[305.] Vedi Arch. storico 1846, tom. IX, pag. 193.
[306.] Scipione Ammirato, Delle famiglie napoletane, Firenze, 1580. Il pezzo che intervirgolammo è tolto dalle aggiunte, fattevi nella II parte, edita solo nel 1651.
[307.] Silos, Hist. cl. regul. sub anno.
[308.] Lagomarsini, note alle lettere del Pogiano, vol. IV, p. 443.
[309.] Sulla Giulia Gonzaga vedasi Ireneo Affò, Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga, Parma 1787, e Pompeo Litta, Famiglie celebri italiane, fascicolo XXXIII. Sull'accusa di eresia datale da qualche autor francese, l'Affò esclama: «Bugia maggiore di questa non si dà nella storia». Di rimpatto il Litta dice che tale accusa «fu comune a tutti i personaggi per dottrina distinti, i quali tutti applaudivano alla riforma della disciplina ecclesiastica».
Citata da Pio V per la sua intimità col Carnesecchi, non comparve, ma morì dal dispiacere. Nel testamento perdona a tutti, e raccomanda al nipote Vespasiano di «non fare alcun risentimento contro chiunque oltraggiata l'avesse».
[310.] Esso Giannone, che la giudica «non minore providenza» del governator Toledo, e segno della «saviezza e soddisfazione de' popoli con cui governò il regno» (Stor. civ., lib. XXXII, c. 4), dice nel capo 5 che «RAGIONEVOLMENTE alcuni si maravigliano onde sia nato che i Napoletani, uomini riputati cotanto pii e religiosi che talora sono traboccati nella superstizione, abbiamo poi avuto sempre in orrore il tribunale dell'Inquisizione». A reclamare contro l'istituzione dell'Inquisizione fu mandato anche Annibale Bozzuto, valente giureconsulto, che da Carlo V ottenne il gran numero di banditi fosse ridotto a venti, tra' quali esso. Fuoruscito, fu festeggiato a Roma, eletto a insigne carica, poi a cardinale (1565) e governatore della città.
[311.] Manuscritto all'anno 1571.
Essendo nata discussione fra il sant'Uffizio e il vicerè di Sicilia, Filippo II mandò colà per accomodarla e per dar trionfo al primo, il padre Parama. Questo, a domanda de' grandi inquisitori Quiroga e Manrique (Lib. II. T. II, cap. XI, n. 3) aveva steso un trattato, e dedicatolo al grande inquisitore Portocarrero, col titolo De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis, ejusque utilitate et dignitate. De romani pontificis auctoritate et delegata inquisitorum. Edicta fidei et de origine sancti Officii quæstiones decem, libri tres, auctore Lodovico a Parama boroxensi arcidiacono et canonico legionensi, regnique Siciliæ inquisitore. Matriti, ex tipographia regia. È l'apologia più ampia e più sincera che siasi mai fatta di quel funesto tribunale, riconoscendone l'origine fin da Adamo, quando dal Creatore è chiamato dopo la disobbedienza: trova giusto il fondamento, regolare la procedura che in realtà era la consueta de' tempi. Anzi è certo che, almeno ne' trattati, è raccomandata mitezza nell'infliggere i tormenti, e che il carcere era diretto non solo al castigo, ma all'emenda, cercandosi la conversione dell'imputato, qualunque ne fossero i modi e il concetto.
Il Summonte, che pur è tanto minuto, non fa cenno delle eresie. In esso, ogni tratto si trovano persone, anche qualificate, prese, scannate, appiccate senza forma di processo e per comando o volontà del vicerè, principalmente del Toledo.