«Di Venezia 20 aprile 1549».
«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati attorno ecc. ecc. (qui divisa la sua opera). Dovendo esser quest'opera solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si potessino mai pensare per quella....
«Di Venezia 8 giugno 1549».
Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:
«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia? E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar il vitto alla mia famiglia.....»
E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo. Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.
Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554 troviamo questo estratto:
Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no, e che desidera servirla.
Il duca scrive di proprio pugno:
Che serva, se lo vuole per ogni modo.