[244.] Nella Magliabecchiana (Classe XXXVII, 292) è manuscritto Modus propagandi fidem catholicam, che, tra il resto, raccomanda che i vescovi comunichino libri pii ai loro parroci, e se ne mandino alle più lontane parti. Quod si una genevensis civitas, hac una cura disseminandi libros, literasque scripti, tandi, paucissimorum annorum spatio regna orbemque pœne ipsum, satana vires suppedi tante, aut infecit erroribus, aut everti, sane contra multo magis sperandum est a dextra Dei si, etc.

[245.] Vedi la nota 24 del discorso XVI. Giovanni Bollando, gesuita d'Anversa, cominciò nel 1643 quella gran collezione, che fu proseguita fino nel 1794. In 53 volumi di forse 25 mila vite, arriva solo a mezzo ottobre. Gli immensi materiali raccolti andarono all'asta nella vandalica soppressione di Giuseppe II. Racimolati in parte, ora se ne stampa la continuazione.

[246.] Il padre Laderchi, nel tom. XXIII, pag. 160 degli Annali Ecclesiastici, toglie dalla vita di san Filippo, di Pietro Giacomo Bacci, questo racconto: che il Baronio, essendo entrato nella congregazione dell'Oratorio, dal pulpito non cessava di sgomentare gli uditori colle minaccie della morte e dell'inferno. A san Filippo parve soverchio, e l'esortò a lasciar via cotesti spauracchi, e narrar piuttosto la storia ecclesiastica. Il Baronio non vi badò, sicchè Filippo usò dell'autorità per comandarglielo. L'amor proprio di Cesare n'era offeso, e stava perplesso, quando una notte sognò che Onofrio Panvino (valentissimo erudito di cose sacre, e dal quale esso avrebbe voluto vedere scritta essa storia) lo esortasse a far gli Annali Ecclesiastici; e tra il sogno udì la voce di Filippo che gli diceva: «Orsù, Cesare, non ti ostinare; tu, non il Panvino, devi scrivere la storia ecclesiastica».

Del Baronio esiste fra i manoscritti della Magliabecchiana (Cl. XXXVII Nº 292) una apologia diretta a papa Clemente VIII, difendendosi da quelli che lo tacciavano d'aver sostenuto, nel V volume della sua storia, che, per antica disciplina, la Chiesa non ricevesse più a penitenza i relapsi. Con fatti e con detti de' Padri egli prova che tutt'altrimenti fu sempre costumato.

[247.] A confutare il Baronio da Giacomo I d'Inghilterra fu adoperato il famoso erudito francese Casaubono. Questi, in settembre 1609, scriveva che un Italiano cercò introdursi presso di lui, dicendosi inviato dal re di Spagna. Entrato, esitò lungamente a dir il vero motivo della sua venuta, poi pregò il Casaubono ad evocare per lui il suo demonio familiare, assicurando non esser a ciò mosso che da mera curiosità e per accertarsi di quel che tutti diceano e credeano. Casaubono durò gran fatica a persuader costui del contrario; il quale gli diceva che in Italia moltissimi, e fin cardinali, si occupano di arti magiche.

L'opera del Baronio fu pubblicata dal 1588 al 1593. Nel 1705 il francescano Pagi ne emendò molti errori cronologici. Il trevisano Rainaldi lo continuò con minor critica dal 1198 al 1571 in 10 vol. in-fol.: a cui il Laderchi ne aggiunse 3 altri che comprendono solo 7 anni dei tempi della Riforma; ma Benedetto XIV gli diceva: «Meno fede e più criterio». Questi non son compresi nella edizione di Lucca, in 38 volumi con note. Ora si ristampa il tutto a Bar le Duc con aggiunte e correzioni del padre Theiner, e nuovi documenti; egli ne farà la continuazione già cominciata.

[248.] Cap. 18, sez. XXIII, De Reform.

[249.] Già notammo come il Sadoleto paganeggi: e infatto non parla di pratiche nè di teologia. Il cardinale Polo, lodandolo assai, gli facea riflettere che lasciava il suo allievo nel porto della filosofia, statio malefida carinis quanto il porto di Tenedo, invece di condurlo in uno molto più tranquillo, ignoto agli antichi, e aperto ai figli di Dio; avrebbe desiderato trattasse della teologia in una continuazione. Il Sadoleto rispondea che la teologia è compresa nel nome di filosofia, della quale è il colmo e la corona; ch'egli conduce il suo allievo soltanto ai 23 anni; mentre lo studio della teologia non si addice che ad età matura.

Nell'Indice tridentino è De disciplina puerorum recteque formandis eorum et studiis et moribus; ac simul tam præceptorum quam parentum in eosdem officio, doctorum virororum libelli aliquot vere aurei.

[250.] Anche san Girolamo che, come troppo ciceroniano fu battuto dal demonio, biasima quei «Sacerdoti che posti da parte gli evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono i motti amorosi de' Bucolici, han per le mani Virgilio e traducono in peccato di voluttà quel ch'è studio necessario al fanciulli». (Ep. ad Damasum). Ma sant'Agostino non disapprova i fanciulli che Virgilium legunt, ut poeta magnus omniumque præclarissimus atque optimus, teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri (Civ. Dei I, 3).