«Come egli ebbe finito, noi due conferimmo insieme circa la risposta, e di comune consenso il vescovo Commendone rispose così: e Che nostro signore aveva mandato suoi nunzj alli principi di Germania per l'officio che teneva di pastore universale, e per la carità sua verso ognuno, con quell'animo e a quel fine che era stato esposto l'altro jeri alle loro celsitudini, e che però non vedevamo perchè alcuno se ne avesse a maravigliare. Che il Concilio era stato inditto da sua santità secondo la forma ed il modo perpetuamente osservato nella Chiesa per inspirazione dello Spirito Santo, non si potendo conservare nè, dove fosse bisogno, restituire l'antica disciplina dei nostri padri, se non colle medesime vie tenute da loro. Quanto al non aver essi principi altro superiore che la cesarea maestà, non è loro nascosto qual proporzione sia nella repubblica cristiana fra sua maestà ed il sommo pontefice, e qual sia l'osservanza di sua maestà cesarea verso sua santità, e quale ancora sia stato sempre l'animo de' pontefici verso quest'inclita nazione, specialmente circa le cose dell'imperio. Quanto alla riforma, lisciando ora di parlare de' predecessori per non esser troppo lungo, specialmente la santa memoria di Pio IV, dal principio del suo ponteficato ha atteso alla riforma e datole buon principio, anzi tanto più volentieri ha convocato il Concilio, quanto ha giudicato espediente che in esso Concilio si faccia questa riforma universale.
«Quanto alla Chiesa romana, che essa non pure non ha offuscato l'evangelio, ma che è sempre stata maestra e regola della dottrina cristiana e lume della verità, e che a lei sono ricorsi sempre tutti i padri antichi fin dal tempo degli apostoli, e che da lei devono riconoscere i Germani l'esser cristiani, a qua primam evangelii lucem acceperunt. Quanto alle parole dette l'altr'jeri della verità delle moderne opinioni, essere stato semplicemente detto il fatto, secondo si vede nelli medesimi scritti de' loro teologi, che essi ci adducevano piene di molte nuove opinioni e contrarie l'una all'altra. Quanto alla fermezza e certezza che dicevano avere della loro opinione, che la novità e il dissentire dal resto della Chiesa, et ab ordinaria potestate discessisse, come essi medesimi dicevano, doveva almeno levare loro questa tale certezza, e renderli dubbj massimamente in cosa che importa la salute e la perdizione eterna, e che a san Paolo vaso d'elezione, ancor che, come esso afferma, accepisset evangelium, non ex homine sed per revelationem, non di meno gli fu per rivelazione comandato che ascenderet Jerosolimam, et conferret evangelium suum cum apostolis, ne forte in vanum curreret, aut cucurrisset: il che fece lo Spirito Santo non per bisogno ch'esso Paolo n'avesse, ma a perpetuo esempio e dottrina di tutti i posteri. Finalmente che si ricordassero di quelle parole del Vangelo: Quoties volui congregare filios, etc.
«Poi quanto alle nostre persone particolari, che ringraziavamo le loro celsitudini grandemente, e che ne terresimo perpetuo particolare obbligo, offerendoci all'incontro, ecc., e essi senza fare altra replica si partirono.
«Di tutto questo successo, per quanto si può congetturare, e per quanto ci è stato anco accennato da alcuni consiglieri di principi, è stato autore il duca di Wirtemberg. All'incontro il duca Augusto, per varj segni che si hanno, inclina a pace temporale e spirituale più di qualunque altro; onde ha fatto far complimenti con ciascuno di noi, ed ha preso destra occasione di partirsi, avanti che ci sia stato risposto, ancora che toccasse a lui d'essere l'ultimo, come più vicino a Nauburg.
«Le cose sopra questa materia venuteci in considerazione degne della notizia di V. S. Ill. sono le infrascritte. Li principi, al comparir nostro dinanzi a loro, non ci diedero la mano all'usanza tedesca, perchè questo atto arguisce pace e buona volontà, la quale non è in loro verso la santa romana Chiesa. Mentre che noi parlavamo, almeno dieci persone scrivevano, ed il duca di Wirtemberg aveva il suo libretto in mano, e notò alcuni passi. Ci hanno accettati, uditi e onorati sotto nome di nunzj della sede apostolica; ci hanno risposto a quello che abbiamo detto in nome di sua santità cortesemente, e non sono devenuti a parole nè a modi ingiuriosi nè derisorj; cose che molti giudicavano dover succedere in contrario; hanno rimandato le lettere, non la bolla del Concilio, atto da tutti giudicato più inetto che altro, sebbene è segno di molta mala volontà, e d'animo grandemente alienato, perchè ognuno vede che hanno consentito a quello che importa più, accettando e ritenendo la bolla del Concilio. Per questo esempio siamo in pericolo che nessun principe nè città protestante accetti li brevi. Dall'altra parte è gran cosa che, etiam senza vedere li brevi di sua beatitudine, siamo accettati, onorati e uditi come nunzj di lei, ci sia lasciato far l'ufficio che avevamo in commissione, cioè d'invitare al Concilio, mostrando la necessità di esso, e dichiarando la pia mente di sua beatitudine, e che ci sia finalmente risposto, se non ad vota, almeno a proposito. Ora quanto al convento, la causa principale d'esso è stato l'avere giudicato li principi che certo si sia per celebrare il Concilio generale, e l'aver conosciuto molta necessità d'accordarsi almeno appartatamente in qualche forma di fede, acciocchè quest'accordo dia loro qualche reputazione. Però non hanno trattato cosa che importi se non questa. Il fine non è stato a lor modo, perchè Giovanni Federico duca di Sassonia vuole stare alla semplice confessione, data del 30 all'imperatore Carlo V, fatta da Lutero; il resto de' principi vogliono la predetta Confessione insieme con l'apologia del Melantone, e questo perchè, avendo inclinato a Zuinglio, e sparsi semi assai della venenosa insania sua nelle cose che ha scritte, vengono in questo modo a non essere condannati li sacramentarj, che sono fra questi principi più che notorj, come l'elettore Palatino, il duca di Wirtemberg, il marchese di Baden. Per le quali cose il sopradetto duca Giovanni Federico, non solo non ha voluto consentire, ma è partito in collera contro li principi chiamati sacramentarj, e ha insomma fatto un gran rumore. Noi da più segretarj e consiglieri de' principi, che sono venuti spesso a visitarci e a pranzo con noi, abbiamo inteso insomma quanto al Concilio, non ci essere alcuna inclinazione, e che i principi tengono la bolla del Concilio essere continuazione espressa, specialmente per quelle parole omni suspensione sublata, e che di questo hanno trattato con gli ambasciatori cesarei. Di più i medesimi consiglieri ci hanno più volte detto che nessuno prelato di Germania anderà a Trento...»
[200.] Il Comendone al Borromeo da Anversa, a' 9 giugno 1561, scriveva: