Esso toglie le assonanze e le oscurità, e fa

Ad regias agni dapes
Stolis amicti candidis
Post transitum maris Rubri
Christo canamus principi,
Divina cujus charitas
Sacrum propinat sanguinem,
Almique membra corporis
Amor sacerdos propinat.

Urbano VIII alcuni inni fece riformare da Famiano Strada, Tarquinio Galluzzi, Girolamo Petrucci; ma si disse che accessit latinitas, recessit pietas. Egli stesso ci lavorò, e fece quel di santa Elisabetta regina.

Un innario fu pubblicato nel passato secolo dal cardinale Tommasi, diviso in tre parti: hymni de anni circulo; hymni de natalitiis sanctorum; hymni de quotidianis, cioè i feriali. Il cardinale Giovanni Battista Bussi, nelle Istruzioni pratiche sulla recita del divino uffizio, indica gli autori di molti inni.

[243.] Le differenze della Bibbia di Sisto V e Clemente VIII non sono importanti, come avea voluto far credere Th. Jannes, Bellum papale seu concordia discors Sixti V et Clementis VIII, circa hieronymianam editionem, Londra 1600. Fu confutato trionfalmente sin d'allora: ma adesso il barnabita Vercellone (Variæ lectiones vulgatæ bibliorum editionis, Roma 1860-64), compiendo la fatica cominciata dal suo maestro e confratello Ungarelli (De castigatione vulgatæ Bibliorum editionis peracta jussu Concilji tridentini. Roma 1847) pubblica gl'immensi lavori fatti dalle Congregazioni, e tutte le varianti della Vulgata, cominciando dal Codex Amiatinus ch'è il più antico; e le ragioni che fecer preferire la adottata nell'edizione Clementina e gli sbagli della Sistina. È insigne dimostrazione delle pazienti e generose fatiche sostenute dai dotti d'allora, e del merito dell'edizione del 1592, sola riconosciuta autentica. Ciò non toglie che possa esaminarsi e criticarsi il testo, e Pio IX incoraggiò il Vercellone all'impresa; tibi addimus animos ut inceptum opus naviter scienteque absolvendum ac perficiendum cures, omnesque ingenii tui vires in iis peragendis semper impendas. Con queste potrà benissimo farsi una nuova edizione della Bibbia, non per autorità privata, bensì della Chiesa.

Le dissertazioni che accompagnano il lavoro del Vercellone chiariscono la consuetudine costante della Chiesa rispetto a traduzioni e lezioni nuove, e come il Concilio di Trento non avesse voluto che provvedere alle infinite varietà che l'opera umana potesse introdurre nella divina, assicurando però solo la conformità sostanziale della Vulgata cogli originali, e non già la conformità fin nelle minime particelle, come si usa dai Rabbini.

Vedasi il nostro discorso XV e la nota 31.

La prima edizione ebraica del commento al Pentateuco di Rabbi Salomon Jarco fu fatta da Abramo Gorton a Reggio di Calabria nel 5235 della creazione, mese di adar, cioè nel marzo 1475. L'anno stesso erasi stampato a Pieve di Sacco nel Padovano il Rabbi Jacob ben Ascer Arba Jurim, che è la più antica edizione ebraica che si conosca, ma porta la data del mese jamuz, cioè di quattro mesi posteriore a questa di Reggio.

Della versione greca del testo ebraico, detta dei Settanta, i più antichi codici conosciuti appartengono al IV o V secolo di Cristo, e sono: il Vaticano, edito nel 1857 a Roma dal padre Vercelloni: l'Alessandrino, pubblicato dal 1816 al 1828 a Londra dal Baber: il Sinaitico, pubblicato a Pietroburgo il 1862 da Costantino Tischendorf, che lo scoprì in un convento del monte Sinai, ma dove manca più di metà del vecchio Testamento. Alla Vaticana c'è pure il codice Marcheliano del VII o VIII secolo; tutti in caratteri unciali. Or ora se ne scoprì un altro a Grottaferrata da palimsesto, non posteriore al VII secolo, con moltissime note marginali greche e latine, ed appartiene alla recensione esaplare.

Al suddetto Tischendorf dobbiamo, oltre molte pubblicazioni bibliche, una nuova edizione dei vangeli e degli atti apostolici apocrifi, con una dissertazione storico-critica.