[286.] L'intolleranza de' riformatori fu singolarmente flagellata da Simone Lemnio di Margudant ne' Grigioni. Legatosi a Vittemberga con Melantone, per genio caustico si fe molti nemici, e massime cogli Epigrammatum libri duo, dove lodava come pròtettor delle lettere Alberto arcivescovo di Magonza. Lutero, che era a questo avversissimo, il fe perseguitare, trovandovi allusioni contro l'elettor di Sassonia e altri primati, nè l'autore evitò il carcere se non fuggendo a Worms, e fu condannato a perpetuo bando. Irritato viepiù, si svelenì contro i suoi persecutori, con fine arguzie e con plateali facezie: aggiunse a' suoi epigrammi un terzo libro ove strazia l'intolleranza di Lutero, di Giona, degli altri; nella Monachopornomachia, introduce in comedia esso Lutero, a cui è dedicata, venero, Giona, Spalatino, le lor mogli coi rispettivi amanti, ed altri personaggi a dialoghi oscenissimi.
Molte opere compose, tradusse in versi l'Odissea, fu correttore alla stamperia d'Oporino, infine maestro a Coira, ove morì di peste il 1550 in fresca età.
Innocente XI, mentre era in rotta con Luigi XIV, voleva interporsi perchè usasse men severamente co' Protestanti: al qual fine incaricò il suo nunzio in Inghilterra di pregar Giacomo II ad intervenire a tal uopo: ma Giacomo ricusò. Vedi Mazure, Hist. de la révolution de 1688. Parigi 1825, tom. II, 126.
[287.] «Nel paragone, io mille volte avrei prescelto, per ciò che mi si è fatto, il Sant'Uffizio e quelle disumane torture. Ma si dirà: il sant'Uffizio condannava al rogo, e voi siete stato semplicemente esonerato della vostra carica. Che? non si comprende forse che la ragione per la quale io veniva dimesso era più crudele per gli effetti che una condanna di morte? Questa vi tortura il corpo e vi toglie la vita, che è pur fardello penosissimo: quella vi strazia, vi tenaglia, vi lacera l'anima, e vi toglie l'esistenza morale, che supera di cento doppi la fisica esistenza». G. Tofano a' suoi elettori. Napoli 1861.
[288.] Forti, Istituz. civili, lib. II, cap. 2.
[289.] Ap. Theiner al 1581.
[290.] V. A. Huber, all'Unione Evangelica di Berlino il 1847 disse un sermone, ove sostiene che l'Inquisizione in Spagna era un'istituzione inevitabile, derivata dal carattere nazionale spagnuolo; e che la posizione della Spagna a capo del mondo cattolico nel XVI secolo era l'unica che le convenisse. «Quest'è certo (dice) che l'Inquisizione era, nel miglior senso, popolarissima, una precauzione per conservar la nazionalità castigliana». Vedi Ueber spanische Nationalität, u. s. w. Berlino. Höffele di Tubinga, nella bella monografia del cardinale Ximenes, svolge ampiamente ragioni da noi accennate, conchiude che «nella storia dell'Inquisizione di Spagna, la santa sede fa comparsa affatto onorevole, qual protettrice de' perseguitati, come fu in ogni tempo. Il protestante Schröck, nella Storia Ecclesiastica, si maraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d'un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch'egli, disapprovando la storia, dal Llorente scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant'Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche, tantochè il cardinale Ximenes, nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questi gli rispose: «Non sapete che quest'uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»
[291.] È noto Antonio Perez, che perseguitato da Filippo II a morte, uscì di Spagna, e tanto valse a propagare l'odio contro questo re. Nelle sue Relazioni stampate a Parigi il 1624, racconta come da alti personaggi e dal nunzio del papa fossero riprovate le proposizioni che davano al principe piena podestà sopra la vita de' sudditi; e soggiunge: «Essendo io in Madrid, uno che non importa nominare, in un sermone davanti al re cattolico in San Girolamo proferì che «i re hanno potere assoluto sulla persona e sulla roba de' vassalli». Tal proposizione fu riprovata dall'Inquisizione; e costui condannato a ritrattarsi pubblicamente nel luogo stesso con tutte le formalità giuridiche, oltre varie pene particolari. Egli si ritrattò sul pulpito medesimo, e leggendo uno scritto, soggiungeva: «I re non hanno sui loro sudditi maggior potere di quel che loro è permesso dal diritto divino e umano, e non per libera ed assoluta loro volontà». Queste parole il reo dovè ripetere per ordine del maestro frà Ernando del Castillo, consultore del sant'Uffizio, predicatore del re, uom d'eloquenza e dottrina singolare, assai stimato nel suo paese, e maggiormente in Italia».
[292.] Quando Filippo II mandava il duca d'Alba contro i Fiamminghi nel 1567, la flotta d'Andrea Doria, di 37 galee, lo portò da Spagna a Genova, donde s'avviò coll'esercito, in cui 1200 cavalieri italiani sotto il comando di don Fernando di Toledo, figlio naturale del duca, essendo mastro di campo Ciapino Vitello, ceduto dal duca di Toscana, come il duca di Savoja avea ceduto l'ingegnere Pacheco, che di poi fabbricò la cittadella d'Anversa.
[293.] Noi ci mostrammo sempre severissimi a questo re; pure ci sembra aver ragione, a tacer altri, Gerlach, che dopo profondi studj, dicea: