«In Londra la vigilia del Corpus Domini, all'ora del vespero, una saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa, il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano, e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio, ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare gl'infelici popoli nell'eresia».
[201.] Matteo, XXIII, 3.
[202.] Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a Padova, scrisse un libro Del Concilio, dove esamina quali persone abbiano diritto d'intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o soltanto di filosofia e lettere, anzichè di canoni e scritture; esamina poi i varj Concilj precedenti, e quistiona se il Concilio sia superiore al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.
[203.] Nell'Ordo et modus in celebratione sancti et generalis concilii tridentini observatus, a r. p. Angelo Mazzatello ejusdem concilii secretario descriptus, parlando de congregationibus generalibus, è scritto: Licet unicuique quam maluerit summa libertate opinionem vel tueri vel destruere, dummodo ea quæ catholicum decet dicatur et tandem confirmetur. Evenit aliquando ut, aliquo minus catholice loquente, multi assurgerent conclamantes, Hæc non sunt dicenda, Hæc hæresim sapiunt vel similia: usque adeo ut nonnumquam aliquibus clara voce dictum fuerit: Iste est hæreticus, Iste debet a congregatione expelli. Quæ verba fuere summa ratione ab illustrissimis Legatis reprehensa, ne libertas loquendi patribus adempta esse videretur.
[204.] Gradonico, Brixia sacra, p. 366.
[205.] Mantova, 1567. Questo Zanchino era stato inquisitore nell'Emilia il 1302, e morì il 1340. Dice: «Per più spedita istruzione del religioso ed onesto frà Donato di Santa Agata minorita, inquisitore nella provincia della Romagnola, che, occupato nelle cose divine, e insistendo agli studj delle sacre carte, non può attendere alla dottrina del diritto canonico e civile, per poter più di questi pienamente essere istruito, e sapere quel che convenga senza sviare dalla scienza della giustizia nelle sentenze o nel processo, io Zanchino di Ugolino, senese della porta di San Pietro d'Arimino, minimo avocato, figlio spirituale e devoto di esso signor inquisitore, feci questo compendioso trattato sopra gli eretici, ecc.» Vedi Quetif.
Il Campegio fece pure un'opera De privata potestate rom. pontificis contra Matthiam Flacium Illyricum, stampata solo nel 1697. Anche Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse Fragmenta contra hæreses (Mantova, 1557), e le altre cose lodate.
[206.] Lagomarsini nelle note al Poggiano, maestro di san Carlo, che fu poi cardinale.
[207.] Principale sostenitore dell'immacolata Concezione fu il ripetuto cardinal Polo col cardinale Pacecco.
[208.] Merito chiamano i teologi la bontà naturale o soprannaturale delle azioni dell'uomo, e il diritto che egli acquista per esse ai premj divini, in grazia delle divine sue promesse. Si dà merito di condegnità, quando c'è una proporzione fra il valor dell'azione e la ricompensa annessavi: altrimenti non c'è che merito di convenienza (de congruo). Quello non può fondarsi che s'una promessa formale di Dio, questo sulla fiducia nella sua bontà, mera grazia e misericordia (San Paolo ad Rom. VIII, 48).